Il disco di Generic Animal mi piace molto

Non scrivevo recensioni di dischi da troppo tempo. Generalmente le recensioni chi cazzo ha voglia di leggerle? Parliamoci chiaro: ora conta più essere inseriti in qualche playlist di spotify ed essere condivisi da forti influencer con almeno 30.000 seguaci su instagram. Però insomma, il mestiere di critico musicale (che non pratico) diciamo che è stato centrifugato in modo sciatto per fare spazio a grandi opinionisti (che non sono) da piccole convention sulla musica nell’era digitale (ammetto di averci partecipato). Però alle volte è una questione di responsabilità verso la propria persona e quello che ci si porta dietro. Nonostante il lavoro ti faccia cacare e la vita non ti riservi grandissime soddisfazioni ma solamente una marea di doveri, mettersi a scrivere di questo disco mi è sembrato un atto egoistico che dovevo necessariamente fare. Quasi a voler ricordare qualcosa che non posso più provare, perchè l’entusiasmo per la musica è divenuto una mera questione di numeri “ah questo sta funzionando = questo è valido”. Una volta era tutto più grezzo e si giocava con espressioni più deludenti come “sto disco fa schifo/sto disco spacca” ora no, può non piacerti una cosa ma devi comunque riconoscerci un merito se sta funzionando. Insomma, un conto è comprare i dischi, compiere 17 anni e andare nel tuo club di fiducia a scoprire il tu artista preferito con i soldi della paghetta che ti molla tua madre e quindi, fondamentalmente investi dove cazzo ti pare i tuoi pensieri, la tua rabbia e le tue passioni permettendoti pure di scrivere delle stronzate sopra a un blog che tanto non leggerà nessuno. Diverso è adesso, che stai diventando grande e con la tua maturità non puoi permetterti analisi semplicistiche perchè hai un lavoro, fare serata non fa più per te e quello che puoi permetterti è bere grappa secca in casa per combattere l’insonnia e le ansie quotidiane. Tutto questo per dire, che mi sono preso il tempo necessario per comprare e ascoltare il disco di Generic Animal e ho scritto una profonda recensione: mi piace molto e dovreste ascoltarlo. Il resto è superfluo o forse no.

the next big thing 2018

Quello che ci ha contraddistinto in questi anni di onorata attività è semplicemente non sbagliare mai o quasi, questo genere di articoli. Che poi gli addetti ai lavori osservano, prendono appunti e vanno a fare i fichi negli aperitivi a chilometro zero. Però il bello del gioco è proprio questo, il tuo artista preferito passa per forza di qui, facci caso e ascolta dai.

Il mio inutile voto di protesta

Come ben sapete il 4 Marzo in Italia si voterà per eleggere – lo copio da qualche sito autorevole e cito la fonte, così evito di fare figure di merda che poi sbaglio la dicitura corretta ed è un casino:

Si voterà per l’elezione dei 630 deputati e dei 315 senatori elettivi della XVIII legislatura, ovvero per il rinnovo dei due rami del Parlamento – il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati. Il voto sarà regolamentato dalla legge elettorale italiana del 2017, soprannominata Rosatellum bis, che troverà la sua prima applicazione

(fonte governo.it)

Ho sempre votato nella mia vita, qualsiasi cosa possibile da referendum ad amministrative, passando per regionali, primarie e nazionali. Ho sempre votato circa nello stesso punto, a sinistra del Partito più grande di centrosinistra. Non sempre nella stessa coalizione, ma spesso. Verdi, SEL, Tsipras (mi pento amaramente) e qualche croce disgiunta ai Radicali (ne vado piuttosto fiero, non so perchè). Prima di questa campagna elettorale mi sono imposto le seguenti regole per vivere una vita migliore dietro la tastiera:

  • non attaccarti con i Grillini, non farlo mai, rispetta il loro impeto e se riesci le loro idee;
  • non offendere il Partito Democratico per la comunicazione digitale. Non fare il saccente, dietro ci sono dei grandi professionisti (o così dicono);
  • non sbattere la testa contro un muro quando leggi le scelte politiche di Liberi e Uguali, non vale la pena farti del male;
  • non leggere mai quelli che stanno a sinistra sinistra perchè potresti tentare il suicidio;
  • non elogiare Berlusconi. Non farlo anche se lo vedi in forma splendida da Barbara D’Urso;
  • non commentare Pier Ferdinando Casini. Non farlo mai. Casini è sempre stato di sinistra. O così mi hanno detto;
  • non offendere Freeda, quel sito per le donne, altrimenti poi si incazzano tutti;
  • non scrivere mai “Giorgia Meloni è lontana dalle mie idee però in realtà ci vorrebbe una personalità così a sinistra”;
  • su Salvini non serve commentare, non avrai voglia di farlo, non c’è nulla d’aggiungere;

Quindi sono giunto alla conclusione che una persona deve andare a votare convinto, possibilmente felice e con quell’entusiasmo che la politica ha il dovere di trasmettere ai piu giovani. Io non andrò votare felice, non sarò arrabbiato, ma nemmeno entusiasta. Però sarò convinto.

Ho sempre guardato la politica per quello che mi presenta, senza particolare sogni, rivoluzioni o dietrologie. Alle volte quando parlo con persone strutturate maggiormente da un punto di vista storico e ideologico mi annoio un sacco. Sì, quelle che ti parlano parafrasando le teorie di quell’economista, oppure tirano fuori un libro di cinema Francese di metà anni 50, direttamente collegato (secondo loro) alla situazione Italiana attuale. Senza dimenticare che spesso le conversazioni degenerano ricordandomi che il partito x è finanziato dalla multinazionale, sfruttamento bambini, capitalismo eccetera, purtroppo eccetera. Farò quindi un voto di protesta e inutile. Inutile perchè sono consapevole che finirà esattamente come 5 anni fa, senza dimenticare che per cambiare il sistema – in peggio o in meglio non possiamo saperlo –  c’era una possibilità, quella possibilità secondo democrazia non è passata. Amen. Sarà di protesta perchè in uno scacchiere politico moderno e con questo tipo di legge elettorale votare un partito di minoranza conviene. A sè stessi perchè, qualunque cosa si possa pensare, è complesso non trovare qualcosa, che seppur in minima parte, ti rappresenti. E poi sarà un voto di protesta perchè fra il peggio e il meno peggio, voglio dare una chance al peggio.

Che poi è una parte di me che ho sempre combattuto, magari è meglio per quello che è.

ps: voterò Partito Democratico

Il cosa e il come

Quando durante i pomeriggi estivi di 15/16 anni fa – non è tanto lo so, ma non sono nemmeno così vecchio – organizzavo le partite con i Lego in terrazza da mia nonna, desideravo con tutto me stesso non essere disturbato. Era vietato: annaffiare i fiori, muovere il tendone, stendere o semplicemente cambiare aria in casa. Mia nonna puntualmente faceva queste azioni, anche se con intervalli di ore. Io mi lamentavo e lei ripeteva sempre “come mi muovo faccio qualcosa di sbagliato” quasi affranta e spesso dispiaciuta. Una volta provò con un gesso a farmi il rettangolo da gioco. Ma non ho approvato. Poi mi ha creato una sorta di curva per i tifosi, ma io già all’epoca non apprezzavo il tifo composto e borghese, facevo di quelle invasioni di campo (…)

Chiedimi se sono felice

Un giorno anche noi diventeremo delle mail che finiranno nello spam. Ragazzi rassegnatevi, lo dicono su tutti i telegiornali e neanche ce ne siamo accorti. In questo continuo flusso nevrotico di informazioni, non abbiamo colto l’unica cosa che ci fa restare umani ovvero le parole, ma quelle fatte bene, oneste e senza grande importanza comunicativa. Quelle sincere non filtrate, quelle vomitate e non digerite. A giudicare tutto ciò è l’orecchio soggettivo, la massa invece, non certificherà mai cosa è giusto e cosa è sbagliato nelle parole, in certe parole. Sarà che arriva l’autunno e la stagione delle parole diventa più intima, o sarà semplicemente che ormai ci vogliono social network per le immagini perchè – secondo alcuni – comunicano più delle parole. Sarà che gli speaker in radio non parlano più e che in televisione c’è bisogno di spettacolo, eppure le parole si utilizzano sempre ma non viene data più a loro la capacità di poter cambiare le cose, di renderci vulnerabili e di abbandonarci ogni tanto. Sarà semplicemente che non leggiamo bene come una volta e pensiamo che qualcuno lo faccia per comunicare, nulla più. Le parole non possono più essere uno strumento solamente per comunicare: devono fare male e bene. Riempire gli occhi senza alcun motivi, svuotare lo stomaco pur avendo mangiato e bruciarti la pelle. Che poi non c’è bisogno di razionalità in questo, non ci deve essere bisogno. Però la sviolinata è finita, le favole non esistono, dio forse nemmeno e quindi torniamo cinici, facciamo qualche foto e viviamo cliccando due secondi un contenuto/massimo tre per sicurezza. Mettiamo da parte tutte le parole e rassegniamoci, finiranno come una mail che diventa spam. Lo dicono al telegiornale, c’è scritto ovunque e molti ce lo spiegano. Con le parole appunto, ma non quelle parole. Comunicano sì. Ma noi non ce ne rendiamo conto e in fondo, non abbiamo capito se davanti a tutto questo siamo ancora felici.

C’è (indie) rap oltre la trap

Girando con vergogna la città il Sabato pomeriggio, nella mia adolescenza in compagnia (nascosta) di mia madre per acquistare vestiti comodi e in un certo senso alla moda nei negozi del centro storico, molti dei miei coetanei si trovavano in uno di quei posti che fanno le crepes alla nutella. Ora, non voglio sponsorizzare una delle attività spin-off di un noto brand che conosciamo tutti, però quei ragazzi vestiti con pellicciotti (ovviamente finti), scarponi, jeans con frasi nel sedere e magliette tiratissime dai colori appariscenti erano sempre in compagnia di un sacco di ragazze, mentre io ero un povero sfigato che nascondeva la propria madre e cercava di comprare dei vestiti, spesso larghi, sicuramente non aderenti. Poi con il tempo tutto è cambiato, di quei ragazzi (alcuni conoscenti) non ho più avuto alcun tipo di notizia. Da qualche anno però ho visto che molti di loro sono diventati esponenti della trap locale e  insieme ad altri ex rapper dai pantaloni larghi, portano avanti il movimento con grande orgoglio ostentando una forte immagine e riuscendo spesso a cogliere un linguaggio comune con il pubblico, oltre ad aver riportato la ricerca musicale al primo posto. Lo so, è forse una sintesi troppo selvaggia, però io in quel locale c’ho visto molti ragazzi che nel mentre hanno spopolato in discoteca sono riusciti davvero a raggiungere un pubblico notevole. Io all’epoca andavo ai concerti per sfigati con le chitarre con il grande sogno di emulare nel migliore delle ipotesi brit-pop band come Oasis e Blur, nel peggiore invece tutti alla ricerca dei Pink Floyd Italiani. Insomma, divertente ma pure due coglioni. Col tempo mi sono avvicinato al rap, soprattutto perché stavo iniziando a fare il rivoltoso e questa è una fase dove quel modo di parlarti prende facilmente il sopravvento sopra le chitarre, i sogni da rockstar, Kurt Cobain, Damon Albarn eccetera eccetera. Come me, tante persone hanno avuto un percorso simile, molti si facevano accompagnare dalla mamma a comprare i vestiti, poi tornavano a casa si incazzavano con lei e ascoltavano i grandi classici del rap prima di andare a qualche concerto. Quello che accomuna queste persone, oltre un background più ampio rispetto al solito schema – hip hop -> centro sociale -> pantaloni larghi -> canne?  è il fatto che mentre dalle discoteche i piccoli trapper crescono e rivoltano il mercato discografico come un calzino, alcuni rapper si sono buttati nei club, quei club dei loro miti. Un disco molto importante per capire il lancio di questa scena musicale in Italia è stato l’album di Ghemon “Orchidee” anticipato dal singolo “Adesso sono qui” che riesce a tracciare in modo trasversale un pubblico, che si porta dietro fin da dischi più rap, arrivando alle radio con meno distacco rispetto al passaggio di Neffa dal mondo hip hop alle canzoni farcite di ritornelli. Piace a tutti, unisce per immagine e musicalità, ma soprattutto inizia a portarsi dietro una band vera e propria lungo tutto il trionfale tour. Parallelamente (addirittura prima) chi ha sempre fatto dischi con canzoni d’amore e veniva definito eretico è Coez, che oltre a cuccare un sacco, non ha mai vissuto la separazione tra rap e pop, come se non ci fosse bisogna di scegliere drasticamente da che parte stare. Recentemente poi si è pure incazzato perché qualcuno di una nota rivista ha scelto di definirlo “indie rap” facendo per lui, lo stesso errore prodotto da questo scritto. Purtroppo (o per fortuna) per indie, non si intende più un discorso etico legato al mercato discografico, non si parla quindi di prodotti realizzati handmade e lontani da sponsor, corporation, radio bensì più di un modello stilistico ed estetico, figlio della cultura e del cambiamento degli anni novanta sul marketing musicale. Si potrebbe considerare indie, tutto ciò che viene espresso da un genere per poi venire contaminato da altri, sotto forma contenutistica, testuale o musicale che sia.

                                Che poi Coez sono certo che non girasse con la mamma per comprare i vestiti al Sabato pomeriggio, ma stava sicuramente scopando (o arredando casa).

Non solo però chiavi di lettura per un pubblico più radiofonico ma anche storytelling, come quello di Murubutu, professore di Reggio Emilia capace di scrivere una trilogia di romanzi in musica, rilasciati sottoforma di dischi nel corso di questi anni cavalcando sonorità più cupe, quasi epiche. La scia di Dargen D’Amico però è detenuta da Dutch Nazari, che oltre a una scrittura stilisticamente ben distinguibile rispetto ai colleghi, ha capacità vocali non indifferenti. Per via degli ascolti passati e per l’esperienza da batterista in un gruppo punk, Willie Peyote con le sue camicie a quadri ha saputo giocare sopra questa definizione di indie rap senza essere permaloso, ma traendone un beneficio, anche perché le tematiche affrontate dalle sue canzoni sanno esser tagliate in modo dissacrante, ironico pur essendo reali e spesso non leggere. A completare il quadro attuale si potrebbero raccontare i palinsesti di locali non sempre avvezzi al mondo hip hop, pieni di artisti, per scelta o naturale conseguenza, proveniente da questo sottobosco musicale: Carl Brave x Franco 126, Frah Quintale, Mecna e molti altri, sempre più spesso accompagnati da una vera e propria band.

L’indie rap non è altro che l’evoluzione di quello che si può definire alternative rap, ovvero pur mantenendo la stessa tecnica di espressione del rap tradizionale, si discosta per contenuti testuali e influenze musicali; vuole raccontare temi sociali e parlare alla collettività, da un punto di vista musicale i beat e e le produzioni hanno sfumature che vengono da un background rock, blues, jazz, raggae e soul. Non ha, per adesso, un forte impatto sul mercato discografico, anche perché di base dovrebbe rimanere lontano dalle grandi major e distribuzioni, però ha una chiave pop che può arrivare a un pubblico più adulto e consapevole rispetto all’universo trap che nella fascia 14 (forse 12?) – 20 anni sta prendendo praticamente tutto. Mio padre, che nel mentre giravo con mia mamma per comprare vestiti vergognandomi (e Coez scopava) ha sempre ascoltato Vasco Rossi, gli Stadio e un sacco di musica che le radio rifilavano, ora davanti alle canzoni di Carl Brave si emoziona e non chiedetemi perché, anche se vederlo ai concerti di Calcutta mi fa molto piacere. D’altronde è una stesura di testi e musica molto più nazional popolare rispetto ad alcune parole nei testi trap che mi fanno sembrare veramente un maledetto fuori tempo, ed essere fuori tempo per un ragazzo di 25 anni è una tragedia. Qualche volta leggo che i grandi click e i numeri forti adesso vengono fatti solamente dalla trap, e spesso vedere rapper navigati buttarsi in quel mood mi fa una grande tristezza. Questi approcci alla musica però, in questo momento, hanno decretato una pensione del hip hop, tanto triste quanto veritiera. L’arte hip hop non morirà mai dicono, però deve saper evolvere in comunicazione e soprattutto personaggi; qualcuno dice che le sfumature trap o indie/rap non sono autentiche e stridono con l’integralismo (che deve essere grande peculiarità della disciplina) hip hop, solo che chi lo sta dicendo non lo sa, ma è già (artisticamente) morto.

                       Questa canzone è un buon manifesto visivo e musicale di cosa si intende per indie rap nel 2017 in Italia e poi Willie ha pure il giubbotto di jeans che secondo me spacca.

Ogni tanto, anche se cresciuto e annoiato dagli sviluppi sociali, passo davanti a quell’attività dove 10 anni fa osservavo in disparte diversi ragazzi socializzare. Ora il posto si è riciclato in mille modi, da covo per piccioni a brunch per radical chic. Tutte fallimentari come proposte, così come l’appeal nelle persone , oggi però a distanza di 10 anni, mi sembra di vedere un telefilm che non è mai iniziato, dove i protagonisti sono sempre gli stessi sotto forma di altre personalità. Le fasi cicliche della musica e soprattutto del rap, ci permetteranno di discutere se davvero tutto questo fenomeno trap, durerà nel tempo oppure no e soprattutto come dice un mio amico – se è giusto che una ragazza preferisca andare a letto con Coez piuttosto che con me, attempato 25 enne .

 

 

 

 

Non venire invitati alle feste open bar

Diciamolo, fare i blogger nel 2010 era una cosa che ti rendeva una persona migliore però in realtà non contavi un cazzo e non venivi manco invitato a qualche festa open bar. Ora invece è cambiato tutto, non conta scrivere bensì fare il blogger. Però di successo, tipo che se adesso ci mettessimo a fare copia/incolla di qualche recensione ma avessimo 10.000 follower, magari Mercoledì prossimo saremmo invitati a twittare in diretta attività culturali. Purtroppo no, oltre qualche stronzata priva di logica, non abbiamo più tempo per promuovere cose belle e ci dobbiamo concentrare sui nostri dischi e poco altro, tanto comunque alle feste open bar per twittare non ci andiamo perchè non vestiamo bene – porca puttttana.

Echopark – Ties

Perdersi nell’apatia è forse la pratica più consueta della nostra epoca. Tra social network, pubblicità, notizie che scorrono velocissime e stimoli, apparenti stimoli che arrivano di continuo. Viviamo consapevoli di finire le nostre giornate bulimici di novità, mancanti di calore e in una solitudine a cui non sappiamo tutti abituati. Qualcuno si spaventa, altri invece sanno trovarne essenza importante per sfuggire da una realtà che pericolosamente ci rende apatici, parte di un sistema che non ci renderà mai la giustizia che meritiamo. Arrendersi è la parte più matura del percorso, costruire una propria stanza dove rimanere immuni da tutto questo riesce a preservare un lato umano non indifferente. Chiudersi per poi salvarsi, proprio come un disco intimo che ha il coraggio di aprirsi traccia dopo traccia; Echopark dopo quasi 4 anni è riuscito a mettere tutto il calore degli esseri umani in una stanza, con l’onestà intellettuale di chi ha saputo ascoltare, osservare e capire. È forse fuggito da un mondo che continua a cambiare? A me piace pensare che ogni linea di questo disco sia un tentativo di resistenza, dalle mode, dal mondo ma soprattutto da quella stupida, consueta e sincera bestia chiamata apatia.

EDDA – graziosa utopia

Quello che spaventa in fondo è semplicemente morire. Il resto è qualcosa che ci viene costruito attorno: abbandono, solitudine, malattia e vecchiaia. Insomma, quando siamo al supermercato e scegliamo cosa mangiare per cena non possiamo certo pensare al momento in cui tutto questo finirà; dobbiamo davvero capire ogni nostra scelta e vivere con l’intenzione di non guardarci mai avanti e nemmeno indietro? Sciatto, spaventoso. La nuova opera di EDDA (che non ha bisogno di presentazioni) arriva nel momento in cui il mercato musicale soffre d’ansia da prestazione. Seguire determinate strade, portare risultati nelle vendite e riempire i club dove si eseguono canzoni dal vivo. Eppure EDDA paura di morire ce l’ha, e nella sua storia musicale è sempre riuscito a raccontare tutto questo con la musica, risultando finito tra solitudine e malattia, vecchiaia e abbandono. Messo all’angolo, gettato nello sconforto ma capace di risalire, lentamente da morto che odia i vivi, passando per una richiesta di farla finita, d’altronde stavolta come mi ammazzerai? Graziosa utopia è il capitolo meno confortevole, più irrequieto a tratti beffardo. Senza filtri, nudi all’interno di un bosco, forse rilassati e pieni di quieto vivere, ma tu in fondo lo sai, un giorno la tua paura più grande dovrai affrontare e c’è chi, fortunatamente qualche volta è morto per davvero.

Giorgio Poi – Fa niente

Forse un giorno chiameremo questo periodo come la golden age dei nuovi parolieri made in Italy, quelli che fanno i dischi in Italiano e hanno un successo tale da spingersi fuori dal semplice circuito di amici di amici. Forse però, questa golden age un giorno, la ricorderemo come un semplice movimento fatto da copie e derivati che di album in album, portano il livello complessivo della musica scritta e cantata in Italiana, a qualche passaggio radiofonico e nulla più. Non abbiamo una sfera di cristallo per capire il futuro e spesso non ha senso nemmeno trovare la consapevolezza per cogliere tutto del presente, mentre il passato ci lascia troppe domande e poche sicurezze. Giorgio Poi fa parte della scuderia Bomba Dischi (che sì, è quella di Calcutta, Pop X e ciò che tocca diventa oro dopo anni di gavetta) quindi le probabilità di un successo annunciato erano decisamente alte. Navigando e ricercando informazioni, si leggono fondamentalmente le stesse cose: i richiami a Battisti, il fatto che ha vissuto all’estero, che le canzoni sono agrodolci eccetera eccetera. Un sincero copia-incolla di testata in testata, per interviste che puntano sempre su questi tre aspetti perchè l’ufficio stampa ha lavorato molto bene quindi a scatola chiusa il disco funzionerà. Il problema che questo – Fa niente – è leggermente più complesso di un lavoro dedicato a un grande pubblico. Non è di facile comprensione, non c’è quel ritornello capace di finire su tumblr poichè scritto sui banchi di una scuola superiore e la ricerca musicale è quanto di più innovativo prodotto da un artista Italiano negli ultimi anni. Ballate malinconiche, sperimentali e seguaci delle nuovo correnti pop estere, tropicali e piene di strutture complesse. Insomma, nell’epoca dove finire cover di qualche ragazzina su youtube diventa importante come termometro della propria musica, mi sono reso conto che tra qualche anno ok, parleremo della golden age Italiana e citeremo originali, copie e derivati, però una volta che le ragazzine di youtube avranno fatto il loro primo disco ufficiale, ci ricorderemo di Giorgio Poi, perchè in qualche modo, oltre a essere incanalato in una struttura fin troppo congeniale ha saputo scrivere quello che stavamo aspettando da tempo ovvero un disco cantato in Italiano che si può, finalmente, ascoltare anche all’estero. Scusate ma questo non è mica scontato.


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