CHEAP Festival: street art ≠ riqualificazione.

Intervista a Sara Manfredi, co-founder e creative di CHEAPcura di Francesco d’Errico

Nato nel 2013, CHEAP è un progetto indipendente che promuove la street art come strumento di rigenerazione e indagine del territorio urbano. Dopo 5 anni, con un comunicato che ha fatto notizia, le organizzatrici hanno scelto di sospendere la realizzazione dell’omonimo festival, Cheap Poster Art Festival, esprimendo il loro totale dissenso verso la corrente visione  della street art come strumento di riqualificazione e di lotta al degrado. Un’intervista in cui abbiamo parlato di utilizzo di luoghi abbandonati e in disuso, delle scelte che la città sta facendo rispetto agli investimenti culturali, di gestione dello spazio pubblico, del rapporto tra istituzioni e realtà indipendenti e, infine, della funzione che la street art dovrebbe avere e che invece, secondo loro, a Bologna, oggi, non ha.

“Le festival est mort, vive le festival”. Dopo cinque anni avete deciso di non riorganizzare il vostro festival. A Repubblica avete dichiarato “ormai sui muri dipingono tutti, spegniamo il nostro festival”. La street art è diventata troppo pop?

Questa è una semplificazione, il problema è più complesso. Noi abbiamo preso coscienza del mutamento del contesto in cui oggi operiamo, il quale è molto cambiato da quando abbiamo cominciato. In questo momento c’è sicuramente una grande saturazione a livello di proposta di steet art, questo mi pare evidente. E poi, soprattutto, c’è anche la cattiva abitudine di affiancare gli interventi di public art e di street art all’idea di decoro.

Ecco, a proposito dell’idea di decoro, voi nel vostro comunicato di sospensione dell’attività del festival avete parlato di “imbruttimento del decoro”. Che cosa significa?

Quando parliamo di “imbruttimento del decoro” ci riferiamo alla diffusa ansia per le tag, al tirare in ballo il decoro come categoria da associare, paradossalmente, alla street art stessa. Abbiamo l’impressione che qualcuno voglia utilizzare la stree art come strumento per la ricerca di decoro. C’è in atto una normalizzazione della street art che è impropria, vengono richiamate categorie fuori luogo come questa. Tutto ciò, tra l’altro, nella continua contraddizione per la quale se uno street artist fa un intervento con un permesso in tasca il suo gesto viene considerato arte contemporanea, mentre se un altro street artist realizza un intervento analogo, simile ma lo fa senza permesso, la sua operazione viene considerata un atto vandalico. Se è la presenza o meno di un permesso a determinare la natura di un intervento artistico e a qualificarlo come “degrado” o come “decoro”, c’è qualcosa che non funziona. E’ questo tipo di narrazione che non funziona.

Sempre nello stesso comunicato criticate l’associazione tra il concetto di riqualificazione e gli interventi di street art. Voi stessi, però, vi presentate come una “realtà che promuove la street art per rigenerare e indagare il territorio urbano”. Dunque vi chiedo: cosa non vi piace del concetto di riqualificazione? E soprattutto: che differenza c’è tra rigenerare e riqualificare?

Il termine rigenerare è stato scelto da noi per il progetto Cheap On Board, un progetto che ha l’obiettivo di utilizzare il circuito di bacheche del centro storico, di proprietà del Comune, che erano abbandonate e inutilizzate da dei decenni prima del nostro intervento. Questo circuito è inserito perfettamente e pur essendo parte dello spazio pubblico era abbandonato sé stesso.

Il Comune, quando abbiamo realizzato Cheap On Board per la prima volta, era in difficoltà, non sapeva che utilizzo fare di questi spazi: non poteva togliere le bacheche ma non riusciva neppure a sviluppare progetto che le vedesse protagoniste. Noi le abbiamo notate e abbiamo trovato accordo col settore cultura per sviluppare progetti di varia natura; dall’arte visiva, alla street art, passando per campagne di comunicazione non convenzionale, fino alla promozione di campagne sociali. Intervenendo su questi spazi, in questo senso sì, li abbiamo rigenerati. C’era un supporto, uno spazio, un circuito che poteva veicolare diversi contenuti che noi abbiamo preso in mano e che era abbandonato. Ma questo non ha nulla a che vedere con l’idea attuale di riqualificazione delle periferie che viene tirata in ballo per qualsiasi intervento di street art venga in esse realizzato. Pensiamo che ci sia molta confusione e che in un contesto confuso si rischi di perdere lucidità. Noi non vogliamo perderla. Preferiamo dunque fare un passo indietro e ricalibrare il tiro.

Parliamo del rapporto tra street art e istituzione. Anche voi, come detto pocanzi, avete avuto rapporti con il Comune e con l’assessorato ala cultura della città. C’è qualcosa che non funziona più in questo senso? Visto il vostro comunicato ci si potrebbe chiedere che tipo di rapporto abbiate oggi con le istituzioni…

Noi abbiamo sicuramente trovato degli accordi con le istituzioni, le quali si sono dimostrate capaci di attenzione e che hanno saputo rispettare lo spirito profondamente indipendente di Cheap. Laddove la nostra indipendenza non è stata messa ne a rischio ne in discussione, per noi è stato facile mantenere rapporti con l’istituzione. Ciò che è cambiato oggi, nel contesto attuale, non è soltanto l’istituzione, la situazione attuale, infatti, è determinata da più fattori e da più agenti, non si può dare la responsabilità di tutto a uno solo di questi. E’ il contesto generale che noi leggiamo in maniera critica, leggiamo in maniera critica il ruolo che ci si aspetta da noi. Così si rischia di andare in una direzione che non ci appartiene o, peggio, si rischia di essere assimilati da un processo che noi rifiutiamo.

Descrivendovi sui vostri canali ufficiali parlate di voi come un gruppo che  agisce riappropriazioni collettive di spazi nei quali liberare energie creative”. A Bologna c’è un problema di spazi di cui riappropriarsi?

Che ci sia un problema di spazi è evidente. La presenza, dentro le mura, di un ristorante ogni 37 abitanti circa, è indicativa in questo senso. Io ho grande rispetto per chi fa ristorazione ma mi piacerebbe poter constatare la presenza di uno spazio culturale ogni 37 abitanti piuttosto che di un ristorante. Da ultimo, inoltre, abbiamo assistito allo sgombero di alcuni spazi e realtà sociali, anche storiche. Penso, per esempio, ad Atlantide che non ha più una collocazione fisica in città. In casi come questo c’è la mancanza di riconoscimento politico di un’esperienza che molti invece ritenevano importanti e rilevanti.

Al di là di spazi e realtà sociali che non hanno più una propria collocazione, ritenete che vi sia anche un problema di spazi abbandonati e inutilizzati?

Sì assolutamente, su questo tema non c’è visione, non c’è una strategia. Io al momento vivo in Germania e qua,sui luoghi da riconvertire in spazi culturali e sociali, anche temporanei, c’è un altro tipo di attenzione e anche di investimento. Bologna è piena di spazi vuoti che potrebbero essere utilizzati se solo ci fosse la volontà di renderlo possibile. Potrebbero diventare gallerie, auditorium, spazi multifunzionali e tanto altro.

Votando la città unicamente al cibo si rischia di avere poco spazio, poca energia e pochi fondi per il resto. Bologna sa e può esprimere molte altre professionalità al di là di quella del campo gastronomico. E’ una città che negli ultimi dieci anni ha spinto molto  l’acceleratore sull’arte contemporanea, è città patrimonio dell’UNESCO per la musica, abbiamo l’Università più antica d’Europa. E’ una città che ha tanto da dare, anche se le sue potenzialità non sono valorizzate nel modo giusto.

Cheap, sempre per citarvi, “parte dal basso”. La partecipazione dal basso pare essere una delle vostre caratteristiche principali. Sembra dimostrarlo anche la vostra “Call for Artist” aperta, in cui chiunque può inviarvi materiale da selezionare per partecipare al festival. Cosa significa fare cultura dal basso oggi? A Bologna, oggi, si fa cultura dal basso?

Io sono sempre un po’ in difficoltà quando si parla di “cultura dal basso” perché identificare un basso significa necessariamente dover identificare anche un alto. E questo tipo di geografia si dimostra spesso fallace. Preferiamo dire che CHEAP è un progetto attraversabile, un progetto aperto, per questo abbiamo scelto la forma dell’associazione. La Call for Artist abbiamo scelto di farla sin dal 2013 e continueremo a farla, nonostante la sospensione del festival c’è n’è una attiva anche adesso per il 2018 ( la call si chiama FRAMMENTO / UNITA’ – parte e tutto, goccia e marea, bit.ly/CALLforARTIST_CHEAP2018).

La Call si può dire che rappresenti il “core” di cheap, è uno sguardo sul graphic design, sull’illustrazione, sulla fotografia, sull’arte visiva, al di là della street art, uno sguardo che diventa narrazione collettiva  e che si sviluppa su un tema attraversando lo spazio pubblico, facendolo con il supporto più effimero a cui siamo riuscite a pensare: la carta.

A proposito di carta. Avete scelto la carta perché effimera, non permanente. Nel mondo digitalizzato, dove tutto è più volatile, che valore assume questo tipo di supporto? Cosa vi affascina di essa?

Chiariamoci, non abbiamo preclusioni rispetto alla digital art ma noi realizziamo esperienze partecipate e condivise, esperienze in cui è fondamentale essere lì, in quel momento, in quella strada, nello spazio pubblico. La fisicità è imprescindibile e,per quanto i nostri interventi siano temporanei e destinati a non lasciare traccia per sempre, quello che proponiamo  ha una forte natura materiale e fisica. Nel 2013, quando è nato Cheap, eravamo incuriosite dalla carta e dalla poster art anche perché, in quegli anni, non se ne vedeva tanta in giro, forse era più conosciuta a Roma o in altri contesti. Qui non c’era la saturazione attuale, non molti artisti si misuravano con questo mezzo e così ci siamo lanciate.

Continuiamo a parlare di voi. Il team di Cheap è composto da sei donne e un tema di vostro interesse sembra essere quello della disparità di genere. E’ così?

Più che la disparità di genere, direi proprio che una delle energie che attraversa CHEAP è il femminismo. L’8 Marzo di quest’anno, in occasione dello sciopero femminista, abbiamo fatto un intervento di attacchinaggio in Viale Masini, un intervento che si può definire assolutamente femminista, realizzato in collaborazione con l’artista MP5 e con la complicità di Non una Di Meno Bologna. Inoltre, in altre occasioni, abbiamo collaborato con le Guerrilla Girls, una formazione artistica e di attiviste femministe. Abbiamo anche fatto una campagna con il  MIT, Movimento Identità Trans, per supportare una delle loro battaglie principali, quella per l’ottenimento del cambio di sesso sul proprio documento di identità senza l’obbligo di ricorrere all’operazione chirurgica. Ancora, subito dopo la strage di Orlando, abbiamo lanciato la campagna “Shoot me”  (“Sparami”) con l’artista Gianluca Vassallo, in cui sui manifesti vi erano una serie di fotografie di coppie omosessuali che si baciavan. Direi che i temi del femminismo, di un femminismo     che è transfemminista, hanno sempre attraversato CHEAP in tutti questi anni.

Ci spieghi meglio: quale è il vostro modo di intendere e interpretare il femminismo?

Sì, partiamo però da un presupposto: noi non siamo un collettivo politico, non abbiamo scritto una manifesto della nostra idea di femminismo. Tuttavia, tenendo conto della nostra esperienza come CHEAP e rispettando le nostre diverse sensibilità personali, posso affermare che siamo chiaramente vicine ad un’idea di femminismo intersezionale.

Per concludere: voi vi occupate di arte e di cultura. Cosa pensate dell’ondata di censura politically correct che in Occidente, più in particolare nei paesi anglosassoni, ha invaso anche il vostro ambito?

Qui non posso che rispondere secondo la mia personale sensibilità, a questa domanda non posso rispondere per Cheap.

Certo, ci mancherebbe, non c’è problema, ci racconti.

Bene. Partiamo dal presupposto che la sola parola “censura” mi fa venire l’orticaria. Tuttavia ritengo fondamentale questa analisi: al di là del veicolo o dello strumento usato, dall’arte, a dei volantini, a un discorso tra amici, la libertà di espressione, a mio avviso, deve incontrare un limite quando diventa “discorso d’odio”.

Per quanto riguarda i paesi anglosassoni, per esempio, in cui c’è il concetto di “hate speech”, penso ci sia maggior cognizione di causa rispetto a quello che rimane dentro ai limiti  della libertà d’espressione e quello che li oltrepassa divenendo mero discorso d’odio. In questo senso noi abbiamo una legislazione debole, non c’è una legge speciale e specifica che riconosce “l’ hate speech” come reato. Per esempio, prendiamo il caso della Presidente della Camera emerita, Laura Boldrini, che è stata insultata in ogni modo e che è stata raffigurata con un pupazzo bruciato in piazza da un partito che  oggi si appresta a formare il nuovo governo (Lega Nord). Ecco, questo livello, questo scadimento, altrove non viene raggiunto perché ci sono delle leggi che vietano tali comportamenti. Bisogna stare attenti a parlare di censura in senso assoluto, bisogna contestualizzare per poter giudicare cosa è censura e cosa no.

Allora le faccio qualche esempio, così mi dice cosa ne pensa:

  • I romanzi di “Mark Twain” eliminati dai programmi di studio di diverse università americane perché ritenuti razzisti e schiavisti.
  • Il “Grande Gatsby” considerato un romanzo sessista e per questo messo all’indice.
  • Il quadro “Ila e le Ninfe” di John William Waterhouse (1896), anch’esso considerato sessista e per questo messo in cantina dalla Manchester Art Gallery, proprio come fece Stalin con molti dei quadri che abbiamo potuto vedere alla mostra “Revolutija” qua a Bologna, al MamBO.

Potrei andare avanti…

Le rispondo con una provocazione: tutti e tre gli autori sono uomini, spero che in questo modo venga dato spazio a tre donne.

Ultima domanda davvero. Ha citato Laura Boldrini, non mi interessa approfondire il personaggio, non è questa la sede. L’ex presidente della camera però ha parlato di abbattere l’Obelisco Mussolini a Roma, al Foro Italico. Che cosa pensa a riguardo?

Per rispondere mi rifaccio alla mia esperienza in Germania. Ora vivo qui, in un paese che, più del nostro, ha pagato per i propri errori. Qui sono state eliminate tutte le effigi naziste. La denazistificazione del paese non ha creato neppure dibattito. Il cambiamento è passato anche da questo.

Noi usiamo salutare i nostri ospiti chiedendogli di proporci un brano musicale, una canzone o una traccia da loro proposta. Lei come ci saluta?

Con un pezzo tratto dalla Miseducation of Lauryn Hill,  Everything is everything.

Cos’hanno in comune Newton e Caravaggio?

Intervista al Presidente della fondazione Golinelli a cura di Francesco d’Errico

Fondata nel 1988 dall’imprenditore e filantropo Marino Golinelli, l’omonima Fondazione si è occupata fin dal suo primo giorno di formazione culturale per i giovani, spaziando, senza mai porsi limiti, dall’arte alla scienza. Tante le iniziative messe in campo nel corso degli anni, dalla “Scienza in Piazza”, che dal 2005 al 2014 ha trasformato la città in un laboratorio a cielo aperto, al “Giardino delle Imprese”, nato per valorizzare e promuovere la cultura imprenditoriale tra i giovani, fino alle più recenti costruzioni dell’ “Opificio Golinelli” e del “Centro di Arti e Scienze”, quest’ultimo inaugurato nell’Ottobre del 2017.

Dall’1 Aprile del 2016 è diventato Presidente della Fondazione Andrea Zanotti, Professore Ordinario di Diritto Canonico dell’Università di Bologna, che ha ricevuto il testimone dal fondatore e con cui abbiamo parlato della Fondazione, della situazione del settore cultura a Bologna, di come la città abbia nel suo dna un gene europeo non del tutto valorizzato e di molto altro.

Professore, lei non è originario di Bologna, si è avvicinato alla città grazie all’Università. Ci racconti come è venuto a contatto con la fondazione Golinelli.

Il mio rapporto con la Fondazione Golinelli esiste fin dalle sue origini. Neonata, nel 1988, la Fondazione cercava un Segretario e Marino Golinelli, per questa ricerca, si affidò all’allora rettore dell’Università di Bologna Fabio Roversi Monaco, il quale mi indicò all’imprenditore. Dunque, ho seguito la Fondazione fin dalla sua nascita, prima in qualità di Segretario, poi di Consigliere del Consiglio di Amministrazione, di Vice-Presidente fino a diventarne, da ultimo, Presidente.

 Quali sono gli obiettivi  della Fondazione? E quale il vostro modus operandi, il vostro approccio rispetto ai temi che affrontate nelle vostre attività?

Partiamo da lontano. La nostra società deriva da una concezione otto-novecentesca, da un’idea di società segmentata, polarizzata, caratterizzata da una forte specializzazione sociale, che prevede un luogo specifico per ogni cosa: il luogo dove si studia, il luogo dove si fa ricerca, il luogo dove si fa formazione, il luogo in cui si produce, e così via. Ora, dal punto di vista dell’innovazione, tutto questo ha garantito una certa funzionalità soltanto fino a quando l’accelerazione della storia è stata controllabile. Oggi, però,  non lo è più.

Derivando da quel tipo di società, sulla via dell’innovazione, il tempo che si impiega ancora oggi, per studiare, ricercare, progettare, brevettare un prototipo e andare finalmente in produzione,  è un tempo enorme, troppo lungo, fuori dalle dinamiche odierne. Il percorso dell’innovazione va accorciato: bisogna creare luoghi di contaminazione dove si pensa e si produce, fin dall’origine, insieme. La fondazione va in questa direzione.

Oggi non c’è più tempo di insegnare la teoria astratta e poi l’applicazione, bisogna farlo in un’unica unità di tempo e orientare, abbattendo le divisioni da cui proveniamo, il momento creativo già alla produzione.

Un luogo come questo non c’è in Italia, probabilmente neppure in Europa:  quello di creare un luogo in cui abbattere le barriere appena descritte è un tentativo che noi vogliamo fare e che con la creazione dell’Opificio, stiamo già tentando di mettere in atto. Per esempio, l’idea di unire in un’unica sede una scuola di dottorato di big data, un centro arte e scienza, e anche un incubatore per giovani imprese, significa esattamente cercare di unire tra loro le diverse componenti di un processo che deve essere unico.

Un modello del genere non è interessante soltanto per Bologna: ma per tutto il territorio nazionale. Quando noi italiani riusciamo a unire funzionalità, l’intelligenza, bellezza – e dunque arte e scienza – facciamo cose straordinarie, cose che nessun altro al modo sa fare. In questo territorio, qui vicino a noi, a Modena,  ne abbiamo un esempio importante:  la Ferrari. La Ferrari non ha problemi di mercato perché fa cose che funzionano, veloci e belle. Quando noi italiani riusciamo a sintetizzare in un unico prodotto queste diverse caratteristiche, non dobbiamo temere ne la concorrenza del Giappone, ne della Cina o degli Stati Uniti.

Fondazione Golinelli si occupa da sempre di Scienza e di Arte, mondi che, a prima vista, sembrano essere molto distanti. Come coniugate fra loro queste due materie apparentemente lontane?

Il rapporto tra Scienza e Arte è un rapporto molto controverso che è venuto modificandosi nel tempo. Penso che all’origine ci fosse un rapporto di stretta colleganza tra le due, dato dal fatto che il meccanismo che porta al gesto artistico e quello che porta alla scoperta scientifica sono dello stesso segno. Operano entrambi nell’ordine della discontinuità, non c’è differenza, a livello di operazione mentale, tra l’idea che ha avuto Caravaggio per rappresentare la luce in un certo modo, l’intuizione di Lorenzetti per rendere la prospettiva nelle sue opere o quella newtoniana della mela che cascandogli in testa lo porta a interessarsi e e poi a scoprire la legge di gravità.

I processi mentali e i gesti dell’arte e della scienza sono simili sia dal punto di vista del loro farsi che del loro collocarsi. Questo nesso di colleganza si è spezzato quando fatto la scienza ha intrapreso sentieri di specializzazione, allontanandosi da questa matrice. Oggi, a dir la verità, bisognerebbe addirittura chiedersi se la scienza esista ancora o se esista solo la tecnica. L’arte è rimasta, tutto sommato, negletta e ai margini di questo ragionamento.

C’è una frase di Nieztsche sul rapporto tra Scienza e Arte che trovo molto convincente;  ne “ La Gaia Scienza” il filosofo afferma che non è affatto vero che la scienza è progredita per via empirica, “labolatoriale”, essa piuttosto è progredita perché ha saputo immaginare dei mondi nei quali poi inscrivere utilmente risultati delle ricerche. E aggiunge ancora, che non è la scienza il luogo in cui l’uomo è processato eminentemente per metafore: questo luogo è l’arte. Da ciò deduce, con folgorante conseguenzialità, che l’arte è il luogo scientifico per eccellenza. Io sono perfettamente d’accordo.

Oggi viviamo un’epoca di cambiamenti repentini, in cui anche l’ultima novità rischia di divenire obsoleta dopo pochi secondi. Riprendendo il titolo di una mostra che avete ospitato nel vostro Centro Arti e Scienze, siamo  davvero davanti a un futuro “Imprevedibile” al quale dobbiamo prepararci senza sapere come sarà. Lo sviluppo e la formazione culturale, soprattutto rivolti verso i più giovani, possono davvero darci gli strumenti idonei ad affrontare questo futuro?

Ci sono due modi per provare a decodificare il volto del futuro e noi, come Fondazione Golinelli, li abbiamo scelti entrambi. Il primo è legato all’evoluzione della statistica e alla scienza computazionale. Ormai, infatti, è convincimento comune che il tema dei big-data sia una chiave di lettura del futuro. Anche dati statistici, che presi singolarmente appaiono poco interessanti, infatti, quando vengono analizzati in grande quantità, diventano piattaforme di partenza indispensabili per chi determina le scelte economiche e produttive.

Il secondo, che non rispecchia l’aspetto artistotelico computazionale ma semmai l’aspetto platonico intuitivo e più profetico, consiste nel comprendere, non tramite un sistema deduttivo ma un sistema induttivo, le strade che prenderà il futuro. Qui entra in gioco il rapporto tra arte e scienza che noi esploriamo. Il futuro oggi è certamente imprevedibile, le velocità che si producono sono tali da non essere colte. Tuttavia, con entrambi gli approcci appena descritti, possiamo almeno provare, da un lato a immaginare il futuro e dall’altro ad approntare degli strumenti per cui l’imprevedibilità non ci trovi del tutto impreparati.

Quanto e come incide lo sviluppo della tecnologia e della tecnica sulla produzione culturale? Fondazione Golinelli, in ogni sua attività, pare affidare ad essa un ruolo di grande rilevanza alla tecnologia, dal progetto del “Giardino delle Imprese” pensato per giovani imprenditori o al progetto “Educare ad Educare”, rivolti a insegnati e docenti…

Bisogna prendere atto che forse i termini del problema oggi sono rovesciati. La tecnica non è più uno strumento che l’uomo piega ad un fine. E’ stato così fino alla conquista della luna, un tempo nel quale dall’ippogrifo di Ariosto fino alla luna di Leopardi, l’uomo sognava cosa c’era lassù e ha creato degli strumenti in grado di soddisfare questa curiosità, una curiosità che si poneva come un fine. Da lì in avanti la tecnica ha teso a porsi non come uno strumento ma essa stessa come il fine. Questo produce e fa sorgere una serie di problemi non banali perché si genera anomia, mancanza di significato.  La tecnica per sua natura non è narrativa, non spiega a che cosa serve una certa funzione, ha un linguaggio kick off, che ti dice soltanto che cosa si può o non si può fare, non ti dice a che cosa è finalizzata. Il tema sui cui interrogarsi è questo: come può l’uomo adattarsi a vivere senza un significato? Per provare a rispondere non ci si può dimenticare che l’uomo prima di tutto è un animale simbolico ed ha una struttura simbolica.

Quando lei è arrivato Bologna, era al centro della produzione culturale, dalla politica, alla musica, passando per il fumetto e l’illustrazione. Oggi invece? Bologna è ancora una città creativa?

Innanzitutto bisogna prendere in analisi la Bologna delle origini. Bologna è fondamentalmente una città conservatrice. E’ la città della legazia pontificia e questo non dobbiamo dimenticarlo. Emblematica, in quella fine anni Settanta, l’ultima campagna elettorale del sindaco Zangheri che in Piazza Maggiore disse: “Bisogna votare perché Bologna rimanga com’è”; un affermazione che è un manifesto di conservatorismo puro. E’ un distillato di conservatorismo. Tuttavia, Bologna ha, nel suo patrimonio storico, un grande gene, straordinario, che è l’Università. L’Università è il vero enzima metropolitano, enzima di cambiamento che questa città ha sempre posseduto e possiede tutt’ora. Il rapporto tra studenti e popolazione è virtuosamente, da sempre, di 1 a 4. Sin dal suo nascere, l’Università garantisce una piattaforma internazionale alla città. Bologna si nutre di questo e conosce le sue stagioni migliori quando questa linfa viene liberata, checchè ne pensino i bolognesi.

Questo è uno di quei periodi?

No, perché a Bologna da questo punto vista, pensando anche solo al ’76-’77, in cui l’epicentro era, nel bene e nel male, nel movimento studentesco, c’era comunque un fermento diverso. In quel movimento c’erano comunque diversi aspetti interessanti, ma anche gli anni successivi hanno contribuito a riportare Bologna al centro della vita sociale, intellettuale, politica. La celebrazione del IX Centenario dell’Università nel 1988, è stato un momento di propulsione straordinario. In quel periodo ho visto la città diventare punto di riferimento europeo, forse mondiale, per il dibattito sull’alta formazione. Quella spinta contribuì per esempio a portare un bolognese, Prodi, al governo: e in quel governo diversi ministri erano professori del nostro ateneo. Negli anni successivi si è assistito ad un declino: l’asse portante si è spostato tra Milano e Roma. Bologna, per quanto rilevante, oggi, non è più, l’epicentro del dibattito culturale. Per tornare ad esserlo deve liberare nuovamente le forze che girano intorno al flusso dell’ambiente universitario.

Proprio tenendo conto della presenza dell’Università, Bologna, al di là dei suoi aspetti più provinciali, può aspirare a diventare davvero una “città europea”? Da ultimo ciò è fonte di un intenso dibattito…

Bologna ha nel suo dna una vocazione europea. Se si pensa al XII e XIII secolo, le grandi capitali europee erano due: Parigi per lo studio teologico e  Bologna che era la patria del diritto. I due fari della cultura europea erano Bologna e Parigi. In questo passato è inscritta la caratura europea della città, un’anima che risale come un fiume carsico in superficie a seconda delle epoche storiche. La vocazione europea è inscritta nella sua storia.

Vista da fuori, tuttavia, da un non bolognese di nascita, a Bologna manca un pizzico di umiltà. Bologna tende a compiacersi molto di sé,  della piacevolezza della sua vita e di ciò che si svolge dentro le mura. Da questo punto di vista dovrebbe avere più fame.  Certo, ci sono aree strategiche che sono cresciute negli anni, dall’aereoporto alla fiera, a un sistema urbano che si  è evoluto in metropoli urbana e a cui non mancherebbe nulla per farne una capitale europea.  Però servirebbero meno presunzione e più convinzione.

E poi io un’idea su questo tema l’avrei, posso suggerirla?

Certo, prego.

Bologna, in Europa in disfacimento, ha davanti a sé una possibilità. Guardando bene l’Europa, vediamo un tessuto fatta di città medio-piccole, ognuna con un proprio principio di individuazione molto forte. Il contesto europeo è formato da questo insieme straordinario di diversità cittadine. In questo momento abbiamo un’Europa che non ha una dimensione politica e questa dimensione non può che essere costituita da un movimento che debba vedere le città come protagoniste, un movimento che potrebbe portare all’elaborazione di una Carta Costituzionale Europea. Gli unici legittimati a scrivere una carta del genere oggi probabilmente sono proprio i sindaci, perché i più vicini alla gente, in quanto ultimo anello di articolazione della società civile.

Se Bologna, che per prima nella storia, nel 1200, con il Liber Paradisus, ha abolito la schiavitù e ospita la più antica facoltà di diritto d’Europa, si proponesse come promotrice di questo movimento, con l’obiettivo porlo all’attenzione di questo continente così vecchio e malandato, penso che potrebbe aprirsi un’importante percorso per riportare Bologna– partendo dalle città gemellate e più vicine nell’amicizia –  a quel primato europeo che una volta aveva e che adesso non ha più.

In qualità di Professore, lei vive la zona Universitaria quotidianamente. Si è mai interrogato su possibili soluzioni per il tanto discusso disagio della zona Universitaria? Che idea si è fatto su questo argomento?

Non servono scienziati per individuare e decodificare il disagio della zona universitaria, segnatamente  quello di Piazza Verdi e di Via Petroni. Penso che sia passato un patto sociale scellerato, per il quale ogni comunità tende a scaricare i propri punti di criticità su un luogo, battezzandolo come nave dei folli, dove è possibile tutto e il contrario di tutto. In questo senso, non si è fatto nulla di serio negli ultimi anni per cercare di rendere l’asse tra Piazza Verdi e Via Petroni un luogo di città aperto e vivibile. Si è deciso di considerarla una zona franca, dove frange studentesche e frange di sottoproletariato possono avere un luogo di libera frequentazione non controllato e non inserito nel contesto urbano. Credo che questo degrado sia intollerabile e penso che non sia una questione di cui si debba fare carico l’Università, sarebbe troppo facile ogni volta scaricare il degrado sul Rettore di turno.

Andrebbe organizzata, al contrario, un’operazione concertale tra Ateneo, Comune, Prefetto, Forze dell’Ordine che devono agire di concerto. In questo senso l’indicazione di una politica urbanistica che formi un tessuto connettivo credibile sarebbe importante per la città.

E la presenza nella zona di eventi culturali o artistici potrebbe migliorare la situazione?

Certo potrebbero essere utili. Tra l’altro è inevitabile che nei luoghi dove vi è incontro di giovani, di generazioni studentesche, cioè di ragazzi che vanno dai 18 ai 25-26 anni, vi sia dell’allegra confusione.

Chi viene a studiare da fuori e compone quella linfa importantissima di cui parlavo prima, viene a Bologna per un’esperienza di vita complessiva dove è impossibile distinguere tra studio, frequenza a lezione, divertimento, musica e altro. La vita è un continuum di cose. Questo di per sé può rendere Bologna estremamente interessante. Ma renderla interessante e renderla degradata sono due cose molto diverse.

ILA E LE NINFE

Un’ultima domanda, prima di concludere, che rivolgiamo più al Professore di Diritto Canonico che al Presidente della Fondazione Golinelli, per analizzare un fenomeno che da ultimo caratterizza il mondo dell’arte nel mondo occidentale: la censura del politically correct. Gli esempi in questo senso si sprecano, uno dei casi più evidenti è quello della Manchester Art Gallery dove il quadro “Ila e le Ninfe”di John William Waterhouse, (1896), è stato nascosto al pubblico perché ritenuto sessista (il quadro rappresenta delle ninfe nude che tentano un giovane uomo nudo). Lei cosa pensa di questo fenomeno da studioso?

Io sono per il politically uncorrect.

Penso che viviamo un periodo di stupidità da questo punto di vista e, soprattutto, penso che la teoria dei diritti soggettivi non possa essere piegata fino alla sua perversione secondo la quale, ogni desiderio al mondo, debba essere riconosciuto e difeso dagli ordinamenti giuridici. Questa io la trovo  una barbarie. Così come trovo ridicola, per esempio, l’esasperazione di tutte le questioni di gender che nella loro proiezione parossistica, tendono ad essere più puritane dei puritani. Ma più puritano del puritano c’è solo il ridicolo.

Noi usiamo salutare i nostri ospiti chiedendogli di proporci un brano musicale, una canzone o una traccia da loro proposta. Lei come ci saluta?

Scelgo le prime cose che suonavo con la chitarra. Da una parte “Blowing in the wind” di Bob Dylan e dall’altra “Il Suonatore Jones” di De Andrè. Due canzoni in cui ci sono due cose molto importanti: la polvere e il vento.

Essere cercatori di vento è una buona cosa.

Perché Bob Dylan non è meno di Stockhausen

Nato a Bologna il 2 marzo 1952, Mauro Felicori, è stato per gran parte della sua carriera professionale dirigente del Comune di Bologna nel settore della cultura. Primo laureato della sua famiglia, “come Guccini”, dall’ottobre 2015 è direttore generale della Reggia di Caserta, dove ha messo in atto una vera e propria “rivoluzione culturale” sostenuta dai numeri e condivisa da molti ma anche messa discussione da diversi critici. Con il Direttore abbiamo parlato dell’attuale situazione del turismo in Italia, della Riforma Franceschini, della sua e nostra Bologna e persino di Bob Dylan e Stockhausen. Una lunga chiacchierata per capire come sia possibile e perché sia importante rendere i beni culturali economicamente produttivi e per scongiurare la fobia dell’intervento privato nel mondo della cultura.

In realtà non conosciamo l’Italia

Noi l’Italia non la conosciamo. Sappiamo a memoria il lungo elenco dei suoi problemi strutturali, e magari abbiamo anche idea di come affrontarli, ma non siamo nemmeno in grado di indicare le preoccupazioni che affliggono le famiglie nelle nostre periferie. Siamo gli aristocratici europei, che nei secoli passati passeggiavano per la penisola leggendo Orazio e credendo di essersi inebriati di spirito italico. Non si può dire di conoscere un paese se non si capisce cosa prova il suo popolo. Che come ogni popolo ha due caratteristiche fondamentali: apprezza chiunque lo stia ad ascoltare (possibilmente dandogli ragione), e difficilmente offre una seconda possibilità quando si sente tradito. A dire il vero, in democrazia ce n’è anche una terza: quando il popolo vota, si prende le sue rivincite. Tutto normale, che come sempre non vuol dire giusto: le rivincite curano l’orgoglio, ma non i problemi, che anzi si ammassano fino a franarci addosso facendoci più male di prima.

 Però possiamo consolarci: non siamo più i soli a non conoscere l’Italia. Molti si sono uniti a noi in questi anni in cui nulla sembrava essere cambiato, mentre tutto è stato stravolto. Oggi ci fanno compagnia una schiera infinita di quotidiani, giornalisti, intellettuali, commentatori, media di vario calibro. Interpretano nicchie sempre meno rappresentative, e influiscono su un’opinione pubblica sempre più ristretta. Non è colpa loro se il mondo è cambiato rapidamente, ma di certo non si sono adattati. E se non lo faranno in fretta, i danni ricadranno su tutti noi.

Globalizzazione, digitalizzazione e disintermediazione lavorano in perfetta armonia. La globalizzazione, immatura e incontrollata, ci consegna un mondo fatto di pochi vincitori (noi siamo fra questi) e di molti vinti. La digitalizzazione offre ai vinti innovative forme di comunicazione. L’effetto è l’ennesima disintermediazione: inascoltati, delusi e frustrati, i vinti non chiedono coerenza nelle risposte, ma attenzione per le loro domande. Perciò comunicano su canali nuovi e incontrollati, si riscoprono come un unico popolo, e attendono un leader che ricordi loro come funziona la democrazia. Il nuovo equilibrio si mantiene per qualche tempo, ma presto anche il nuovo leader diventa vecchio: viene triturato dalla velocità con cui le informazioni circolano e sbugiardato dalla semplicità delle promesse che inevitabilmente non potrà mantenere. Domenica i vinti si sono presi la loro rivincita, nel segreto dell’urna. La “sinistra”, sempre meno interessata ad ascoltare le loro opinioni, continua a morire sotto i colpi della disintermediazione. Matteo Renzi ha cercato di trovare una nuova chiave di lettura, e ha fallito. La maggioranza dei presunti leader che affollano le sue sponde è affondata con lui, e a differenza sua nemmeno ha ancora capito la gravità del problema.

Conosciamo i problemi dell’Italia e, a differenza di altri, abbiamo anche alcune idee realistiche su come risolverli. Ma questo paese, nel profondo, non lo conosciamo. E, d’accordo, da Matteo Salvini è inaccettabile prendere lezioni. Ma dal Movimento 5 Stelle qualche ora di ripetizione potremmo accettarla, per imparare di nuovo come si fa ad ascoltare tutti i cittadini, e non solo quelli a cui piace ascoltare noi. Prima che anche Luigi Di Maio venga sommerso tra i flutti del dissenso, e prima delle prossime elezioni. Forse c’è ancora tempo, aspettando che il mondo cambi ancor più radicalmente. Perché presto succederà.

Alessandro Cillario

THE HEEL

Quando toccava alla Puglia eravamo sereni perchè negli ultimi anni ha tirato fuori molto alla cultura di questo paese grazie ad artisti, facilmente esportabili all’estero, e a una serie di persone che lavorano nel settore e alcune sono pure riuscite a creare il Cellamare Festival, mica male. Noi abbiamo scelto 40 canzoni, potevamo arrivare a 2000. Che bello il fermento del tacco Italiano!

SARDÌNNIA

Una terra caratteristica e molto più profonda di quanto possa apparire, quando arrivi in Sardegna ti sembra di vivere in un altro mondo eppure musica e cultura hanno un sapore sperimentale, antico e anche contemporaneo che sa spaziare dal mondo hip hop a quello rock ma con la grande capacità di miscelarsi. Ecco a voi, come abbiamo sentito il nuovo sottobosco Sardo.

 

TURIN

Una volta sopra a un muro che abbiamo visto nel centro storico c’era scritto: Torino fa rima con Berlino. Raccontare l’arte e il pensiero urbano e contemporaneo di questa città non è facile perchè, semplicemente, rappresenta spesso la pancia del nostro paese. E noi vogliamo farla suonare così, con queste 30 canzoni che non è stato semplice selezionare.

Come te lo racconto un movimento di persone, che oltre le antipatie, i gusti personali e qualche invidia riesce ad influenzarsi e captare quel tanto che basta per esportare un suono, una città fuori dalle mura amiche? Così sembra un bel po’ retorica, col finale a lieto fine che fa incazzare quei 4 intellettuali e rende gioia ai lettori meno consapevoli. Eppure Bologna e la sua scena musicale, sono questa roba qui: una storia positiva con un finale che fa storcere il naso a tutti. Guerre fra locali ma fino a un certo punto, guerre fra negozi di dischi ma fino a un certo punto e guerre fra progetti musicali ma fino a un certo punto. Noi all’epoca creammo una web radio, poi qualcuno creò una web radio, nelle radio fm non ci cacava nessuno perchè eravamo troppo. Troppo piccoli, troppo inesperti, troppo di destra (?), troppo brutti, troppo poco intelligenti. Vabbè eppure come te la raccontiamo la #scenaBolognese? Ancora con questa retorica provinciale del vogliamoci bene e vinceremo insieme? No magari questo no. Magari non sappiamo spiegartela. Vabbé facciamo che piazziamo una gallery di cover dei dischi, senza spiegare nulla, quasi come se fosse un teaser sui recenti dischi usciti da progetti Bolognesi che hanno avuto un significato, nella maggior parte delle persone. Poi qualcuno condividerà, dischirotti (che racconta le copertine) forse si incazzerà, noi intanto facciamo così. Tanto a Bologna ci lamentiamo, non va mai bene niente. Eppure, eppure.

#SCENAVENETA

Criptica, intima e solitaria. La #scenaveneta sforna progetti in grado di raggiungere direttamente l’estero con un forte senso di contemporaneità. Abbiamo raccolto 40 protagonisti, qualcuno forse é stato dimenticato ma il percorso tracciato cerca di unire con coerenza una serie di protagonisti che hanno davvero qualcosa da dire. Fate partire questa playlist, sarà un viaggio anche dentro voi stessi.

ZENA

Per la nostra ricerca a Genova ci siamo fatti aiutare da Michele Ferrero, ovvero il sindaco della notte da noi già conosciuto come l’amico del sole. Abbiamo aggiunto qualche rapper affamato, perchè Zena è stata una grande terra di cantautori quindi le parole non sono mai state così importanti. Genova per noi dunque, ora però bisogna cliccare play e ascoltare.


Close