Giorgio Poi – Fa niente

Forse un giorno chiameremo questo periodo come la golden age dei nuovi parolieri made in Italy, quelli che fanno i dischi in Italiano e hanno un successo tale da spingersi fuori dal semplice circuito di amici di amici. Forse però, questa golden age un giorno, la ricorderemo come un semplice movimento fatto da copie e derivati che di album in album, portano il livello complessivo della musica scritta e cantata in Italiana, a qualche passaggio radiofonico e nulla più. Non abbiamo una sfera di cristallo per capire il futuro e spesso non ha senso nemmeno trovare la consapevolezza per cogliere tutto del presente, mentre il passato ci lascia troppe domande e poche sicurezze. Giorgio Poi fa parte della scuderia Bomba Dischi (che sì, è quella di Calcutta, Pop X e ciò che tocca diventa oro dopo anni di gavetta) quindi le probabilità di un successo annunciato erano decisamente alte. Navigando e ricercando informazioni, si leggono fondamentalmente le stesse cose: i richiami a Battisti, il fatto che ha vissuto all’estero, che le canzoni sono agrodolci eccetera eccetera. Un sincero copia-incolla di testata in testata, per interviste che puntano sempre su questi tre aspetti perchè l’ufficio stampa ha lavorato molto bene quindi a scatola chiusa il disco funzionerà. Il problema che questo – Fa niente – è leggermente più complesso di un lavoro dedicato a un grande pubblico. Non è di facile comprensione, non c’è quel ritornello capace di finire su tumblr poichè scritto sui banchi di una scuola superiore e la ricerca musicale è quanto di più innovativo prodotto da un artista Italiano negli ultimi anni. Ballate malinconiche, sperimentali e seguaci delle nuovo correnti pop estere, tropicali e piene di strutture complesse. Insomma, nell’epoca dove finire cover di qualche ragazzina su youtube diventa importante come termometro della propria musica, mi sono reso conto che tra qualche anno ok, parleremo della golden age Italiana e citeremo originali, copie e derivati, però una volta che le ragazzine di youtube avranno fatto il loro primo disco ufficiale, ci ricorderemo di Giorgio Poi, perchè in qualche modo, oltre a essere incanalato in una struttura fin troppo congeniale ha saputo scrivere quello che stavamo aspettando da tempo ovvero un disco cantato in Italiano che si può, finalmente, ascoltare anche all’estero. Scusate ma questo non è mica scontato.

Internet ci ha reso delle persone di merda.

Una delle cose che mi divertiva maggiormente era commentare le grandi manifestazione di massa, pubblicando post per fare incazzare tutti sui social network.

Sampha – Process

È forse uno dei dischi più attesi dell’anno, sicuramente abbiamo perso il conto delle volte che ci siamo scaldati con la sua voce nelle precedenti esperienze musicali. Anche Sampha ormai è diventato grande e con Process dimostra tutta la sua intima e personale malinconia in quello che può definirsi un modo coraggioso per viaggiare dentro il proprio cervello, scavando nei luoghi più oscuri per poi un giorno sì, vedere la luce.

Linea 20

A Bologna di mattina quando nessuno se l’aspetta c’è molta nebbia. Il cielo è grigio ma non scuro, consapevole che con il passare della giornata in qualche modo uscirà il sole. Nell’ultima periferia cittadina, a pochi passi dai centri commerciali e dalle prime frazioni in provincia lo spazio temporale viene tagliato dai mezzi pubblici e dal silenzio che lo smog accresce parallelamente al traffico. In fondo al quartiere San Donato, nella parte Nord-Est della città sorge il Pilastro quello che storicamente oltre a essere il primo contatto con l’area metropolitana può considerarsi uno degli organi più importanti della popolazione locale. Arte di strada, calcio tra le macchine, case popolari, centri commerciali alle proprie spalle, ampio parcheggio, campo da baseball, palestre ben curate, impianti sportivi: in sostanza un grande centro vitale per la città. In Via Salgari, sorge il “Virgolone” una struttura curvilinea di sette piani che prosegue per circa 700 metri e formato da oltre 500 appartamenti. Nato negli anni 70 dal bisogno di creare integrazione sociale per il quartiere e la città risulta uno dei grandi simboli di melting pot più duraturi e vivaci nel corso del tempo.

Linea 20

Il modo più comodo ed efficace per raggiungere il centro cittadino è la Linea 20, spesso dimenticata durante i suoi viaggi ma ben presente nelle vite di tutti dato che rimane l’autobus più frequenti nei passaggi proposti dalla linea di trasporti. La Linea 20 trova il suo capolinea proprio nelle dolci e vive curve del Virgolone. Ogni mattina a partire delle 5.00, lavoratori, studenti e famiglie iniziano la loro giornata proprio sulla Linea 20. Le prime fermate, attraversando il ponte sopra la tangenziale, portano a San Donato. Luogo più residenziale dove sorgono molteplici attività commerciali dalle varie sfumature che uniscono tradizione e multiculturalità.

A Bologna, chi non ha una parte della propria famiglia in San Donato sta mentendo o semplicemente, non ha vissuto veramente la città.

Linea 20

San Donato sulla Linea 20, quando il sole inizia sorgere e la mattina sta iniziando a farsi più chiara. San Donato, dove il Mercato è stato epicentro delle giornate della propria nonna prima di chiudere ed essere in fase di rinnovamento da circa 5 anni, ma tanto sei diventato adulto e forse quella voglia di quotidianità ormai l’hai smarrita. San Donato violenta, i ragazzi piuttosto attempati di Piazza Adam Mickiewicz quelli che giocano a carte e vanno al centro scommesse per arrotondare la propria pensione, San Donato vs Pilastro e quel derby fra società sportive che risulta essere un piccolo avvenimento per la vita da quartiere. San Donato dove i muri dei palazzi sono diventate opere d’arte e sorge il piccolo laboratorio di Ericailcane – street artist ma forse qualcosa di più – e in sostanza dove l’integrazione non è considerabile un valore, piuttosto una semplice conseguenza della natura. Perché qui, poco prima del ponte che apre le porte del centro, la piccola cittadina funziona anche se spesso ci si dimentica di lei, dei suoi problemi ma anche del prezioso tesoro che conserva tra studenti fuori sede in cerca di un appoggio tattico per la logistica alle nonne che vanno a ballare nella sala Sirenella, quella che una volta era una sede centrale per le attività politiche di un partito, quel partito che ancora qui esiste ma alle volte si dimentica pure lui delle sue persone. Che tu sia straniero o Italiano, qui le persone sanno rispettarsi e convivere in quella che si può considerare una prima periferia funzionante, culturale e viva dell’Italia intera.

Linea 20

Superare il ponte sulla Linea 20 significa scoprire il sole e sentire un vuoto allo stomaco perché gli autobus vanno veloci e quasi ti dimentichi di quando per entrare nel centro riuscivi a incontrare uno dei primi murales fatti da BLU – poi rimosso da qualche tempo a causa di una ristrutturazione. La strada si stringe, Porta Zamboni si illumina e Via Irnerio ha un sapore di metropolitana mai scontato per chi nasce e cresce in una città come Bologna. Via Irnerio è teatro di spettacoli che agiscono parallelamente nella zona universitaria. Ci sono studenti che scendono, studenti che salgono e studenti che non riescono a salire più. Via Irnerio significa Via Mascarella, strada che racchiude tutta l’essenza della città lungo tutta la sua storia secondo una contemporaneità disarmante: discoteche, jazz club, librerie indipendenti, copisterie, sedi universitarie, cinema indipendenti, ristoranti per tutte le tasche, il primo alimentari gestito da Pakistani in Italia, muri scritti, portoni alti e portoni piccoli.

Se vivi in Mascarella non hai mai bisogno di uscire dalla strada. C’è tutto e il contrario di tutto.

Linea 20In fondo a Via Irnerio prima di svoltare in Via dell’indipendenza sulla destra è possibile osservare la Montagnola. Luogo spesso soggetto di critiche perché negli anni 90 è stato protagonista e porto di quella che si può considerare molto più di una perdizione ma un quieto vivere abbastanza assodato. Tutti sapevano, nessuno denunciava. La gente moriva e in fondo andava tutto bene perché il cane possiamo portarlo da altre parti. In Montagnola ogni venerdì e sabato del mese c’è il mercato più grande in Italia – la piazzola – dove si può comprare di tutto a buon prezzo sentendosi comunque parte di una comunità attiva senza etichetta di genere o stato sociale. La svolta a sinistra in via dell’indipendenza è traumatica. Salgono turisti, fanno qualche fermata e una volta che il sole sta prendendo calore sulla tua pelle l’autobus si svuota arrivato in Piazza Maggiore. Qui il silenzio torna a salire e il sole molto spesso viene coperto dalla bellezza di Palazzo Re Enzo. Proseguendo su Via Rizzoli, oltre i grandi negozi e quel minimo contatto con le persone – già su Via Rizzoli non può avere dei rapporti umani perché la vita va troppo veloce e il commercio diventa sfrenato e privo di una comunità – la svolta a destra significa cambiare radicalmente prospettiva della città. La Bolognesità e l’artigianato storico cittadino emerge lungo il “quadrilatero” definito lo shopping più esclusivo con i locali più trendy che si possono trovare nel territorio Felsineo. Gli studenti universitari non esistono, il melting pot non esiste e nemmeno tanti problemi si nascondono dietro questa tradizionale città nella città. Pesce fresco, buon vino, mortadella di qualità e quel discutibile vizio di portarsi i propri mezzi davanti al locale in cui si sta consumando. La città diventa fredda, Via Castiglione con svolta in Via Farini coincide con lo storico Liceo Galvani e con questa freddezza inaspettata. Il sole è stato mangiato dai palazzi alti alti e tutto ciò che risulta diverso non diventa caratteristico ma forse problematico. La città si divide così con un polmone rosso e un polmone bianco, nascosto ma ben visibile e poco attivo. Via Farini scivola via in fretta con adolescenti che raccontano delle prime pomiciate nelle discoteche sui colli e qualche cannetta fumata nella piazza vicina di San Domenico. La svolta in via Collegio di Spagna verso Zona Saragozza riaccende lo spirito e la luce nei nostri occhi. Questa è la parte della città più tranquilla, discreta e residenziale. Dove la borghesia e il senso estetico delle strutture rende decisamente migliore accoglienza e integrazione senza però narrare vita notturna e luoghi peccaminosi. La calma che suscita l’arrivo al Meloncello di fianco allo stadio è scandito dalla lunghezza del portico di Via Saragozza che parte dai viali e arriva sino a San Luca, laddove nessuno sa ma il tempo non trascorre mai nonostante il grado della salita. Arco dopo arco, pietra dopo pietra con il sole che torna forte sulla tua pelle e l’autobus di nuovo pieno di storie, persone o semplicemente vite che si sono intrecciate.

Linea 20

Il centro ormai è lontano e Casalecchio di Reno non dista molto. C’è tempo per portarsi dietro le storie che sono state raccolte dalla partita di calcio e attraversare brevemente la prima periferia ben curata e con il fresco dei colli della città con San Luca che ti osserva e un sole che lentamente ormai si sta spegnendo. Casalecchio di Reno è un paese a pochi passi dal centro città ma un paio di secoli fa, chi risiedeva in centro passava qui i propri fine settimana estivi e caldi per potersi rinfrescare al Lido, tra il verde e il fiume Reno. Ora Casalecchio è diventato un centro economico, autosufficiente e dinamico. Una parte della città che riesce tranquillamente a vivere senza bisogno del centro cittadino. Casalecchio è grande, con una sua periferia e una certa volontà a non risultare un paese ma piuttosto un piccolo cuore della provincia dove poter andare nei centri commerciali, passare il tempo in biblioteche modernissime, ascoltare musica in centri ricreativi ben tenuti, frequentare scuole superiori e mangiare in ristoranti tipici per ogni tipo di tasca. Una parte che non si piega al senso di provincia e ben collegata. Con la linea 20 infatti inizia il tragitto nel tragitto. A Casalecchio ci fermiamo diverse volte e continuiamo a sentire il sole spegnersi ma ormai è finita la giornata, le persone escono dalle fabbriche e non vedono l’ora di poter tornare a casa per mangiare e poco altro. Ogni fermata è collegata con i paesi vicini e lontani oltre la stazione che porta persino al territorio Modenese diversi lavoratori. Qualcuno arriva al capolinea come me. Ormai qui si è fatto tardi, ma in molti devono solamente tornare indietro perché sono diversi chilometri per poter andare a casa, attraversare tutta la città ma in fondo essere felici. Perché da Nord a Sud di Bologna, la linea 20 è riuscita a prendere tutti, almeno una volta nella vita, riuscendo a cogliere tutti i nostri polmoni, regalandoci sole e nebbia, caldo e freddo ma soprattutto rendendosi profonda osservatrice delle persone di questa città. Come se fosse un discreto, borghese, multiculturale punto di riferimento.

Musica (nuova) per superare l’hangover

Il capodanno è quel momento dove, ad ogni costo, devi divertirti. Solitamente io mi annoio un sacco, ma oltre questa introduzione fin troppo personale, uno degli aspetti fondamentali non è ritrovarsi nell’after giusto alle 10.00 della mattina con una buona dose di carica addosso, ma il risveglio traumatico nel pomeriggio della prima giornata di Gennaio. Buongiorno a tutti, per superare un momento così difficile c’è pronta una playlist di canzoni (nuove) che manderanno alle stelle artisti (nuovi) che non ci siamo ancora cacati nell’anno appena trascorso. Per iniziare con il piede giusto, tra una citazione di Gramsci e lo stomaco che grida vendetta, oltre a una scodella di brodo fatto bene, mettere le cuffie, magari tornare in modalità party e farsi accompagnare in questa riabilitazione così.

 

 

Di cosa abbiamo bisogno per fare un festival?

La scorsa settimana abbiamo lanciato un piccolo manifesto/appello alla cittadinanza ma soprattutto a tutti gli operatori del mondo culturale Bolognese per la realizzazione di un possibile festival musicale in città. Come detto nel precedente scritto, il nostro telefono ha squillato e noi siamo molto contenti, inoltre abbiamo trovato un paio di intermediari importanti, doverosi e professionali a cui rivolgerci per mettere in piedi questa lucida follia. Per prima cosa, non vogliamo ripetere gli errori dell’anno scorso ovvero lanciare prima l’iniziativa della sua stesura pratica, errori di profondo buon senso dato che all’inizio la campagna virale era partita per gioco, in modo da stimolare l’interesse delle persone sperando di avere un riscontro dalle istituzioni; il secondo punto è quello di essere chiari e trasparenti con chi legge, d’altronde è una questione che riguarda tutti. Iniziative del genere si concretizzano solamente se c’è una scelta adeguata da un punto di vista artistico, se economicamente nessuno si fa male e quindi, se c’è un pubblico divertito oltre a un personale soddisfatto del proprio lavoro (cosa non così scontata). Siamo noi i primi volontari ma nessuno deve esserlo per forza, tutti sono tasselli importanti in un mosaico così complicato più da un punto di vista ideologico (no, con quello non ci collaboro, no con quello perchè bla bla bla) più che dall’aspetto realizzativo. 

Facciamo un festival musicale a Bologna

In qualche modo circa 1 anno fa noi ci abbiamo provato. Io mi ricordo quando lanciammo quasi per scherzo, ma con la consapevolezza di voler attirare interesse, il #BOACHELLA. In rete c’è stato un grande riscontro e in poche settimane da semplici operatori nel mondo della cultura cittadina, impegnati in studio o altri lavori ci siamo ritrovati al tavolo con sponsor, istituzioni e artisti con cui non pensavamo mai di poter lavorare. I tempi erano stretti, Bologna andava sotto elezioni comunicali e lo spazio di manovra era troppo risicato, per questo non c’è stato il coinvolgimento da parte degli utenti e quindi, piuttosto che realizzare qualcosa di cui non eravamo convinti è stato più saggio lasciar correre del tempo. Ora è Natale, il nostro telefono ha squillato nuovamente e certe persone non si sono dimenticate della nostra pazza idea. Per realizzarla però non ci vogliono compromessi ma aiuto, condivisione e unità di intenti. Mica poco in una città come la nostra, dove ognuno ha il proprio orto e in fondo va bene così fino a quando nessuno ti viene a disturbare. Siamo i più giovani nel settore, forse i più arroganti, non i migliori ma tra i più curiosi. Per questo il progetto è ancora lì, chiuso in un documento PDF di non sappiamo neanche noi quante pagine, con gli sponsor che aspettano, aspettano, aspettano e le istituzioni coinvolte nell’aiutarci. Il telefono ha squillato appunto e sotto Natale diventiamo tutti più buoni però farlo solo con le nostre forze e quelle di chi ha voglia di seguirci non è possibile.

Ogni settimana in città a Bologna si possono trovare 10/15 concerti dal vivo di ogni genere, per artisti da ogni parte d’Italia, più o meno grossi, più o meno giovani, più o meno dispendiosi. Realizzare una tre giorni selezionando il meglio, in base al budget, con una rete di locali coinvolti può sembrare un compromesso eppure se tutti mettessero un 10% delle proprie conoscenze, tre giorni si realizzerebbero con cura, non facilmente, ma si arriverebbe all’obiettivo. Questo non è un articolo di denuncia anzi, è un modo per spronare tutti a essere consapevoli della buona occasione ma soprattutto dello spazio che c’è per realizzare tutto ciò. Ormai ogni città sta facendo crescere il proprio appuntamento con la musica dal vivo, noi no. I più attenti analisti di questo scritto mi citeranno il roBOt festival e personalmente auguro lunga vita a quella manifestazione musicale però vorrei avere un campo di gioco più ampio dove anche roBOt festival potrebbe farne parte. Inutile raccontare le references o gli esempi che si potrebbero seguire di altri posti dove tutto sommato queste iniziative funzionano, piuttosto oltre a valorizzare i contenuti locali si potrebbe partire con qualcosa in formato ridotto, arrivando piano piano a uccidere il padre.

Uno dei problemi fondamentali della città di Bologna, non è solo la suddivisione tra cultura di serie A e cultura di serie B che in molti (compresi noi può essere) adottano nel giudicare le manifestazioni, ma questa continua ricerca dell’esaltazione di una storicità ormai passata. Non ho nulla contro i mostri sacri della musica di qualche tempo che sono cresciuti qui e hanno i loro aneddoti in giro per le osterie, lungo le vie e persino sui muri però sono stanco di continuare a rincorrere quel passato per non fare nulla nel presente e sperando che in futuro ci sia qualcosa. Troppo vaga è la narrazione dei grandi intellettuali sulla situazione del presente e cinica è verso il futuro, quasi a sentir sempre dire che in passato andava tutto meglio e questo posto non tornerà più quello di una volta. Non sono amante del buon senso, non sono una persona positiva e guardandomi attorno non posso sicuramente essere felice della situazione però restare a bocca asciutta ogni volta che il tempo passa mi sembra di buttare via delle energie, forse della passione. Un passo avanti tutti, sono un movimento forte che sicuramente verrà ascoltato, perchè le istituzioni non possono sempre essere gli antagonisti di questa storia altrimenti purtroppo, non si fa alcun tipo di rivoluzione. Noi ci proveremo da oggi fino a Febbraio. Ci prendiamo un mese di tempo per trovare un luogo, tre giorni con due palchi. Sarebbe bello farlo a ingresso gratuito, sarebbe bello farlo all’aperto e perchè no cercare di riqualificare zone che vengono sempre bistrattate dai media e dai noi stessi. La nostra idea è la zona universitaria, abbiamo sempre presentato questa follia nel seguente modo e abbiamo fatto delle verifiche territoriali importanti. Noi da soli però non riusciamo, perchè il bisogno di professionalità in un contesto del genere è davvero importante, quindi come al solito restiamo alla finestra e aspettiamo. Il telefono squilla, speriamo di ricevere la vostra chiamata, poi chiaramente le persone, forse i volontari e l’entusiasmo quello vi assicuriamo non mancherà.

Uccidiamo il padre tutti insieme? 

la nostra mail è questa: info@collettivohmcf.com

Quanto ci mancherà il Referendum Costituzionale?

Diciamoci la verità. Quando qualche mese fa Renzi lanciava il referendum costituzionale noi stavamo ancora al bar per fare l’aperitivo. Poi Renzi ha deciso di raccontarci che qualora avesse vinto il NO -> sarebbe andato a casa e qualcuno che non sembrava minimamente interessato al dibattito politico e culturale di questo paese, ha scelto di informarsi, diventare improvvisamente costituzionalista e votare tendenzialmente NO. Evitando di entrare nel merito della questione puramente tecnica, questo periodo di campagna elettorale, partito così lento da farci annoiare ha portato alla luce una serie di validi motivi per farci capire che siamo un paese in salute, dove non ci facciamo mancare proprio nulla e che la guerra culturale ormai è vinta. Mi ricordo quando ci lamentavamo di Berlusconi, qualche suo vizio e delle veline in televisione che mostravano il proprio corpo. Abbiamo fatto di tutto per rendere quel mondo spazzatura, pensando di poter cambiare noi in prima persona qualunque settore, dalla televisione alla politica, dai movimenti politici a youtubers improvvisati scrittori. Ciò che fa audience rimane sempre lo stesso, la guerra culturale è morta, ora puntiamo al ribasso e in fondo, ci facciamo delle grasse risate. 

La rivincita dei truzzi: il fenomeno Trap.

Quello che non è interessante nel dialogo fra i grandi esperti dei massimi esponenti musicali è capire se la TRAP fa effettivamente parte del mondo HIP HOP oppure no. Evoluzione? Fuoco di paglia? Disciplina? Sfumatura? Merda? Di tutto si legge ma poco si capisce, però questo non è l’articolo giusto per dare una risposta tecnico/storico e musicale a questo dibattito. 

Tratta 520, Corriere e non luoghi.

La Domenica è notoriamente un giorno difficile. Si chiude ma allo stesso tempo si apre la settimana. La Domenica solitamente succedono una serie di cose in ordine sparso: ti svegli tardi, pranzi con i parenti, guardi le partite di calcio alla televisione, resti fermo ad osservare i social network in modo passivo attendendo semplicemente che quest’agonia termini. Insomma, la Domenica è una giornata notoriamente di merda.

Genesi hip hop di fine 2016

Il mondo hip hop è stato quello che nel corso degli anni ha portato maggiori soddisfazioni nelle nostre vite, vuoi per la produzione di concerti dal grande successo, vuoi per la fortuna di aver scritto di persone che ora navigano su altri livelli e non si sono dimenticate di noi. In questo anno abbiamo perso molti dischi bellissimi, ma ora le ultime novità non possiamo perderle di vista soprattutto perché raccontano le parole di artisti a cui siamo legati affettivamente ma non solo. La ricerca è stato il pane delle nostre ambizioni, sogno dei nostri successi. Ora mettiamoci le cuffie, aspettiamo qualche minuto e leggiamo questi dischi, hanno un mondo dietro che non potete capire.

10 anni di musica Indipendente in Italia.

Ci puoi arrivare da una parte o dall’altra, comunque in qualche modo ci arrivi. Poi puoi scavare per scoprire altro, ma di base l’occasione per arrivarci ce l’hai.

Quella sopra citata è una frase che mi disse un amico o forse un conoscente quando ancora andavo al Liceo. Questa persona, di cui non ricordo nulla devo essere sincero, parlava di come potevi conoscere i gruppi di musica definiti “alternativi”. 10 anni fa in Italia, si affacciava internet e con lui una serie di possibilità di conoscenza ulteriore; io comprai un disco dei The Strokes chiamato Is This It, circa 6 anni dopo la pubblicazione. Da quel momento internet, i correlati di youtube e la considerazione che tutto sommato Seth Cohen in un telefilm adolescenziale ascoltasse davvero ottima musica. Parallelamente a questo, le mie conoscenze andavano sempre in quella direzione: musicisti, cultori di musica, esperti di luoghi come negozi indipendenti, mercatini e club di musica dal vivo. A questa ondata soprattutto straniera, crescevano realtà musicali anche in Italia capaci di cogliere l’importanza del cambiamento che la cultura underground (se vogliamo proprio chiamarla così anche se in realtà fa cacare) stava mettendo in piedi proprio nella mia generazione e in quella che di poco mi ha preceduto. Nella città in cui sono cresciuto, My Awesome Mixtape e Forty Winks (oltre a una marea di progetti fantastici) prendevano piede nell’immaginario di diversi ragazzi ma soprattutto nelle playlist da ascoltare prima e dopo la scuola, prima e dopo la delusione con la ragazza che non ti ha mai filato, prima e dopo l’ennesimo 5/6 a scuola. Gruppi Italiani sì, ma con un forte colore che proveniva da luoghi in grado di scuotere già all’epoca le testa della maggior parte dell’opinione pubblica. Qui da noi ancora nicchia. Con le proprie soddisfazioni ma nicchia. Erano circa dieci anni fa, la cultura del concerto stava prendendo consapevolezza e le discoteche si svuotavano di pr e persone vestite con i mocassini. Sarebbe stato difficile arrivare subito a loro, ma un primo segnale di questa battaglia culturale era stato messo in campo. Con internet crescevano webzine e progetti editoriali molto avvincenti. Prendo DLSO nella versione blogspot in grado di fornirti gli strumenti necessari per conoscere il mondo Italiano indipendente non solo musicale, mentre ROCKIT divenne un portale di riferimento perché potevi trovarci davvero di tutto. Senza dimenticare però le idee di BONSAI TV e un programma chiamato MTV Your Noise condotto da Carlo Pastore dal Lunedì al Venerdì alle 18.00, prezioso per portare dentro alla televisione, quella che guarda chiunque, un certo tipo di musica in orario fruibile dalla maggior parte delle persone. Poi c’è la musica, i protagonisti. Un gruppo milanese piuttosto famoso chiamato “I Ministri” nel 2006 pubblica un disco – I soldi sono finiti – e dentro la copertina si poteva trovare una moneta da 1€. Gesto provocatorio per combattere la crisi della discografia che parte dai piani alti ma non fa poi tanta paura al mercato indipendente che ne vede una possibilità non indifferente per poter emergere. Altro disco cardine del movimento è quello realizzato da un giovane cantautore Ferrarese che dopo una demo di successo si presenta con Canzoni da Spiaggia deturpata. Lui è Vasco Brondi noto come Le Luci Della Centrale Elettrica e sta diventando un poeta, musicista e sex symbol non indifferente, mentre le ragazze che prima facevano il tavolo in discoteca ora, frequentano librerie indipendenti e ogni tanto, comprano dischi. Questo disco segna una nuova linfa per tutto il movimento di cantautori che solo per quest’articolo definiamo underground: Dente, Brunori SAS e molti altri. Con la chitarra in mano e una narrativa propria senza l’obbligo di piacere ma con il bisogno di farsi ascoltare. Segue movimento in rete e traffico nei concerti. Oppure traffico in rete e movimento nei concerti.

Per capire al meglio come sviluppare questa battaglia culturale bisogna però conoscere il campo di gioco. E nel mentre cresce la domanda – perchè sì, inizia a non essere così da sfigati ascoltare i Death Cab For Cutie – la risposta inizia a ponderare. Etichette discografiche, collettivo di artisti, esperti di comunicazione rigorosamente indipendenti o comunque vicini al movimento si interrogano su come arrivare a un pubblico sempre maggiore e in qualche modo incuriosito. La Tempesta, 42 Records, Garrincha Dischi, Foolica, Trovarobato, Unhip, Ghost e tantissime altre hanno la fortuna e bravura a cogliere l’esigenza non solo della domanda, ma anche di quelli che la domanda non se la fanno ancora. Ma tanto in un modo o nell’altro ci arriveranno. Niccolò Contessa invece è un grande appassionato di musica elettronica, ha un progetto dove fa ballare delle persone e non ha la stessa fame di successo che in molti ragazzi nutrono soprattutto in quel periodo. È una persona a cui piacere scrivere e la sua visione del mondo che lo circonda diventa un vero e proprio cult soprattutto perchè non si conosce la vera identità del suo progetto musicale I Cani, mentre in rete tutti ascoltano le tracce e sono incuriosite dalla non comunicazione fatta da sacchetti in testa e social network. Il sorprendente album d’esordio de I Cani, disco ironico con una sua attitudine ben precisa, spalanca le porte e libera finalmente l’animo hipster che in quel movimento che stava crescendo nessuno era riuscito a cogliere. Seguono sold-out, curiosità dai media nazionali e tante altre cose molto belle, forse inaspettate ma di certo vincenti. Sulla stessa linea Lo Stato Sociale ma con il merito di crearsi il proprio pubblico. Un pubblico in grande aumento, come se stessimo parlando di un movimento politico e non di un gruppo di ragazzi che fanno quello che gli piace. Il successo generato porta alla prima divisione di questa battaglia, dove l’universo indipendente comincia a creare le sue piccole fazioni che si possono dividere in sintesi così: cantare in Italiano o cantare in Inglese.

Guardare all’estero o arrivare a riempire tutti i club in Italia. Qui seguono discussioni dove la critica per partito preso decide di affossare una parte oppure l’altra. Qualcuno scrive cattiverie perchè rosica, altri rosicano perchè scrivono cattiverie. È un momento così, soprattutto perchè dall’altra parte della barricata qualcuno inizia ad accorgersi che non tutto è così fermo, che il campo non è quello di una volta e che persone, prima o poi ci arrivano e le occasioni iniziano a essere molteplici. Uno dei grandi nemici dell’undeground è il talent show. Maria De Filippi e Marco Mengoni sono tra le personalità più detestate eppure Morgan stava simpatico perchè cantava delle canzoni molto belle e poi in fondo è una rockstar. Con il passare del tempo anche questo modo di interpretare la televisione ma soprattutto il talent show cambia completamente: prima si stava a casa per boicottare, poi si è andati come concorrenti per boicottare, poi si è andati come concorrenti per vincere e infine perchè non facciamo anche i giudici così da poter far vincere qualcosa di nostro?

Non sono uno di quelli che trova il compromesso televisivo frutto solo di denaro o popolarità ma vede la ricerca del tubo catodico, come della radio un compromesso verso se stessi. In fondo ci piace riempire i club, stare tutti insieme a raccontarci che siamo bravi, però mettersi in gioco e farsi ascoltare da tutti non è mica così semplice. I Perturbazione vanno a Sanremo come i Marlene Kuntz, Manuel Agnelli diventa giudice di X-Factor e molte etichette indipendenti passano le proprie canzoni quotidianamente in radio. Si gonfiano i prezzi degli uffici stampa e i Verdena sono ancora la miglior band Italiana o forse no. Però Tiziano Ferro due sold out allo stadio San Siro non riesce a farli consecutivamente. Insomma cambia il sistema di elaborazione delle informazioni, nulla ti viene più imposto dall’alto, tutto può crescere dal basso. Prima che il mondo dei club rock&affini si accorgesse di questo cambiamento la fazione undeground del hip hop torna ciclicamente e ne approfitta. La società in cui viviamo è in confusione, la fiducia nelle istituzioni va verso il minimo storico quindi c’è bisogno di un linguaggio ancor più diretto ma sempre personale. La nuova golden age rap porta la creazione di contenuti, etichette discografiche, booking e molto altro in grado di autosostenersi nelle proprie attività facendo sì che tutto questo diventi un vero e proprio lavoro. Il pubblico c’è e cresce perchè sono piccoli ok, ma continuano a moltiplicarsi. Le Major si accorgono di questa cosa, il mondo rap accetta qualche proposta e Fedez fonda una sua etichetta discografica perchè i video fanno milioni di visualizzazioni così diventa giudici a x-factor e vedi te, come diavolo hai cambiato la tua vita. Quello che è sempre mancato alla scena hip hop è capire il beneficio di trovarsi artisti non troppo apprezzati in cima alle classifiche. Cascando giù, nei motori di ricerca, chiunque ha beneficiato di questa cosa. Qualcuno ancora si arrabbia, ma ora in molti hanno accettato il fatto e da qualche illustre esponente ho letto anche scuse e possibilità di collaborazione. Insomma, tutto sta cambiando.

Se non riesci a inquadrare il tuo nemico mentre il mondo ti sta girando le spalle, prova a comprarlo o almeno fai qualcosa per non farti ostacolare. Le case discografiche giganti falliscono, alcune si riescono a inventare nuove soluzioni ma le boy-band non vanno più di moda e i talent show iniziano a essere vinti da gruppi musicali che ok, possono non piacere, ma suonano bene e portano canzoni proprie pure in Inglese (The Kolors, Urban Stranger&altri casi). Edoardo D’Erme è un tipo veramente particolare. Ha girato tutta l’Italia con la chitarra in mano per farsi offrire da bere e ottenere un divano comodo da qualche conoscente. Ha scritto delle canzoni che ascoltavano in 32 ora invece è Disco D’Oro. Edoardo D’Erme in arte Calcutta, esce sul finire del 2015 con un disco molto semplice, quasi essenziale. Sensibile e malinconico, cantato e razionale. Mainstream (provocazione, comunicazione o realtà) crea un ponte concreto che si stava sviluppando da qualche tempo prima con ben altri protagonisti fra gli artisti main e quelli indie. Il tipo che abita nel pianerottolo davanti a me ascolta Ligabue, ha tutte le sciarpe di Ligabue però non c’è una volta che non lo sento cantare Frosinone dopo Urlando contro il cielo. Bomba Dischi e Calcutta costruiscono il successo senza particolari forzature ma con mosse sincere e ben calibrate. Le persone vogliono cantare ai concerti. Le persone vogliono gridare per stare meglio. Le persone ascoltano la radio in maniera passiva ma vogliono canticchiare mentre lavorano. Da tutto questo esce un’estetica pop che porta Luca Carboni a mettersi il giubbotti di pelle nero, fare un video come quello di Calcutta, andare ai concerti e ritrovarsi a scrivere una canzone dal titolo uguale “Milano” ma con due visioni diverse. Internet + giornali + concerti sold out + dischi finiti + dischi deluxe finiti + vinili finiti + avete idea di quanto si possa riuscire a scopare facendo un successo del genere da 2 a 1000 in meno di due anni? Una delle cose che più mi ha colpito della case history Calcuttiana sta in una vecchia intervista dove Edoardo sottolinea come “non fosse colpito dalle ansie della propria generazione ma dalle proprie“. Una sotto traccia interessante di quanto stia accadendo soprattutto a molti ragazzi che quasi per scherzo si ritrovano a diventare colonna sonora per migliaia di persone: selfie, saluta quando fai una foto, ringrazia sempre, se ti tira il culo però non puoi rivoltarti a coloro che ti hanno chiesto una foto, altrimenti le foto non le fai più. La posizione è delicata, comprensibile e non banale. L’attitudine da idolo generazionale non tutti possono averla e in molti ci raccontano di come questi non siano problemi enormi e in effetti non lo sono, però sono sintomatici di come il ponte che lega un pubblico generalista ad artisti nati indipendenti può diventare un uragano pieno di emozioni per quanto vasto e gigante. Ultimamente chi riesce a essere personaggio apprezzato e condiviso da entrambe le frontiere è Tommaso Paradiso, leader di un gruppo i Thegiornalisti in grado di riempire ogni club, ogni radio, ogni spazio, ogni momento di spazio disponibile. Totalizzante è il modo con cui stanno arrivando a chiunque, con canzoni romantiche e dichiaratamente pop senza farsi grandi problemi di target, critica o altre cazzate. Con l’ultimo disco hanno affermato come fare musica per le grandi masse possa essere una prerogativa di un progetto nato indipendente. Tra qualche anno ci saranno stadi, ospitate nei salotti televisivi generalisti e in fondo lamentarsi e rosicare è solamente un pessimo esercizi di stile. Il successo e il trasporto che vivono questi progetti musicali fa bene a tutto il movimento e fare l’occhiolino a chi ha sempre snobbato un certo modo di progettare, realizzare e vivere la musica non è una perdita di valore o identità ma una semplice e necessaria evoluzione. Arrendiamoci le discoteche ormai si stanno svuotando, le persone comprano i biglietti online per ascoltare in concerto Calcutta e i Thegiornalisti. Questo è un male? No. Questo è giusto? Sì. Lunga vita.

Come ogni grande partito esistono le correnti. C’è quella che proprio non vuole astenersi dal criticare. È comprensibile, non si può negare e forse fa anche bene per poter trovare sempre nuovi spunti e non concludere questo quadro generale come buonista e semplice. Recentemente uno dei maggiori esponenti della scena trap italiana (ma credo non solo) ha snobbato buona parte della passata scena hip hop dicendo che “purtroppo non conosco e non ho mai ascoltato i Sangue Misto”. Nella sfera più integralista è nato un piccolo caso e le riflessioni da fare sarebbero molteplici perchè potrebbero partire dall’età del protagonista, passando per una sua mancanza grave e arrivando a capire che alla fine è comprensibile la mancanza di alcuni capi saldi, soprattutto se la tua interpretazione del genere si discosta non poco da quella originale (di 20 anni prima). Insomma è necessario avere i fondamentali dell’indie rock per fare indie rock? È necessario capire le grandi canzoni per poterne scrivere? In tutto questo non è mia intenzione dare un giudizio riguardo la notizia ma porre l’attenzione su come le fonti e il proprio background sono un tema molto personale. Non tutti i grandi scrittori hanno preso ispirazione da libri, forse da film o da canzoni. Non tutti i grandi musicisti hanno preso ispirazione da dischi, forse da libri o da film. E così via. Quindi non viene scusato nessuno ma è sintomatico come l’effettiva mancanza di archivio possa diventare un problema per molti degli artisti che vengono dall’underground – poi, chiamare underground chi vende milioni di copie mi sembra ridicolo ma in un certo senso è così.

No. I dischi non si vendono. Ai concerti qualcuno si muove. Però tolto chi ha fatto del proprio movimento un vero e proprio lavoro (buona parte degli artisti citati sopra) per il resto manca curiosità. 10 anni fa la battaglia era molto più appassionante. Si ascoltava su internet, si andava nei club e si compravano i dischi. Ora si ascolta su internet. Basta. Si ascolta su internet. Fine. La possibilità di emergere in questo imbuto di successo legato da un ponte che arriva fino a un pubblico generalista chiude molti varchi, aumenta il prezzo degli uffici stampa e rende le webzine troppo spesso vittima del click-baiting (soprattutto le webzine che sono nate recentemente, quelle che vanno di moda boh) e iniziano a emergere progetti creati a tavolino. Talvolta privi di sincerità. Ma questo forse è già un giudizio personale probabilmente inutile al fine di una discussione ben complessa, dove il campo di battaglia è cambiato e per certi versi si può dire essere inclinato anche nel sistema indipendente. Forse è meritocrazia, forse no. Eppure resta forte la sensazione di come per uscire dalla propria stanza grazie all’internet siano disposti più o meno tutti. Basti pensare alla quantità di sponsorizzazioni e social media manager (presunti o tali) assunti da realtà piccole, per il desiderio di uscire dal club con 30 persone ma portandone almeno 60. È una cosa comprensibile, lecita e che in un certo senso porta un valore aggiunto al successo di alcuni gruppi/progetti musicali. Nel complesso di seguito c’è una lunga intervista con alcuni grandi esponenti che parlano del mercato discografico nell’era digitale. Bandcamp, soundcloud, freedownload ma anche nuovi modi di interpretare i supporti fisici (vinili, cassette, cd con packaging creativi) sono soluzioni in grado di lasciare qualcosa all’ascoltatore. Quello adesso diventa l’obbiettivo principale, fidelizzare la persona nel mare di informazioni che vengono recepite.

È forse una visione personale, magari parziale di quelli che sono stati gli ultimi 10 anni della musica indipendente e di una cultura undeground in Italia. Eppure il festival MI AMI è diventato l’appuntamento a cui proprio nessuno può mancare, le radio sono piene di canzoni non proprio tradizionali e sì, magari 20 anni fa era la stessa identica cosa: qualcuno emergeva e andava in radio, riempiva i concerti eccetera eccetera. Eppure lo stato di quest’evoluzione è stato vissuto in prima persona da me e chi ha avuto la fortuna di farne un lavoro della propria passione oppure semplicemente ha trovato altre strade ma guarda a questo percorso con soddisfazione o amarezza. Le sensazione più comune è che senza internet non sarebbe successo nulla di tutto ciò eppure credo che il campo di battaglia citato all’inizio avrebbe avuto una profonda analisi diversa e soluzioni alternative in qualche modo sarebbero saltate fuori. Non è una questione di mezzi ma di modi e ricerca. Quest’ultimo è stato l’aspetto fondamentale per portare al successo un progetto musicale e ribaltare quella concezione per cui andare in discoteca ad ascoltare il deejay in copertina su vanity fair sia più cool che andare all’Alcatraz a fare un completamente sold out. Storcerà il naso forse per proprio orgoglio chi fin dal giorno zero ha creduto in questa missione e ora vede la perdita di certi valori, ma in fondo quell’amico mio (o conoscente ora non ricordo nemmeno dopo 25.000 battute) ha sempre avuto ragione. Prima o poi ci arrivano tutti, e non è un discorso di comprensione ma di possibilità. E aggiungo io, una volta arrivati ne fanno parte proprio come me e te, proprio come i ragazzi di The Breakfast Jumpers e tante altre realtà ancora oggi alla ricerca del dettaglio nei dischi registrati in casa, con un progetto lo-fi e particolarità che si possono notare solo con una certa sensibile curiosità. Questo mondo è cambiato e cambierà tantissimo nei prossimi due mesi, anzi ogni giorno. Il cambiamento è naturale percorso delle persone, sta nell’individuo saperlo cogliere e assimilare, quindi la cultura mainstream o underground che sia non è una battaglia come da me è stata definita ma una interpretazione più o meno personale e alla fine chi beneficia da tutto questo sono proprio le persone e qualche volta le loro ambizioni.

Non è un manifesto elettorale o politico. Non è voglia di guardare al futuro con ottimismo ma ritenere il recente passato come qualcosa per cui si è contribuito a stare meglio adesso, che sia un semplice ascolto, pensiero, disco, recensione o concerto vissuto. È bello vedere certe cose, magari non apprezzarle, ma notarne il percorso per cui sono arrivate ed è riduttivo appellarsi a teorie complottiste o altri sotterfugi. Non va tutto male, non va tutto bene, va così e non bisogna dire basta ma semplicemente essere contenti perchè l’altro giorno hai portato una persona a scoprire qualcosa che non conosceva. Prima storceva il naso, poi è stata bene. Conserva quello che gli hai fatto scoprire tu come una cosa propria ma che ha potuto condividere con te e magari ha pure provato qualche emozione. Si è seduta sul letto e ha deciso di fare un disco da mettere in macchina, questo disco in macchina è stato ascoltato da altre persone che hanno apprezzato e il campo di battaglia è cambiato, il ponte è solidificato e il rapporto tra la cultura underground e quella mainstream si è cimentato come uno sguardo di notte al buio. Un giorno faranno l’amore, magari l’hanno già fatto. Sicuramente sono stati benissimo e presto condivideranno altre cose per cui esser soddisfatti anche se la canzone che ancora passa in macchina non ti piace, ma viene dal tuo mondo e ora fa parte del suo. Così si salvano la vita, si raccontano le storie. Così, in questi 10 anni della mia vita – come quella di altri – ho visto cambiare tutto, tanto prima o poi ci arrivano tutti.

I 40 anni del Disco D’Oro

Di solito è Sabato pomeriggio. Quasi sempre diventa buio molto presto. In testa – ma soprattutto sulle gambe – c’è ancora tutta la settimana appena trascorsa e nel fine settimana è doveroso condensare tutti i piaceri della propria vita, terrena e non solo.

This is not a lost song

In questi mesi abbiamo ascoltato tanta musica per davvero. This is not a lost song è un grido di ascolto, una richiesta di dettagli e quello che non è mai stata una trasmissione piuttosto orrenda di metà anni 70 chiamata superclassificashow. Una lista di brani/dischi/artisti veramente indipendenti, veramente sconosciuti di ogni genere che abbiamo ascoltato. Non c’è una classifica e nemmeno dei voti, sono solamente dischi che non vanno nascosti, pronti a suonare almeno ancora una volta, più di una volta, forse tutti i giorni, nei vostri spazi e lungo i vostri pensieri. Qui soddisfiamo tutti gli ascoltatori quindi smettiamola con questi pipponi da leggere e mettiamoci subito con le cuffie ad ascoltare, poi magari supportate questi artisti, magari no. Vedete voi. This is not a lost song guys.

506 giorni dopo&altre storie.

Come va. Abbiamo pensato un sacco di volte a come iniziare un articolo per il nuovo corso delle nostre attività online e forse iniziare con un semplice “come va” ci sembrava il modo più semplice, diretto e pretenzioso. Dietro un “come va” ci sono un miliardo di sfumature, dalla timidezza del nervosismo per rompere un silenzio alla necessità sincera di sapere le condizioni di qualcuno. Può essere delicato, reale, finto, istituzionale e arriva subito al punto, mettendo l’ascoltatore al centro della conversazione. Leva l’imbarazzo, lava la coscienza e qualunque sia il taglio che vogliamo darci, crea una discussione. Ecco, è proprio per questo che abbiamo scelto “come va” per questo primo articolo dopo 506 giorni dove abbiamo ascoltato un sacco di musica, letto libri, sostenuto la nostra piccola etichetta discografica e sviluppato oltre 50 produzioni di concerti dal vivo. Siamo andati molto vicino a fare cose speciali e ne abbiamo fatte di bellissime, altre invece hanno fatto cacare, ma d’altronde funziona così, non tutto è fatto per esser perfetto. Questo nuovo corso ha l’ambizione di fidelizzare veramente le persone che ci hanno seguito dando loro contenuti, andando come al solito a riempire qualche spazio che viene lasciato libero nel mercato digitale musicale e non solo. Alla fine non importa di cosa scrivi ma è come lo fai, una questione di modo, forse di taglio ma questo lo deciderete voi, noi ci limitiamo a proporre linguaggi e per questo vogliamo rispolverare una nostra vecchia passione, quella della web radio/tv, perchè ci manca metterci in gioco e presto vedrete di cosa stiamo parlando e sarà sicuramente bellissimo. Inoltre vogliamo premiare i ragazzi che seguiamo e avete visto in giro per l’Italia con la loro musica; sono stati fondamentali per andare avanti e incontrare sempre nuovi stimoli per questo collettivo di persone forse un pochetto stordito ma piuttosto efficace quando le cose si fanno dure. Ci sono una montagna di canzoni da sentire, articoli da leggere, disegni da guardare e mondi da osservare, ma questo magari facciamolo nei prossimi giorni, una cosa per volta, per adesso cerchiamo di capire come va. Un giorno magari lo sapremo.


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