Ho chiesto a Calabi chi è Andrea Rota

In realtà delle canzoni non ci frega più un cazzo. Parte il pezzo, aspetti 35 secondi, poi parte il ritornello e magari iniziamo a cantare. Poi lo rifacciamo quelle 5/6 volte e niente, brano terminato, avanti il prossimo. La nuova ondata di musica Italiana, nonostante faccia bene alla maggior parte delle persone, si sta rivelando un grande bluff poichè la rincorsa al pop, genere spesso mostri privi di autenticità. Però volevo capirci qualcosa, allora ho scritto a Calabi che ultimamente ha rilasciato delle canzoni che mi sono piaciute, che ho ascoltato, che ho cantato, che ho condiviso con amici e che, per adesso, non ho ancora cestinato e dimenticato. Non è sicuramente la mia opinione quella che conta per influenzare o meno il mercato musicale e considerando le previsioni di successo che puntualmente sbaglio, non sono un tester da prendere in considerazione come affidabile. Dovevo capirci qualcosa di più, volevo farlo e infine l’ho fatto. Anche se giuro, non scriverò mai più di musica (frase che ripeto puntualmente da circa 8 anni).

Da Plastic Made Sofa a Calabi, perchè?

Perché no? È stato come rinascere, scrivere in italiano mi permette di esprimermi veramente per quello che sono le canzoni parlano di me. Certo il rock mi manca ma sono entusiasta del nuovo percorso artistico e poi nella vita bisogna rinnovarsi altrimenti si annoia e ci si annoia. È stato tutto molto naturale comunque, nessuna forzatura, semplicemente un giorno ho preso in mano la chitarra e mi è venuto da cantare in italiano. È passato solo un anno. E da lì non mi sono più fermato.

Non fraintendermi, a me piace moltissimo la musica e sono stato uno dei primi – credo – ad esaltarsi con le tue canzoni e penso che sia un prodotto veramente di qualità, però è naturale che in molte persone possano pensare: beh, fino all’altro giorno aveva un progetto in lingue inglese e ora canta in Italiano. Come per te, anche per molti altri, come spieghi questo passaggio?

È un passaggio di maturità. E non parlo di maturità artistica ma umana. Sento di avere qualcosa di bello da esprimere e voglio mettermi a nudo e questo posso farlo autenticamente soltanto usando la mia lingua.

Trovi che per tutti sia una questione di maturità? Mi spiego meglio, delle volte sembra perdersi un pochetto di autenticità in questo passaggio.

Ciascuno ti darà il proprio punto di vista, non mi sento di rappresentare una categoria. Posso dirti che quando riascolto le mie canzoni e rileggo i testi mi emoziono. A volte piango. Queste canzoni parlano di me e di quello che ho vissuto negli ultimi anni. E sono stati anni emotivamente molto intensi. Cosa c’è di più autentico che parlare di sé stessi?

Calabi HMCF

 

Come artista invece come vivi questo momento? Playlist, follower su instagram e possiamo dirlo, diversi riflettori che si accendono e spengono più facilmente.

Riguardo alla dimensione social, non sono mai stato particolarmente a mio agio in questa dimensione, sono perfettamente consapevole del fatto che i numeri sono spesso drogati e che le mode passano facilmente, per questo cerco di scrivere canzoni e testi che penso possano durare e non invecchiare tra un anno. Insomma, il mio percorso è appena iniziato. Per ora sono solo nell’etere ma tra poco ritroverò la dimensione dei live, non vedo l’ora di farlo.

Parlando di musica invece, cosa ha influenzato Calabi?

Penso sia un passaggio fondamentale, due filoni di ascolti: la musica Italiana d’autore degli anni 50/60/70 e la musica cosiddetta itpop degli ultimi anni. La prima mi ha dato ispirazione soprattutto per il songwriting. Tieni conto che io sono uno di quelli che ancora scrive in camera sua con la chitarra o il piano. Gli ascolti itpop mi hanno ispirato molto sul tipo di produzione, e sulle possibilità di dare una forma moderna ad un testo d’amore.

A me piace sempre chiedere agli artisti se c’è qualcos’altro che possa averli influenzati. Film? Libri? Dai, un qualche scrittore ci sarà sicuro.

Esperienze mie umane tantissimo, la fine di un amore e l’inizio tormentato di un altra storia. Leggo molto e mi aiuta a trovare fluidità nella scrittura, ma non ricerco ispirazione per i testi che invece nascono sempre in maniera molto istintiva, certe volte mi pare quasi di vomitarli come se fossero già lì.

Calabi a Sanremo?!

Perché no? suonare con un orchestra è uno dei miei sogni sarebbe bello provare a mettere quel tipo di vestito alle mie canzoni. Abituato ai synth il calore dell’orchestra potrebbe avvicinarle a come le ho scritte.

Quindi possiamo dire che Calabi vuole avere un respiro popolare come progetto?

Calabi ha l’ambizione di emozionare. Scrivo canzoni melodiche, non amo la musica strana o alternativa a tutti i costi. Mi emoziono con le canzoni di Venditti. Se per respiro popolare intendi Sanremo, penso che alcuni miei brani potrebbero starci bene in quel contenitore e io come artista non avrei forme di snobismo a riguardo, anzi. Detto questo, la mia non è una scrittura finalizzata. Scrivo quello che sento e lo faccio nella maniera più naturale possibile e senza filtri o pre concetti, senza pensare a dove voglio arrivare…

Se per popolare intendi POP, assolutamente si.

E oltre Calabi c’è anche Andrea Rota. Chi è Andrea Rota?

Andrea è un ragazzo di 32 anni laureato e dottorato in fisica teorica,  che da quando era piccolo coltiva la passione per la musica, lavoro con i bambini,  meravigliosi. Scrivo libri di didattica della matematica, percorsi innovativi e sperimentali, cerco di trasmettere la bellezza e l’eleganza della matematica.

Sacrificheresti Andrea per Calabi?

Questa è una domanda bellissima. Penso la più bella che mi sia mai stata rivolta in intervista. Penso che Calabi senza Andrea si svuoterebbe, ho sempre avuto bisogno di un contrappeso alla mia vita artistica per restare faticosamente in equilibrio. Senza il contrappeso della vita reale, penso che andrei alla deriva. Ho sempre avuto bisogno di stimoli altri rispetto alla musica e non ho mai desiderato di occuparmi soltanto di questo. Certo a volte tenere insieme tutto mi costa una gran fatica ma non vorrei rinunciare a niente di quel che faccio in questo momento.

Questo ti fa onore, non so in quanti avrebbero risposto sinceramente così. Io per concludere chiedo sempre una domanda molto stupida: vuoi anche tu fare la rivoluzione oppure no?

Mi sono impigrito negli ultimi anni da questo punto di vista, non vado a una manifestazione da una vita. Questa dimensione di modernità social ci rende tutti un po’ più egoisti e un po’ più soli non ci si appassiona più per cause comuni e si coltiva il nostro orticello. Non ci sentiamo rappresentati e non vogliamo rappresentare nessuno se non noi stessi. L’unica rivoluzione è quella digitale e la subiamo. L’unico modo che ho per combatterla é la forza di un pensiero irrazionale, per stare a galla in questo magma virtuale.

Ti fa paura la rivoluzione digitale? ti mette un pò di ansia?

Ci ho scritto un testo. La risposta è: sì moltissimo. Passata la rivoluzione digitale, stai certo che nessuno ci verrà a salvare. Non sono io, e non sei tu.

Uno spaiato posto fisso

È primavera, l’inverno ormai è terminato e nonostante la pioggia a giorni alterni, questo clima di cambiamento ha spinto fortemente la mia persona a prendere decisioni importanti, soprattutto dopo Margot, l’aumento del mio stipendio grazie a Damiano e altre cose tipo il ritrovamento di alcuni calzini spaiati dietro il mobile della cucina, pieni di polveri e ormai sedimentati nell’intonaco del muro. Non proprio un grande affare, ma ricordo ancora che nello spazio temporale in cui ho smarrito quei calzini sono cambiate tante cose nella mia vita.
Oggi faccio il mio “nuovo primo colloquio di lavoro” a distanza sempre di quel famoso spazio temporale non definito e figlio di un posto fisso alienante, ma pur sempre posto fisso e soprattutto, posto fisso ben retribuito con tanto di aumento. Però saranno i calzini ritrovati, Margot o più semplicemente il fatto che non fa più così freddo e la pioggia è diventata quasi abitudine sulla propria pelle.

Mi prendo la mattina, Damiano non è a conoscenza di quanto sto facendo eppure ho letto che in questa nuova società, creata da alcuni coetanei, cercano persone in linea perfetta con la mia esperienza ma soprattutto con le mie passioni.
Dinamismo, colori, poster, fantasia ma soprattutto simpatia e nessuno in abito firmato. Mi riceve Luca, che è un ragazzo piuttosto alto ma soprattutto più giovane di me. Luca ha studiato, si è documentato, ha fatto le sue esperienze, poi è riuscito nel suo sogno o almeno dice la frase «non rischi non vinci». Luca con la sua società lavora per la comunicazione legata all’impresa e con il passare del tempo mi coinvolge sempre di più nel suo progetto con frasi tipo «siamo gli unici a rovesciare il concetto di imprenditoria Italiana». Per me, abituato a passare da uno studio legato alla finanza, dove le mie mansioni sono rispondere al telefono e fare fotocopie, queste parole suonano come benzina necessaria ad azionare tutti i miei istinti nascosti. Quelli che se uscissero con Damiano al lavoro mi permetterebbero di dire ogni tanto no, mentre con Margot almeno di riuscire ad arrivare in tempo prima della sua partenza. Questione di immobilismo, conservazione e soprattutto «lasciar correre le cose» che poi se le cose vuoi davvero lasciarle correre, non è che ti puoi lamentare dopo se corrono così veloci che non riesci manco a ritrovare i tuoi calzini spaiati nella casa in cui vivi da solo.

Luca mi convince. Qualcosa dentro di me sta cambiando con il passare del tempo. Contemplo e capisco finalmente l’importanza del tempo in questo colloquio di lavoro e oltre a non fossilizzarmi su piccoli dettagli come sempre mi accade, sono quasi disposto ad accettare di buttarmi in questa nuova avventura già da oggi pomeriggio.

«Mi hai convinto, davvero mi hai convinto. Andiamo a fare questa rivoluzione insieme!» interrompo Luca in modo entusiasta.

«Il tuo progetto mi piace ed è qualcosa in cui ho sempre creduto anche io, soprattutto nella vita di tutti i giorni.» Luca sorride, Luca mi stringe la mano. Poi Luca abbassa la testa, prende alcuni fogli, mi fissa guardandomi negli occhi e mi gira una proposta di contratto. «Sarebbero 6 mesi, retribuiti come uno stage a 350€ al mese, poi dopo si ragiona insieme in base a come sta andando la società e i lavori che ci stanno entrando.»

Nel mentre ascolto, ma soprattutto leggo la proposta di lavoro, nell’ufficio stanno sistemando computer nuovi e soprattutto scrivanie fresche figlie del design Italiano e sicuramente costose, con tanto di frigo bar vintage e musica jazz in sottofondo che risuona calda sopra il parquet nuovo, appena sistemato. Intorno a me, si vive uno scenario di cambiamento, Luca gira le spalle e io mi ritrovo con un contratto in mano da firmare che prevede una riduzione dell’80% di guadagno rispetto al mio attuale lavoro.

«Dovrei lavorare 8 ore al giorno come stagista? Ma non cercavate persone in grado di gestire la community, ordinare i precedenti lavori e proporre nuove idee? Con almeno dieci anni d’esperienza lavorativa?»

«Sì, però qui dobbiamo fare tutto, tutti. Ormai la professionalità è morta, bisogna dedicarsi al lavoro a 360 gradi.» sostiene Luca e prosegue «tu mi hai convinto, io vedo i sogni nei tuoi occhi e il fuoco che arde perchè la tua vita non è stata come te la saresti aspettata. Questo può sembrare un salto nel vuoto, ma è il progetto che ti può rendere felice lontano dalla monotonia e dall’establishment.» Monotonia, establishment, design made in Italy, parquet caldo, musica jazz, computer nuovi, penne colorate, post-it, muri dipinti e ancora musica jazz sul posto del lavoro. Diffidare sempre dalla musica jazz nei posti dei lavoro. Purtroppo c’è poco da appellarsi al caso, ma sul posto di lavoro è giusto ascoltare musica di merda che passano nelle maggiori radio nazionali e arrendersi a calmare quella parte del cervello che desidera dirti: no, questa musica fa cagare.

Ripenso a Margot, Damiano, e al fatto che lavorerei a 1400 metri da casa e quindi potrei risparmiare sui mezzi pubblici, alzarmi addirittura 78 minuti dopo la mia sveglia quotidiana, mangiare a casa per risparmiare e scroccare le birre dal frigo “aperto a tutti i dipendenti dopo le 17.30 e sempre rinnovato grazie ai dei nostri sponsor “dice Luca. Rompo il silenzio, stringo la mano, metto la proposta di lavoro nella tasca dei jeans che ormai non ero più abituato a portare e saluto con un sicuro «ti farò sapere».

Pranzare a casa durante la settimana è una cosa che mi manca spesso. Accendere la tv, spegnere il cervello e prepararsi un piatto di pasta finalmente scotto oppure troppo duro, sicuramente non perfetto e freddo come la mensa di fronte al lavoro o i panini unti del bar di Marisa. Damiano mi scrive un messaggio, nel pomeriggio devo lavorare: allora ieri sera? fatto serata? andato tutto bene? buongiorno.

Sono le 12.48, sono sveglio dalle 9.40 per andare a fare un colloquio in un posto dove mi è stato proposto un contratto miserabile per inseguire un sogno, soprattutto il sogno di qualcun’altro che ascolta musica jazz sul posto di lavoro e che con una serie di frasi a effetto contro l’establishment, è riuscito a fregarmi cogliendo la mia attenzione per troppo tempo. Ieri sera ho passato la mia serata in casa, mangiando un modesto petto di pollo e guardando alcune serie televisive Italiane di basso gusto in streaming perchè mi mancavano diverse puntate vecchie. In tutto questo però, oggi ho ritrovato i calzini spaiati che azzerarono lo spazio temporale della mia vita. Sono colorati. A righe rosso e nere, e giallo verdi. Forse ero più giovane, forse all’epoca avrei accettato l’offerta di lavoro di Luca o più semplicemente avevo un gusto decisamente rivedibile nel vestirmi. Però Margot non c’era più e forse non c’è mai stata, Damiano è un sincero pezzo di merda che mi ha aumentato lo stipendio quasi del doppio da quando è diventato il mio capo, ma soprattutto la mensa di fronte al lavoro ha messo dei comodi forni a microonde per scaldare i freddi piatti di pasta. Quindi tutto sommato non mi resta che fare una lavatrice, sistemare i calzini spaiati, prendere i mezzi pubblici, tagliare tutta la città, arrivare di corsa al lavoro, salire le scale di corsa, arrivare senza fiato, sedermi, ascoltare la musica che ci viene proposta, spegnere quella parte del cervello, fare fotocopie, rispondere al telefono, aspettare le 18.00, finire e fare tutto il processo sopraccitato al contrario. Forse oggi vedrò il mondo con una prospettiva diversa, forse se faccio partire in fretta la lavatrice domani potrò indossare quei calzini, magari lo spazio temporale in realtà non si è mai fermato.
O magari sì, questo lo scoprirò sicuramente domani.
Senza musica jazz però.

Da un altro punto di vista

Prendevo il 91 dalla stazione centrale 3/4 volte a settimana. A Calderara avevo la prima fidanzatina o meglio, io pensavo di essere fidanzato, lei frequentava altri ragazzi. Vabbè, avevo l’apparecchio ai denti e odiavo il mio dentista augurandoli sempre le peggio sfighe, poi dopo 10 anni mi hanno detto che è morto dopo una brutta malattia e ci sono rimasto di merda. Con un male allo stomaco, paragonabile solamente a quando tornavo da Calderara in quei pomeriggi invernali.
Alla fermata del bus, c’erano sempre 3/4 ragazzotti piuttosto colorati e con le mutande firmate. Io avevo appena fatto la mia solita performance da soprammobile a casa della mia presunta fidanzata e ogni volta tornare indietro era un pugno allo stomaco. Perchè quei 3/4 ragazzotti mi pigliavano per il culo perchè avevo l’apparecchio e mi vestivo poco colorato, poi la mia ragazza o presunta tale, usciva con il suo ragazzo che non ero io e infine mi toccava passare vicino all’aeroporto e insomma l’aeroporto mi mette una gran ansia. I 3/4 ragazzotti facevano poche fermate, scendevano subito e ascoltavano musica di merda. Roba da truzzi. Non borazzi ma truzzi. Ora molti di loro fanno trap, qualcuno avrà pure fatto i soldi. O almeno lo spero.
Un pomeriggio in particolare, mentre ero a casa della mia presunta ragazza è arrivato il padre, che nella vita fa il militare e poi sono stato cacciato a calci in culo di casa. E lei manco è scesa per salutarmi e nemmeno un messaggio mi ha scritto. Insomma bella merda.
Poi pioveva, io sono andato in una pizzeria a mangiarmi un trancio di pizza e ho aspettato 45 minuti sotto al diluvio questo bus, con un gran mal di pancia. I soliti 3/4 ragazzotti, le mutande colorate, l’apparecchio, aeroplani eccetera eccetera. Insomma una bella merda.


A mia madre dicevo che andavo da un mio amico, mi vergognavo troppo della continua umiliazione che subivo. In pratica di Calderara di Reno per me ha sempre rappresentato un pugno allo stomaco, una gran depressione.
Con il tempo ho tolto l’apparecchio, purtroppo il mio dentista è morto, quella ragazza ha fatto due figli e io un giorno mi sono ribellato ma non mi ricordo come. Ho preso l’aereo e sono stato sempre malissimo però questo non c’entra nulla e quei 3/4 ragazzotti sicuramente fanno trap, ma credo senza successo vabbè.
A ferragosto ho preso il mio Vespino e ho deciso di andare a Calderara di Reno. Così. Perchè tutti me ne hanno parlato bene e io da 12 anni non ci sono mai tornato. I miei ricordi di Calderara si fermavano a una/due vie perchè dovevo sempre nascondermi. Guidando intercetto il 91, lo superò e sento odore di aeroporto. Gran ansia.
Calderara in realtà è un paese estremamente tranquillo e ben tenuto. Ci sono un sacco di manifestazione, spettacoli e parate. Tutte nel rispetto della cittadinanza. Un posto assolutamente da vivere o dove passare una giornata serena, senza pugni nello stomaco. Nella confusione e sorpresa della mia testa sorge pure il Cippo del Triumvirato – a Sacerno, frazione vicina – ovvero dove Marco Antonio, Ottaviano Augusto e Marco Emilio Lepido nel 43 a.C., si incontrarono e diedero vita al Secondo Triumvirato, spartendosi le province sotto il dominio di Roma.

Il Cippo del Triumvirato

Il Cippo del Triumvirato

In pratica qui partì il processo di trasformazione di Roma da Repubblica a Impero.
E io che andavo solo in una pizzeria al trancio – ora chiusa – e mi facevo prendere per il culo da 3/4 ragazzotti. Ad ogni modo è cittadina dai grandi valori storici e agricoli. Leggo le storie su internet, quasi ci rimango male quanto per il mio dentista. Respiro aria buona, mangio un boccone in un ristorante di pesce davvero di qualità poi parcheggio la Vespa e torno alla fermata del 91. Accendo una sigaretta post pranzo e qualche giovane ragazzotto con le mutande firmate amante della trap mi viene incontro.
In realtà non sembrano così stronzi anzi, forse ero proprio un babbeo io. Sta passando il 91 è Ferragosto, uno dei ragazzi grida a un altro dall’altra parte della strada di muoversi.
Forse è l’ultimo passaggio della giornata per fare qualche fermata e scendere, comunque spero riesca a farcela quel ragazzino magrino, alto e con l’apparecchio.
Se perde sto bus maledirà il suo dentista, per carità intervengo e dico all’autista di aspettare. In fretta e furia riesce a salire, i suoi amici lo prendono per il culo poi mi ringraziano.
Oggi abbiamo fatto pace con Calderara, spero diventino trapper di successo, io prendo la Vespa e mi preparo a passare dall’aeroporto. Con quello sarà dura fare pace, ma ci lavoreremo.
Nel mentre ci penso un pò.


Le immagini sono rubate da Google, penso che qualcuno di quei 3/4 ragazzotti oggi faccia il trapper ad alto livello sul serio. In realtà ne sono certo.


Noi ascoltiamo e promuoviamo tanta musica, se volete qui c’è la colonna sonora di questa puntata. Se avete Spotify seguite la playlist, ogni puntata verrà aggiornata.

Suicida senza successo

Ormai bevo tutti i giorni. Federico, il mio storico assistente, oggi mi ha intimato di lasciare la città. Dopo 4 anni da sindaco e altrettanti da assessore, nemmeno il partito mi vuole più. Vattene adesso, salvati, non potresti reggere tutto questo facendo così – le parole di Federico mi picchiano nel cervello al terzo distillato della serata. Sono anche uscito con qualche ragazza più giovane, molto più giovane. Ma niente, nemmeno lo stimolo sessuale oppure rapporti squallidi. Poi loro si vestono, ridono e vanno via. Io mi fumo tre sigarette, bevo un bicchiere, poi arriva l’attacco di panico, passo 20 minuti di tensione poi libero tutte le tossine e dormo sfinito. Lei, sì lei, ormai non c’è più. Ha deciso tutto all’improvviso durante lo scandalo di qualche tempo fa. Io, non so se ho la forza di fare altro. Poi Federico il giorno dopo mi passa a prendere e mi porta a pranzo a Dozza Imolese, paesino tra Bologna e Imola, un pò Emilia ma anche Romagna. Un pò storico ma sicuramente contemporaneo. Dozza Imolese ha due anime. Il centro, chiamato appunto Dozza e Toscanella, una frazione vicina.

Ci sono gli alpini a Dozza, in uno dei borghi più belli in Italia e noi finiamo subito a bere con loro. Non sono neanche le 11.00, ma questa giornata, nonostante la sveglia presto, mi sta piacendo. Io mi sono rasato, ho fatto crescere la barba e porto gli occhiali da sole. I miei fallimenti sentimentali, politici e lavorativi non possono essere una macchia che mi segue ovunque.

Poi Federico passeggiando apre una porta con un mazzo di chiavi.

Tu resti qui capo – mi dice sconsolato.

Come? – rispondo spaventato.

“Dorota penserà a te, per un pò di tempo è meglio restare fuori dal partito, una tempesta ci sta travolgendo e noi, per quello che hai fatto, dobbiamo preservarti perchè ti vogliamo bene”.

Dorota ha 77 anni, ma lo spirito di una giovane ragazza emancipata di quelle serie tv Americane di bassa lega.

“Sei grasso, hai perso i capelli e non hai la forza di farti da mangiare, ora mettiti questi vestiti che c’è da rendere questo paese ancora più pulito che arrivano gli artisti per la biennale. Forza.”

Ogni due anni, diversi artisti dipingono i muri di Dozza Imolese. Ora ci si divide così, a Dozza i murales, a Toscanella i graffiti e l’arte di strada. Due anime legate dal desiderio di poter fare nuovamente e sempre, qualcosa. Insomma, questi luoghi ti danno una seconda possibilità. È nel loro DNA non giudicarti.

Io passate le 18.00 mi butto al bar, dopo 9 ore di servizio civico mi sembra il minimo. C’è una lettera di Gattei sul giornale in cui chiede scusa e dice che se ne andrà – dicono al bar, leggendo i giornali della città. Gattei sono io. Io non ho mai scritto nessuna cazzo di lettera. C’è una mia foto con pochissimi capelli e senza barba. Sembro una persona in pessima saluta mentale. È vero. Solo che la foto è del momento in cui sono stato eletto sindaco. Potevo guardarmi meglio. Ora non sto peggio. O almeno credo.

Al quarto gin-tonic, mi metto a parlare con quest’artista francese. Non ho un buon inglese ma solitamente mi faccio capire. Concepivo gli artisti come persone un pò fuori di testa da cui comprare opere per arredare casa mia e di conseguenza sembrare fico. In realtà oh, ci sono un mare di sfumature che mi colpiscono. Saranno i cinque gin-tonic – siamo al sesto ora – eppure, nonostante il pacchetto e mezzo quotidiano di sigarette, mi sento proprio bene. Leggero. Qui non vengo giudicato, anche se Dorota non è proprio contenta che arrivo così tardi la sera, ma a lei basta non vedermi a letto dopo le 9.00. Fra la Dozza e Toscanella, ogni due anni, in questi giorni, migliaia di artisti e storie raccontate. La mia fa da contorno, mentre il partito in città sta esplodendo e la mia ex compagna ormai si sposa con qualche avvocato da quattro soldi.

Passano i giorni, la manifestazione finisce. Passano le settimane, poi le stagioni.

In paese ormai mi sono rivelato per quello che sono veramente. I capelli non crescono più e nonostante qualche vizietto, ho ripreso a seguire la politica del paese. Federico ogni tanto mi scrive. Ci sentiamo.

La mia ex compagna si sposa. Federico me lo dice. Con Carlo, quello che pensavo fosse un amico, quasi collega. Dorota esce con un nuovo ragazzo di 81 anni che amministra un condominio a Toscanella. Io forse mi candido a sindaco.

Nel borgo, di notte, anche se fa freddo e più volte ho tentato di farmi male senza successo con il mio stile di vita, ho capito che la soluzione ai problemi non sta nelle cause ma in questa semplice passeggiata al terzo gin-tonic.


Immagini tratte da Google dal sito della fondazionedozza dove vi spiegano bene, la grandezza di questo paese. Se nella vita non passi da qui almeno una volta significa che non c’hai capito un cazzo


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Protagonisti relativi

Da queste parti non c’è molto da fare all’apparenza, eppure ci lavora un sacco di gente e ci sono ristoranti niente male e alcune cose belle da vedere. Ma proprio belle belle come Rocca Isolani, l’Oratorio della Natività, il Palazzo Municipale e il castello a San Martino in SoverzanoEcco, il castello. Il castello è magnifico e ci vanno anche molti turisti di passaggio o che si fermano per lavoro. Qualche giorno fa è arrivato Sir Carter e mi hanno detto, avendo io una laurea e quindi presupponendo che sappia bene le lingue, che dovevo guidarlo.
Ok va bene, ma chi cazzo è Sir Carter? Cioè si chiama Carter? Oppure come si chiama?
Ci troviamo al bar centrale sotto al portico, lui ha 1 autista e 1 guardia del corpo/assistente. Ragazzone alto, molto impostato e con occhiale. Arrivato al bar mi guarda, io ho un cartello con scritto Carter.
Ciao! I’m Sir Carter uaciuganodu weyou” insomma non c’ho capito un cazzo, ma penso si sia presentato. Rispondo con Italiano a gesti come se fosse un sordo e non un Americano.
Io sono Walter, Walter Natali e sono, sono io, il tuo uomo, not boyfriend ma uomo, guida, traveller!” in qualche modo mi faccio capire.
Poi al bar, da Tiziano a Maurizio sospettosi, domandano ad alta voce “oh, ma chi lè sto forestiero?
“Con quelle spalle lì è buono per raccogliere due pesche da me” risponde ridendo, dopo il terzo campari/gin della mattinata il buon Fabione, che ha il campo qua dietro.
“It’s wonderful this location, aiu ganaway, yo so uaciuganadu, ok?” – io guardo i due armadi che sono fuori in macchina, guardo Carter, guardo Fabione. E niente, non c’ho capito un cazzo.

Castello dei Manzoli bis

Castello dei Manzoli

Decido di portare a mangiare tutti da mia zia, che fa le tagliatelle migliori di Minerbio. Prima entro io, poi questi due armadi in abito.
“Sono tornati a prenderci i fassccisti?” esclama impaurita la mia povera zia.
“No Zia, loro sono gli assistenti dell’ospite che il Comune mi ha detto di portare in giro!”
“A Minerbio?”
“Eh oh, voleva farsi un giro a Minerbio”
“A Minerbio? Ma perchè non a Ferrara? Bologna?”
“E io cosa ne so”
Carter entra.
Mia zia lo guarda.
“Tu chi sei?cosa fai?da dove arrivi?”
Carter mi guarda poi accenna:
“I’m from America, my name is Sir, uaciuganasu, asganaway, nice to meet to you”
“Niente Zia è Americano, si annoia, ha una 20ina d’anni e si chiama Carter”
“Sir” mi interrompe Carter.
“Sì, è tipo un Sir di qualcosa”

Cortile Rocca Isolani

Cortile Rocca Isolani

Tolto l’imbarazzo iniziale mangiamo tagliatelle e polpette, poi due bicchieri di vino, un caffè e mia zia è già ubriaca: Carter che lavoro fanno i tuoi genitori?
“Che Job your mather e father?”
“My mum is a Singer and my father is asuganay uaciuganadu, basketball and music”
“La madre tipo canta, il padre giocava a Basket”
La zia è ubriaca, non capisce.
La zia saluta, poi Carter le lascia 200€.
“Asganaway beatiful, uociuganadu wonderful, evviva yeah” – forse Carter ha frainteso, la zia non capisce, io rendo i 200€ a Carter. Nel pomeriggio decido di prendere due biciclette e portarlo da Fabione e da qualche altro contadino.
Passeggiando sotto i portici, noto che un paio di ragazzine guardano il cellulare e mi fissano.
In realtà fissano Carter.
Oppure i due armadi che restano a 10 metri da noi.
Poi Carter si ferma e osserva la bellezza dei portici, delle strade.
“Uaciuganadu, asganaway eccetera eccetera x 4”
Io non capisco e faccio sì, poi prendiamo le biciclette e andiamo dai contadini con una macchina blu con dentro i due armadi.
“I uaciuganadu asganaway 18, Castle”.
Pare voglia andare al Castello alle 18.00
Ok però le visite oggi sono chiuse.

Oratorio della Natività e Palazzo Municipale

Oratorio della Natività e Palazzo Municipale

Vabbè stiamo fuori, giriamo attorno, prendiamola così. Dai contadini Carter annusa tutto, mangia qualunque cosa, assaggia, pensa, pensa e annusa.
“Oh lu què mi sa che è matt” mi dice Fabione.
Felice e sorridente, Carter mi segue e arriviamo al Castello. Fuori ci sono una montagna di persone, telecamere e il traffico è chiuso come nelle migliori notti bianche. Mai vista così tanta gente a Minerbio. Poi parte musica Americana, tipo Beyonce e Jay-Z quella roba lì. A un certo punto Rihanna, Carter sorride “asganaway uocuganadu”
Sì Carter ok.
Però è meglio che ce ne andiamo da qui che i due armadi poi si incazzano con me. Carter mi indica il castello e le persone. Io faccio no con la testa.
Lui indica. Io di nuovo “no, tropp people”.
Lui sbuffa, poi ride.
Poi mi chiama Romizi che è poi il mio datore di lavoro, nonchè capo della proloco bassa Bolognese. “Mi porti il ragazzo nel retro del castello?” – perfetto, glielo lascio così se la vede lui.
A un certo punto il maxi schermo del castello proietta foto di un Carter sudato, un Carter serio, un Carter sorridente, un Carter nella vita quotidiana, insomma un Carter continuo. Io in fondo alla massa alzo il braccio. Mi sbraccio, lui appare, provo a salutarlo. Nel mentre Fabione, poi mia zia vengono intervistati perchè Carter ha passato la giornata con loro, io attendo. Dai è merito mio. Anche io. Anche io, cazzo.
Nel mentre dal palco, Romizi e tutti i sindaci di Bologna e provincia ridono, Carter prende la parola e dice: “asaganaway, uovioganadu, asaganaway castle uociguugandu, thanks Minerbio”.
Segue boato da stadio, gente in lacrime che si abbraccia e bottiglie stappate. Nella nevrosi di massa, Carter esce di scena, nello sfondo una foto dei cantanti Jay-Z e Beyonce, mentre io mi avvicino a Fabione e lui mi guarda, io lo guardo: sono commosso – mi dice – è un bravo ragazzo  ed è pure un bell’uomo. Io non capisco.
Mia zia con il fazzolletto in mano e le lacrime agli occhi: gli Americani, di nuovo gli Americani ci hanno liberato ancora da fasscisti. Io non capisco.
Poi i due armadi più tre altre automobili caricano Carter e Carter se ne va.
La via si libera, le persone tornano a casa.
Carter ha salutato e tutti si sono commossi.
Al bar centrale già non ricordano più nulla, io non c’ho capito un cazzo. Poi una ragazzina mi fa: ma tu sei stato con Sir?
Io rispondo: eh? cosa?
Lei lapidaria, incisiva, grezza e schifata: ma lo guardi instagram?
Il sole è caduto, la sera è scesa. Domani tagliatella poi contadini, magari mi viene voglia di una gita al castello, tanto qui i protagonisti sono relativi.


Sir Carter è il figlio di Beyonce e Jay-Z, attualmente ha compiuto 1 anno di vita, in questa storia è già maggiorenne. Le immagini sono tratte da Google, Minerbio è bellissima.


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La California che conta

Mio padre

Veniva a Casalecchio perchè faceva un gran fresco. Veniva così spesso dalla città, che poi si è innamorato della Mamma presso il Lido e niente. Ha comprato casa qui e non ha mai mollato il paese. O meglio, per lui Casalecchio è come la California, perché a distanza di 50 anni, sostiene che qui ci sia un clima migliore. Questa cosa non ho mai capito se fosse vera, eppure la vicinanza con il fiume e l’ampio spazio verde del parco Talon sembra dare ragione alla sua teoria.


Io

Che nel 1993 avevo 20 anni. Che nel 1993 ero un bel cretino. E che nel 1993 vivevo a Casalecchio ma sognavo la California, quella vera, non ho mai fatto parte di quella schiera di borazzi che hanno i macchinoni e si trovano al parcheggione della biblioteca. Io, che nel 1993 con il mio vespino bazzicavo i centri sociali di tutta la provincia. Io, insomma proprio io, che nel 1993 non mi hanno fatto entrare a sentire Silvio Berlusconi, imprenditore di dubbia provenienza, allo shopville granreno, appena costruito. “Posso?” – la guardia mi dice ok, poi Marco Franciosi, che andava a scuola con me, ed era uno di quei borazzi con il macchinone, mi fermò. “Non credo tu sia adatto a questa manifestazione” – Franciosi faceva il bulletto perchè era diventato agente immobiliare del futuro complesso di case che avrebbero costruito lì vicino e si credeva il sindaco, aveva una ragazza che lavorava al bar centrale. Una villetta a due piani e un cane. Franciosi ha 20 anni, ne dimostra 43 e non hai mai fumato una sigaretta. Respinto all’uscio me ne tornai a casa con la vespa. Mio padre a casa era estasiato delle parole di questo Silvio Berlusconi. Io molto scettico, lui profetico “ah secondo me si farà”.


Mio figlio

Abitiamo davanti al parcheggione. I borazzi con il macchinone si sono trasformati nella “ccc – casalecchio che conta” mio figlio ha 18 anni. Figlio del nuovo millennio e per molto tempo desiderava una macchina costosa grande e una motocicletta di un certo tipo. Da me e mia moglie, il mio vespino e un abbonamento del bus. Ogni sera mio figlio Lorenzo, guarda fuori dalla finestra. Osserva i coetanei che vanno in discoteca. Prima era invidioso, poi dopo una rissa con il figlio di Franciosi – quello piccolo e grassotello della seconda moglie – ha smesso di chiedermi auto, moto, barche perchè quella gente gli sta sul cazzo.


Epilogo

Ogni Domenica andiamo a pranzo da mio padre. Abita vicino al Lido da proprio 50 anni. Per lui Casalecchio è paese, metropoli e meta turistica. Attraversata dal fiume Reno e tra le prime colline dell’Appennino, per quanto da me odiata per i suoi sviluppi, dentro questo paese c’è la storia della mia famiglia e quella di una cittadina distrutta dalla guerra e poi ricostruita, perché a Casalecchio siamo purtroppo così, sappiamo sempre rinnovarci. A pranzo ci troviamo, 3 generazioni diverse. 3 storie diverse. 3 modi di vivere questo posto diverso. Io ancora sogno di farci la rivoluzione, mio padre pensa di essere in California mentre mio figlio tifa Virtus Pallacanestro e mi è toccato portarlo all’Unipol Arena diverse volte. Insomma qui a tavola di Domenica, viviamo e confrontiamo 3 vite, poi torniamo a casa e ognuno guarda nella sua direzione. Eppure qui c’è posto per tutti e 3, anche se io non vedo l’ora di fare il ponte e tornare in città con o senza la linea 20, perché alla fine quando torno in serata mi viene da sorridere, salutare mio figlio, richiamare mio padre, mettere giù il telefono e pensare che alla fine qui non è poi così male. Ma non ditelo a nessuno.


Ricorda

CCC = Casalecchio Che Conta = gruppo di borazzi con macchine di grossa cilindrata, vestiti da Agenti Immobiliari, amanti delle bottiglie in discoteca e di musica dal dubbio gusto. Fase che comprende età 16-28 anni, poi passa e si sposano 1/2 volte e prendono un pastore tedesco come animale domestico.


Le immagini sono tratte da google, i borazzi di Casalecchio non sono frutto dell’immaginazione ma per anni hanno dominato il paese, poi sono invecchiati e ora ce ne sono altri, ma io lì ringrazio sempre


Noi ascoltiamo e promuoviamo tanta musica, se volete qui c’è la colonna sonora di questa puntata. Se avete Spotify seguite la playlist, ogni puntata verrà aggiornata.

Boris Rossi gioca centrocampista centrale nella squadra di calcio del paese, il Rainbow Granarolo. Ha 34 anni e nella vita di tutti i giorni lavora in una piccola azienda qui vicino come magazziniere. Enea Beltrami invece di anni ne ha 79, e dopo una vita passata alla Granarolo, storica cooperativa ben nota per la produzione di latte, ora è uno dei più agguerriti giocatori di bocce della bassa Bolognese. Enea e Boris fanno coppia fissa nei tornei dei vari paesi da 7 anni, oggi per la grande riapertura del campo dietro al Comune di Granarolo dell’Emilia, arrivano all’ultima sfida del torneo organizzato dal comitato del paese. Le web tv locali intervistano Boris, che ha sempre vissuto qui e che soprattutto ricorda tutte l’estati passate da adolescente al campetto di bocce mangiando gelati con suo nonno.

Rainbow Granarolo

La maglia della squadra ufficiale è bellissima.

Un grande giorno per lui ma anche per il più introverso Enea. I due si sono conosciuti proprio qualche estate fa a Granarolo dell’Emilia nel parco di una gelateria. Granarolo d’altronde è così, un pò popolare e verace, un pò borghese e introversa. Coppie giovani, anziani grintosi, lavoratori e persone in cerca della propria intimità. A Granarolo ci sono agriturismi, ristoranti, zanzare, caldo, piscina, librerie, biblioteche e bar. Mezzi di trasporto pubblico comodi e gran rumore per la via principale – San Donato – capace di portarti direttamente a Bologna centro. Storica e in via d’espansione, pulita e produttiva. Le opportunità qui di certo non mancano, il campo da bocce però sì, mancava. A 15 minuti dall’inizio della partita sui social network parte la diretta di quest’inaugurazione/torneo per la sfida finale. Non ci sono vip a presidiare e in sottofondo risuonano canzoni con chitarre distorte, lo-fi, non proprio punk ma più fighetto, borghese come sound. Boris ci mette la faccia, Enea invece resta silente a osservare il taglio del nastro. Finalmente il campo è tornato, per l’estate ci sarà un nuovo punto di ritrovo. Dalla chiesa – 150 metri più in là – suonano le campane, gli spalti sono pieni in ogni ordine di posto. Poco più in là, il nuovo teatro ha offerto un ricco buffet alla cittadinanza. In cielo il fresco di una notte nella parte bassa Bolognese con il silenzio di Via San Donato e il tifo per i beniamini di casa Enea/Boris. Avversaria una coppia di Budrio, paese non troppo lontano ma nemmeno cosi vicino. La mano di Boris non trema, quella di Enea sì. Si va subito sotto e ci vuole un momento di pausa per ritrovare il vecchio leone Enea. Si arriva all’ultimo slot in parità. Nei pensieri di Boris c’e quello di andare a festeggiare con gli amici, mentre in quelli di Enea solo la voglia di far vedere la coppa alla sua nipotina Ottavia che è venuta a trovarla.

Qui in paese, durante le prime foglie cadute dell’autunno, c’è la pratica di mangiarsi il toro e festeggiare, in quello che può considerarsi il vero red carpet del paese. Sì c’è anche il carnevale, le iniziative del teatro, la piscina e la squadra di calcio. Ma il toro è il toro. E tutti vanno vestiti come si deve. Ecco stasera è caldo, Agosto a Granarolo, però il clima è quello di una grande festa. Enea becca il boccino, è Rossa. Hanno vinto. Boris esplode, Enea si commuove, il sindaco stappa una bottiglia fresca e il pubblico tutto in piedi gioisce. Su facebook, la diretta raggiunge centinaia di connessione, Enea intervistato dice che domani si godrà il successo portando la sua nipotina in bicicletta fino a Lovoleto. Boris invece dice che quest’anno vincerà pure il campionato di calcio e corre a festeggiare nel pub dietro al teatro. La serata si rinfresca con una leggera pioggia, ma tanto domani come sempre arriverà l’arcobaleno, dietro la chiesa poco dopo mezzogiorno, appena suoneranno le campane.


 

Le immagini sono tratte da google, il campo da bocce di Granarolo dell’Emilia era attivo fino a circa 10 anni e ogni sera estiva radunava diverse persone. Sono stati utili per scrivere questa storia il sito vialatteagranarolo e i giri in bici quando sta per piovere nelle zone di Cadriano e Viadagola.


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Si dimentica tutto – Bologna 2 Agosto

Svegliarsi a 15 minuti dalle 10, non è male. Prima porto fuori il cane, poi mi lavo la faccia e infine preparo la colazione aprendo qualche sito che mi intrattiene le giornate tipo facebook. Dietro accendo la televisione, sulle reti mediaset c’è il tipo de i fichi d’india – duo comico in voga anni fa – che racconta la sua drammatica storia. Ha rischiato l’evirazione perchè qualche chirurgo ha sbagliato il taglio per una liposuzione; bel casino se succedesse a me, poveraccio. Applauso in studio, io faccio zapping, mentre su facebook ci sono le prime notizie dall’estero, di cui non capisco molto. Politici parlano parlano parlano, interviste ad anziani sui giovani, ai giovani sul lavoro, agli immigrati su Salvini, a Salvini su Balotelli, a eterosessuali sui diritti omosessuali.

In tv c’è sta roba qui. Poi a un certo punto sento un gran boato, il cane scatta sul divano e si sentono dei gran rumori di allarmi. Nel mentre su facebook leggo che Ronaldo ha una dieta pazzesca, ma come fa?

Post contro Salvini, metto like. Segue applauso. Post contro i vaccini. Post contro politici corrotti. Post contro i 35€ al giorno per gli immigrati. Condivido una frase di Pertini. Metto like a una frase di Falcone contro la mafia.

A un certo punto, sempre su facebook, Gianni che andava alle medie con me e fa sempre ridere su facebook (dal vivo non parla molto) scrive “scusate il rumore, ho appena scoreggiato” Ahah la Carla e Dario commentano con “ah, ma eri tu? ahahah // mangiato pesante?”

In 20 secondi tutta la mia homepage parla del boato di poco fa, mentre le sirene continuano a suonare. “Terremoto a Bologna centro” titola ilcarlino.blogspot.com, apro la notizia, bypasso un video sulle diete ducane e in effetti ci sono foto di un centro storico distrutto. Però a me non pare Bologna, però non so.

“È scoppiata una bomba in stazione a Bologna” titola Repubblica. Urca, mi vesto e scendo. Michele Falsini, 75 anni è giù che controlla se il terremoto ha fatto danni al palazzo.

“A me sembra tutto normale” – Traffico infernale, persone che suonano il clacson, sirene e molti in strada a lamentarsi che il bus non passa mai. Io torno in casa. La notizia di Repubblica è chiaramente una fake news, così si mormora nelle chat uasap con i miei ex compagni delle superiori. “Quindi, domani pizzata?” – chiude il dibattito sulla notizia Paolo, che è sempre stato uno inquadrato nell’organizzare.

“Siiii” rispondo estasiato. Passa una mezz’oretta e alla televisione anche il tipo de i fichi d’india, messo da parte il suo dramma, commenta la presunta – così definita dalla bionda conduttrice – esplosione alla stazione di Bologna. “Federica, non so cosa dire, spero non ci siano morti, capisco il loro dolore e sono vicino alla città” applauso in studio, poi si torna a parlare con la figlia di Eva Henger, reduce dal reality sull’Isola. Io cambio canale.

Su facebook non si capisce se sia terremoto/bomba/ semplice scoreggia cit. Giovanni, nei salotti televisivi però partono dirette dalla stazione di Bologna. Una bomba 40 minuti fa, alla stazione di Bologna. Un politico in studio dice che – la tanto amata integrazione poi porta a questo – e aggiunge – questa gente non deve venire nel mio paese. Un altro opinionista teme il ritorno delle brigate rosse, chiaro esempio di grande tensione sociale dovuto alla globalizzazione. Infine uno che faceva politica, ma ora fa il vlogger in giro per il mondo, dice che con i terroristi islamici dobbiamo dialogare, capire perchè lo fanno. In rete stanno già organizzando comizi politici sull’accaduto e preparando un numero per donare 1€ vista la tragedia. Nel mentre il numero di morti aumenta, i dispersi pure, qualcuno chiede aiuto con il proprio telefonino. Io condivido il post e vado a farmi una doccia, dovrei andare dalla Mamma, purtroppo non posso passare dalla stazione.

Finita la doccia i morti aumentano. Immagine di sangue, autobus prestati ai soccorsi e persone che attaccano gli extracomunitari. Integralismo islamico la pista più accreditata, io sono senza parole, ho una forte rabbia addosso.

Il numero delle donazioni è attivo. Lo condivido. Anzi condivido lo screenshot dell’eurino che ho donato poco fa:

“Un piccolo grande gesto di umanità” #siamotuttiBolognesi questo pare sia l’hashtag ufficiale.

Parlotto con Nicola – il mio vicino di 85 anni – e mi dice che ste robe ai suoi tempi venivano vissute in altro modo, poi dice che ha un gran dispiacere e poco fa era stato in stazione ad aiutare e capire, niente è una tragedia per lui. Io mi vesto che vado da mia mamma, salgo in macchina e faccio il giro da dietro. Poi al semaforo scrivo un messaggio ad Alessandro, uno dei miei più cari amici, che lavora in stazione tutti i giorni e chiedo com’è la situazione, così magari al ritorno passo da lì che faccio prima ad arrivare a casa. Ultima connessione 10.25 segnala, vabbé intanto vado a farmi una bella tagliatella che ho fame. Poi magari stasera vado al cinema che il tipo dei fichi d’india ha fatto un nuovo film, anzi aspetta che lo chiedo ai miei amici di facebook va là.

NON ME NE FREGA UN CAZZO

Il tweet di Paolo Bargiggia, comunismo e Mario Mandzukic, Macron pezzo di merda, tiferei Croazia ma sono nazisti, sono tutti negri, Modric merita il pallone d’oro, tiferei Francia ma sono tutti negri, era rigore, non era rigore, Mbappè mi ricorda Henry, Salvini è in Russia, se vince la Francia poi tutti cacano il cazzo perchè sono neri, se vince la Croazia poi tutti cacano il cazzo perchè sono nazionalisti, io capisco quando ne metti un paio in squadra perché sono veramente forti – come Pogba e Mbappè – ma così mi sembra un esagerazione, apriamo i porti magari uno come Pogba nasce pure qui, quanto è scarso Subašić, chissà chi tifa Saviano, la presidentessa Croata fa le foto nuda, chissà chi tifa Michele Serra, la var decide i mondiali, il portiere della Francia è un bel ragazzo ma che brutto errore, non come l’Italia che se nasci in Italia da genitori stranieri sempre straniero sei, il primo mondiale di una squadra Africana, Deschamps potrebbe rifarsi i denti, preferisco non partecipare ai mondiali che vincere con una squadra di Africani, se c’era l’Italia non sarebbe finita così, questa non è una nazionale autoctona, evviva la multiculturalità, i Croati hanno fatto la guerra, evviva il melting pot Francese, Macron che esulta mi sta sul cazzo, la Croazia meritava il mondiale, Cristiano Ronaldo sta mangiando, questi del Francese tipico non hanno niente, odio Salvini like su facebook e applauso, stasera attentato in Francia, chissà chi tifa Scanzi, la partita è finita, la nazionale del 2006 non aveva immigrati, i Croati sono di destra, Putin ha fatto dei bellissimi mondiali, chiudiamo i porti, e Messi? e il PD? e Renzi?

Che fine ha fatto la scena musicale elettronica Italiana?

Non è facile scrivere di musica. Penso sia davvero più difficile di tanti altri esercizi. Però ci proviamo, sperando di non annoiare il lettore, anche perché in poche righe bisogna farsi le domande giuste e provare a dare qualche risposta.  Qualche anno fa ho scoperto che la musica non si fermava agli strumenti suonati col sudore nelle sale prove. Mi avvicinai a tutto un movimento, che non era prettamente club ma restava nel limbo fra ascolto/ballo – live/dj set. All’inizio in molti vendevano tutto questo come live set e si piazzavano in festival o serate in orari non proprio centrali. Synth, computer, consolle e con il passare del tempo anche strumenti musicali e band vere e proprie. L’idea di questa scena musicale stava prendendo sempre più pubblico locale dopo locale; io nel mio piccolo mi impegnavo per portare nella mia città questi artisti che su internet iniziavano ad essere approcciati da piccole etichette e webzine. Si stampavano dischi, poster, merchandising e così via. Serata dopo serata il pubblico cresceva e si era creato quello spirito veramente indipendente reale, dove il contenitore era più importante del protagonista. “Oggi andiamo lì che suona qualcuno di fico” si diceva a Bologna, come in altre città e locali. Non stiamo parlando della nevrosi da sold-out contemporanea, ma quelle 150-200 persone si muovevano sempre e lo facevano per curiosità e perchè no, per moda. Questa nuova scena elettronica sembrava aver dato una nuova linfa a tutto il sistema musicale, magari non alle grandi major, ma a chi, con totale indipendenza, portava avanti certe idee.

Godblesscomputers è sicuramente uno dei primi amori musicali e con il tempo ha affinato non poco la sua idea di live, lavorando dettaglio dopo dettaglio, in una crescita organica e graduale. Poi la White Forest Records era la fucina della New Wave Italiana per eccellenza, ogni disco, traccia o compilation aveva sempre qualcosa di interessante da ascoltare e guardare per il modo in cui venivano comunicate le release. Go Dugong faceva del suo live un vero e proprio show, chiamarlo a suonare non era solamente un piacere, ma un grande spettacolo. I più introversi e sensibili Stèv e Yakamoto Kotzuga sapevano trovare delle chiavi difficilmente spiegabili nel modo in cui sanno approcciarsi alla musica. E poi tanti altri come Bienoise, Machweo e Lamusa per citarne alcuni, perfezionisti ed emotivi nel produrre. Senza dimenticare tutto quello che veniva partorito da una città come Bologna, After Crash, Apes on Tapes, Osc2x e molti altri. Insomma ho scritto i primi nomi qua sopra, forse con ingenuità e in modo personale, ma questo non è il tema principale.

Molti hanno deciso di provare la strada in Italiano, altri mantengono il loro profilo e alcuni sono diventati produttori per artisti di vario genere. Insomma quella fucina immensa di new wave, ha dato una spinta moderna non indifferente al boom attuale dei live club, spesso obbligati a riempire per non soffrire economicamente l’eccesso di spese. Sembrava il minimo prendersi qualche momento per fare questa riflessione, visto che spesso ho usato il passato citando tutto questo movimento, non perché sia morto ma sicuramente non ha avuto quello che si meritava. Non solo a livello economico ma soprattutto percettivo, poi è risaputo e banale a dirsi, ma tutto è ciclico ok, però non si sa se capiteranno ancora protagonisti del genere. Un genere che ci piace chiamare it new wave, che qui sotto abbiamo provato a farlo suonare così, dove sicuramente manca qualcuno ma soprattutto è stata una grande palestra per chi produce dischi, concerti e vive con curiosità il concetto di auto produzione e indipendenza musicale.


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