I dischi che abbiamo messo sotto l’albero

Abbiamo idea di quanti dischi escono lungo 365 giorni in Italia? E nel resto del mondo? Stilare classifiche non solo è parecchio difficile ma piuttosto fuorviante verso l’intento principale dei bilanci di fineannochefannovisitealsito ovvero, scoprire musica. Abbiamo chiesto a una banda di amici, professionisti e non, sicuramente appassionati di musica, eleganti, raffinati ma pur sempre possibili raver nascosti.

#dischidametteresottolalbero

FRANCESCO BENTIVEGNA 

Musicista, attore, dottorando e principessa del dancefloor, a 26 anni crede che il futuro sia nell’intelligenza artificiale e il websex.

Blood Orange – Freetown Sound

Nicolas Jaar – Sirens 

Jessy Lanza – Oh No 
#dischidametteresottolalbero

ANDREA JAMES COLGAN 

The Last Shadow Puppets – Everything You’ve Come to Expect 

Durante i primi ascolti non mi ha convinto subito, forse troppe aspettative, ma dopo qualche giro sul piatto ti viene solo da pensare ad un cosa: Alex Turner è il più grande talento inglese degli ultimi 10 anni.

The Lemon Twigs – Do Hollywood

I fratelli D’Addario, 19 e 17 anni, incarnano il sogno di tutti i musicisti, avere a disposizione uno studio (del padre) dove suonare per ore con tuo fratello, scambiandosi gli strumenti, alternandosi alla voce e ascoltando i dischi di Beatles, Beach Boys, Big Star ecc..

Anderson .Paak – Malibu 

Bellissimo disco r’n’b/soul con diverse incursioni nell’hip-hop della west-coast.

#dischidametteresottolalbero
LUCA LOVISETTO 

Car Seat Headrest – Teens Of Denial

Questo disco, ed in generale l’opera omnia del mio coetaneo Will Toledo, è un’epifania per chiunque scriva o abbia mai provato a scriver canzoni.

Frankie Cosmos – Next Thing

La leggerezza e l’indolenza di queste brevi ed ispiratissime microstorie twee sono probabilmente la cosa che più ricorderò volentieri della primavera di quest’anno. Sappho, forse, canzone dell’anno.

Noname – Telefone

Il 2016 è stato un grandissimo anno per il rap: sono usciti davvero tanti instant classic che diventeranno canone e che stanno velocemente ridisegnando e plasmando le grammatiche del genere. Tuttavia, nell’anno di Kanye e Chance, questo piccolo album è il mio disco hip hop dell’anno. Noname è una ragazza che ha un anno più di me, viene da Chicago, sembra abbastanza timida e, oltre a fare musica, scrive poesie. Prendendo in prestito le parole del mio amico Samuel, penso (spero?) che questo album avrà un’influenza importante nel rap americano dei prossimi anni.

#dischidametteresottolalbero

FEDERICO SCAGLIA

La voce nella musica mi da fastidio, quindi cerco di ascoltarne il meno possibile; non l’ho fatto apposta ma i tre album sono riconducibili ai tre væz con cui suono.

Album Leaf – Between Waves

loro erano in una super playlist che mi ha iniziato alla musica elettronica fatta da Yed nel 2012, ho provato a deviare questa compilation su di lui che è il̶ ̶r̶e̶ la regina delle compilation, ma non c’è stato niente da fare.

Autechre – elseq 1

grazie a padre frediani.

Massive Attack – Ritual Spirit 

aggiunto da Riccardo Montanari alla playlist B∑LIZ∑ su Spotify” -il giorno stesso che è uscito ovviamente.

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MARCO MAIOLE 

Marco Maiole pensa di musica da quando pensa. Passa gran parte del suo tempo a guardare video di synth e di macchine fotografiche, studia economia – ogni numero imprecisato di mesi, decide di chiudersi in casa e registrare un disco. Ha intenzione di comprare delle scarpe non sportive.

Gold Panda – Good Luck and do your best

I Cani – Aurora 

Kanye West – The life of Pablo 

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RICCARDO MONTANARI

Yoni & Geti – Testarossa

Perchè contiene la canzone che ho forse ascoltato di più quest’anno (Madeline) e poi, non so a voi, ma la voce di Yoni Wolf mi fa passare l’ansia.

Glass Animals – How to be human Being

Perchè è fresco, sincero, ha ritmo e anche sentimento. Ok, forse non supera l’esordio Zaba, ma sono ragazzi che vale la pena seguire e supportare, perchè faranno musica sempre più bella.

Afterhours – Folfiri o Folfox

Voom vooom scooteroni

Scoo scooteroni

Voom scooteroni

Scoo scooteroni

Sgaso sopra di te, rispetta i campioni

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ALESSANDRO ZAGHI 

Gaika – Spaghetto Ep 

Metto Gaika anche se dovrei mettere Skepta che con il suo ultratestosteronico Konnichiwa ha vinto a man bassa il Mercury Prize 2016. Skepta che, osannato da stampa e siti di settore dopo la premiazione, incredibilmente non è stato cagato di striscio al momento in cui quegli stessi media – in particolare i pettinatissimi Pitchfork o Fact – hanno stilato il listone di fine anno. Dovrei mettere Skepta ma ho messo Gaia che con il suo lavoro dal titolo dubbio è entrato sulla scena a gamba tesa così come Danny Brown, suo compagno di scuderia Warp Records. Menzione d’onore, sempre restando sulla scena hip-hop e derivati, va al ritorno dei A Tribe Called Quest con il diamante We Got It from Here… Thank You 4 Your Service.

Anhoni – Hopelessness  

Il mio album preferito nella categoria bestsellers di quest’anno  – in cui butto dentro Radiohead, Beyoncé, Jaar e via dicendo. Un disco prezioso, che segna la nuova vita di Antony Hegarty, questa volta affiancatA  (la A maiuscola è d’obbligo) da Oneohtrix Point Never e Hudson Hudson Mohawke, due producer agli antipodi creativi, fra più interessanti della scena elettronica contemporanea. Il risultato è un mosaico perfettamente fruibile, che unisce una fra le voci più riconoscibili degli ultimi vent’anni con le sperimentazioni di Oneohtrix e i synth piacioni e un pò zarri di Hudson, di cui si consiglia accoratamente l’ascolto di Lantern, un album figata vera.

Amnesia Scanner  –  As

Il disco del duo berlinese è un capolavoro, un fiore nato dal terreno Autechre concimato dal meglio dell’elettronica moderna – un pizzico dell’atmosfera Forest Swords, uno rubato dal sequencer trance di Lorenzo Senni, insieme al tocco hip-hop à la Claims Casino. L’etichetta è Young Turks e si sente, la stessa di Jamie XX e SBTRKT, che spinge gli Amnesia Scanner a portare AS più verso il pubblico che dentro una rete IDM senza fine. Le condizioni psico-fisiche non mi hanno consentito di arrivare in tempo alla sala gialla del Club To Club per assistere al loro live, inchiodato com’ero alla cassa dritta di Laurent Garnier,  ma si spera che una seconda chance arrivi alla svelta

#dischidametteresottolalbero

LORENZO SALMI 

Conoscitore del mondo dalla sua prospettiva meno colorata; amante del Sud America e di tutti i suoi riti sciamanici. Prova quotidianamente a mettere sotto pressione la sua pazienza indagando i mille difetti che circondano la sua costante ricerca della felicità. Non trovandola, quasi mai, vive per riflettere la sua retrospettiva nel suo taccuino del iphone (sempre con se). Attualmente si occupa di ricercare i talenti della musica e della cucina quasi a combattere la sua incapacità nel suonare uno strumento e nel sapere cucinare un piatto diverso dagli spaghetti alla carbonara. Collezionista di dischi, vivace clubber e festival addicted. Tutto il resto riassumibile in “Faccio cose e vedo ggggente”.

Badbadnotgood – IV 

James Blake – The colour in Anything

Dengue Dengue Dengue! – Siete Raìces

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NICOLA NESI 

Radiohead- A moon shaped Pool

Per un puro sentimento eterno

Solange- A Seat at the Table

Per la vitalità e la dedizione dell’artista in una situazione familiare non super comoda.

Anohni-Hopelessness

Perchè non me lo aspettavo.

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MARCO CANTELLI 

NAO – For All We Know 

Se una ragazza, oltretutto mia coetanea, oltretutto con dei capelli fantastici, è capace di conquistare la costa statunitense che amo di più (quella West, ovvio) venendo da East London… beh, ha tutti i requisiti necessari per essere il disco del 2016 che ho probabilmente ascoltato di più. Il funk di Get to Know Ya fa-muovere-i-piedini, Adore You è non soltanto il mio pezzo preferito ma il miglior proseguimento di ciò che dovrebbe essere la musica d’Oltremanica: magia, racconto, ispirazione.

Alunageorge – I Remember

I gruppi buoni li riconosci spesso dal secondo disco, migliore del primo. Londinesi anche loro, è un duo che amo perché riesce a essere maraglio nel modo giusto, facendo dell’rnb che i Nineties tremano con basi elettroniche devastanti da dancefloor. I Mean What I Mean è quel ti vergogni – ma per un cazzo! -, che era dai tempi di Crazy in Love che non mi sentivo così.

Flume – Skin

Il problema di ciascun anno è che a Dicembre ti sembra lunghissimo. Forse è per questo motivo che ci ho messo un po’ a scegliere Skin come terzo disco della lista: un disco stra-consumato per tutta l’estate può sembrarti datato. Ma quello del produttore 24enne australiano (la roba migliore arriva sempre da lì) è uno dei se non Il capolavoro pop dell’anno: quando scegli dei feat. clamorosi come Kai, Kučka, Vic Mensa, AlunaGeorge, Little Dragon, MNDR, Tove Lo e Beck (!) non può che uscirne un gioiello. Intenditore che hai storto il naso, raddrizzatelo: la parte migliore è, probabilmente, la “solitaria” Wall Fuck.

#dischidametteresottolalbero

FRANCESCO CAGGIULA 

“Il calcio è una metafora della vita” diceva Jean Paul Sartre. Io cito a mio piacimento questo aforisma e lo riciclo ogni volta che devo introdurre un discorso che altrimenti non saprei come introdurre. In questo caso, mi piace pensare che i tre i miei tre dischi preferiti del duecappasedici rappresentino il mio tridente offensivo, la mia arma letale per scardinare le difese più arcigne – aka la nebbia dell’autunno bolognese, la noia delle sette ore delfrecciabianca Bolo-Lecce e gli aperitivi in spiaggia con 38 gradi – dell’anno che ci sta per salutare. In tutto ciò, ho tolto la tuta d’allenamento e indossato il completo elegante per la finalissima. Finito il discorso di consolazione agli esclusi, vado a caricare il mio tridente offensivo.

Whitney – Light Upon The Lake

Il brio e la frizzantezza di chi vuole dimostrare di poter reggere la pressione del salto dal una piccola – gli Smith Westerns, band in cui militavano Max Kakacek e Julien Ehrlich – ad una grande piazza.

Diiv – Is The Is Are

Dopo lo stop forzato, causa doping (ero), Zachary Cole Smith torna con il peso sulle spalle di chi deve bissare una stagione – l’esordio Oshin – costellata da una miriade di goal. Ci riesce alla grande, superando ogni record e ogni più rosea previsione.

Local Natives – Sunilt Youth 

Numero(i) 10 fuori ruolo che comunque riesce a sfornare prestazioni degne di nota. Addentrati in sperimentazioni relativamente lontane dalla loroconfort zone compositiva, i quattro di LA hanno sfornato ancora una volta un’infinità di assist, aprendo nuovi orizzonti di gioco e sperimentazione. Nella ricerca continua di rivoluzionare un genere che spesso inciampa nell’autoreferenzialità, abbiamo ascoltato un disco che, nonostante le nuove sonorità più elettroniche, non abbandona l’animo pop del quartetto californiano.

#dischidametteresottolalbero

DAVIDE TRAINA 

Ascolta sempre musica, di solito disegna, ogni tanto scrive.

Birthh – Born in the woods 

Motta -La fine dei vent’anni

Modern Baseball – Holy Ghost 

#dischidametteresottolalbero

PIETRO RACHIERO

Piccolo fabbricatore di aspettative e accumulatore di un indeterminata serie di delusioni, impiega ¾ del tempo a pensare sulle cose e il tempo rimanente a cercare di metterle in atto, quando forse, ormai, è troppo tardi. Vince per 4 anni consecutivi il premio miglior attore non protagonista della propria vita (2011- 2014); un film senza troppi colpi di scena ma da un frenetico alternarsi di alti e bassi, ricco di una coloratissima e analgesica colonna sonora, letture confuse e pessime bottiglie di vino.

Motta – La fine dei vent’anni

Anohni – Hopelessness

Nicolas Jaar – Sirens

#dischidametteresottolalbero

FILIPPO ZIRONI 

Be a Bear, bolognese dalla personalità poliedrica e dallo stile goliardico, un progetto originale e divertente, semplice ma efficace. Canzoni dal sound elettronico associate a immagini ben selezionate che diventano la “voce” dei suoi brani. Far sorridere, far riflettere, far fluire energie positive gli obiettivi…vi sembrerà di sentirla con gli occhi la pioggia!

Radiohead – A moon shaped pool

Forse l’album più bello dopo Kid A, c’è sempre qualcosa che mi spiazza nei loro lavori. Violini, pianoforti. È sempre un piacere ascoltare Thom York e compari!

Cosmo- L’ultima festa 

Quanti lunedì mattina andando a lavorare ho ascoltato a ripetizione “un lunedì di festa”?! Semplicemente un lavoro dove tutto quadra. Qualcosa di nuovo nel panorama musicale italiano.

The Last Shadow Puppets – Everything You’ve Come to Expect

Quel cazzuto di Alex Turner è tornato con i suoi Last Shadow Puppets e io avevo una gran voglia di riascoltarli!

#dischidametteresottolalbero

LUCA JACOBONI

Speaker di Radio Città del Capo, numero 10 sul campo da calcio, voce sexy, musicista nei Baseball Gregg e prossimo vincitore del festival di Sanremo condotto in coppia con Dolcenera.

I Cani – Aurora

Salmo – Hellvisback 

Drake – Views 

#dischidametteresottolalbero

TEO FILIPPO CREMONINI 

Nato quando fuori pioveva, in molti discutono della sua esistenza, sicuramente rompe i coglioni e mangia ogni tanto tortellini.

Kaytranada – 99,9% 

Le sue gesta musicali forse non avevano manco bisogno di un disco, però il lavoro ha deciso di confezionarlo e per forza di cose è tipo una festa, dove ci si può anche non drogare però almeno ti devi ammazzare di sigarette + alcolici altrimenti non hai capito un cazzo.

(sì alla droga comunque)

Vince Staples – Prima Donna 

Per rimanere impressi nella memoria quando ti chiedono i dischi dell’anno, con la montagna di musica che viene buttata fuori, devi anche saper creare una sorta di estetica ben riconoscibile e avere quel qualcosina in più da raccontare nella vendita del disco. Prima Donna viene un anno dopo il brillante Summertime’06 accolto da critica e pubblico, ma in questo lavoro oltre a rosicchiare ulteriori posizioni tra gli addetti ai lavori, Vince Staples si prepara alla consacrazione definitiva globale. La produzione di James Blake, i featuring giusti, Def Jam Recordings e pure un cortometraggio: tutto qua dentro, tutto memorabile.

YG – Still Brazy 

Basta con ste stronzate della nuova era hip hop, a me piacciono ancora i dischi cruenti che suonano così vintage e sono in grado di darti dell’obsoleto per il modo in cui muovi la testa. Non è un disco fantasioso ma in fondo ci siamo rotti anche il cazzo di fingere che ci piaccia tutto. Politicamente diretto, fuck Donald Trump, poche idee, fatte bene e scusate se è poco.

#dischidametteresottolalbero

FEDERICO CESARI

Meglio noto come PHTL, lavora tutto il giorno, dipinge, scrive e qualche volta pensa. Non ama particolarmente gli hipster ma è grande fruitore di trend.

Anohni-Hopelessness

Badbadnotgood – IV

A Tribe Called Quest – We Got It from Here… Thank You 4 Your Service

Best Kept (Italian) Secret 2016

Sono quasi due anni che ragioniamo su come rendere al meglio un articolo del genere; ogni settimana vediamo concerti, conosciamo artisti e molte volte siamo noi stessi a scommettere su di loro. Molti di loro sono già conosciuti, altri invece sono appena usciti, qualcuno è proprio sconosciuto ma il filo conduttore è sempre lo stesso: artisti che non molti conosco, ma che tutti dovrebbe conoscere

Le (nostre) 30 canzoni Italiane dell’anno (2016)

Nel corso del 2016 molte canzoni fanno parte delle nostre giornate. Di questo deve nutrirsi la nostra personalità ma soprattutto i gesti che svolgiamo nel quotidiano. Alcune ti ricordano l’amore, altre il lavoro, qualcuna serve solamente per non pensare o divertirsi con gli amici. Qualunque sia la vostra vita, c’è bisogno di una colonna sonora e noi, in questi 365 giorni abbiamo avuto anche queste. Sono 30, sono soggettive e mancano dell’artista x piuttosto che di quello y, ma in fondo non importante perché si tratta di un doveroso percorso, necessario per comprendere la propria persona. Mettere le cuffie, perdere un pomeriggio, magari scoprire, sicuramente ascoltare.

GOMMA – SOTTOVUOTO

BASEBALL GREGG – SAD SANDRA

COSMO – L’ULTIMA FESTA

I CANI – CALABI YAU

EX OTAGO – QUANDO SONO CON TE

CALCUTTA – OROSCOPO

POP X – SECCHIO

GIORGIO POI – NIENTE DI STRANO

FRAH QUINTALE – 2004

RKOMI – 180

MOTTA – LA FINE DEI VENT’ANNI

GIUNGLA – WRONG

BIRTHH – CHLORINE

MURUBUTU feat. RANCORE – SCIROCCO

FADE – WHY US

INUDE – HUDEA

KLUNE – TETRIS

SELTON – VOGLIA DI INFINITO

CANOVA – PORTOVENERE

JOLLY MARE feat. LUCIA MANCA – HOTEL RIVIERA

DUTCH NAZARI feat. CLAVER GOLD&DARGEN D’AMICO – CURA DI ME

AINÉ- LEAVE ME ALONE

AFTERSALSA – WHITE COLLAR

SORGE – BAR DESTINO

L I M – COMET

MODER feat. LADY JULSS – TRA I DENTI

BRUNO BELISSIMO – FRENCH RIVERA 

THEGIORNALISTI – IL TUO MAGLIONE MIO 

THE ZEN CIRCUS – NON VOGLIO BALLARE 

LNDFK – Tell Me Why 

Facciamo un festival musicale a Bologna

In qualche modo circa 1 anno fa noi ci abbiamo provato. Io mi ricordo quando lanciammo quasi per scherzo, ma con la consapevolezza di voler attirare interesse, il #BOACHELLA. In rete c’è stato un grande riscontro e in poche settimane da semplici operatori nel mondo della cultura cittadina, impegnati in studio o altri lavori ci siamo ritrovati al tavolo con sponsor, istituzioni e artisti con cui non pensavamo mai di poter lavorare. I tempi erano stretti, Bologna andava sotto elezioni comunicali e lo spazio di manovra era troppo risicato, per questo non c’è stato il coinvolgimento da parte degli utenti e quindi, piuttosto che realizzare qualcosa di cui non eravamo convinti è stato più saggio lasciar correre del tempo. Ora è Natale, il nostro telefono ha squillato nuovamente e certe persone non si sono dimenticate della nostra pazza idea. Per realizzarla però non ci vogliono compromessi ma aiuto, condivisione e unità di intenti. Mica poco in una città come la nostra, dove ognuno ha il proprio orto e in fondo va bene così fino a quando nessuno ti viene a disturbare. Siamo i più giovani nel settore, forse i più arroganti, non i migliori ma tra i più curiosi. Per questo il progetto è ancora lì, chiuso in un documento PDF di non sappiamo neanche noi quante pagine, con gli sponsor che aspettano, aspettano, aspettano e le istituzioni coinvolte nell’aiutarci. Il telefono ha squillato appunto e sotto Natale diventiamo tutti più buoni però farlo solo con le nostre forze e quelle di chi ha voglia di seguirci non è possibile.

Ogni settimana in città a Bologna si possono trovare 10/15 concerti dal vivo di ogni genere, per artisti da ogni parte d’Italia, più o meno grossi, più o meno giovani, più o meno dispendiosi. Realizzare una tre giorni selezionando il meglio, in base al budget, con una rete di locali coinvolti può sembrare un compromesso eppure se tutti mettessero un 10% delle proprie conoscenze, tre giorni si realizzerebbero con cura, non facilmente, ma si arriverebbe all’obiettivo. Questo non è un articolo di denuncia anzi, è un modo per spronare tutti a essere consapevoli della buona occasione ma soprattutto dello spazio che c’è per realizzare tutto ciò. Ormai ogni città sta facendo crescere il proprio appuntamento con la musica dal vivo, noi no. I più attenti analisti di questo scritto mi citeranno il roBOt festival e personalmente auguro lunga vita a quella manifestazione musicale però vorrei avere un campo di gioco più ampio dove anche roBOt festival potrebbe farne parte. Inutile raccontare le references o gli esempi che si potrebbero seguire di altri posti dove tutto sommato queste iniziative funzionano, piuttosto oltre a valorizzare i contenuti locali si potrebbe partire con qualcosa in formato ridotto, arrivando piano piano a uccidere il padre.

Uno dei problemi fondamentali della città di Bologna, non è solo la suddivisione tra cultura di serie A e cultura di serie B che in molti (compresi noi può essere) adottano nel giudicare le manifestazioni, ma questa continua ricerca dell’esaltazione di una storicità ormai passata. Non ho nulla contro i mostri sacri della musica di qualche tempo che sono cresciuti qui e hanno i loro aneddoti in giro per le osterie, lungo le vie e persino sui muri però sono stanco di continuare a rincorrere quel passato per non fare nulla nel presente e sperando che in futuro ci sia qualcosa. Troppo vaga è la narrazione dei grandi intellettuali sulla situazione del presente e cinica è verso il futuro, quasi a sentir sempre dire che in passato andava tutto meglio e questo posto non tornerà più quello di una volta. Non sono amante del buon senso, non sono una persona positiva e guardandomi attorno non posso sicuramente essere felice della situazione però restare a bocca asciutta ogni volta che il tempo passa mi sembra di buttare via delle energie, forse della passione. Un passo avanti tutti, sono un movimento forte che sicuramente verrà ascoltato, perchè le istituzioni non possono sempre essere gli antagonisti di questa storia altrimenti purtroppo, non si fa alcun tipo di rivoluzione. Noi ci proveremo da oggi fino a Febbraio. Ci prendiamo un mese di tempo per trovare un luogo, tre giorni con due palchi. Sarebbe bello farlo a ingresso gratuito, sarebbe bello farlo all’aperto e perchè no cercare di riqualificare zone che vengono sempre bistrattate dai media e dai noi stessi. La nostra idea è la zona universitaria, abbiamo sempre presentato questa follia nel seguente modo e abbiamo fatto delle verifiche territoriali importanti. Noi da soli però non riusciamo, perchè il bisogno di professionalità in un contesto del genere è davvero importante, quindi come al solito restiamo alla finestra e aspettiamo. Il telefono squilla, speriamo di ricevere la vostra chiamata, poi chiaramente le persone, forse i volontari e l’entusiasmo quello vi assicuriamo non mancherà.

Uccidiamo il padre tutti insieme? 

la nostra mail è questa: info@collettivohmcf.com

Quanto ci mancherà il Referendum Costituzionale?

Diciamoci la verità. Quando qualche mese fa Renzi lanciava il referendum costituzionale noi stavamo ancora al bar per fare l’aperitivo. Poi Renzi ha deciso di raccontarci che qualora avesse vinto il NO -> sarebbe andato a casa e qualcuno che non sembrava minimamente interessato al dibattito politico e culturale di questo paese, ha scelto di informarsi, diventare improvvisamente costituzionalista e votare tendenzialmente NO. Evitando di entrare nel merito della questione puramente tecnica, questo periodo di campagna elettorale, partito così lento da farci annoiare ha portato alla luce una serie di validi motivi per farci capire che siamo un paese in salute, dove non ci facciamo mancare proprio nulla e che la guerra culturale ormai è vinta. Mi ricordo quando ci lamentavamo di Berlusconi, qualche suo vizio e delle veline in televisione che mostravano il proprio corpo. Abbiamo fatto di tutto per rendere quel mondo spazzatura, pensando di poter cambiare noi in prima persona qualunque settore, dalla televisione alla politica, dai movimenti politici a youtubers improvvisati scrittori. Ciò che fa audience rimane sempre lo stesso, la guerra culturale è morta, ora puntiamo al ribasso e in fondo, ci facciamo delle grasse risate. 

La rivincita dei truzzi: il fenomeno Trap.

Quello che non è interessante nel dialogo fra i grandi esperti dei massimi esponenti musicali è capire se la TRAP fa effettivamente parte del mondo HIP HOP oppure no. Evoluzione? Fuoco di paglia? Disciplina? Sfumatura? Merda? Di tutto si legge ma poco si capisce, però questo non è l’articolo giusto per dare una risposta tecnico/storico e musicale a questo dibattito. 

Tratta 520, Corriere e non luoghi.

La Domenica è notoriamente un giorno difficile. Si chiude ma allo stesso tempo si apre la settimana. La Domenica solitamente succedono una serie di cose in ordine sparso: ti svegli tardi, pranzi con i parenti, guardi le partite di calcio alla televisione, resti fermo ad osservare i social network in modo passivo attendendo semplicemente che quest’agonia termini. Insomma, la Domenica è una giornata notoriamente di merda.

Genesi hip hop di fine 2016

Il mondo hip hop è stato quello che nel corso degli anni ha portato maggiori soddisfazioni nelle nostre vite, vuoi per la produzione di concerti dal grande successo, vuoi per la fortuna di aver scritto di persone che ora navigano su altri livelli e non si sono dimenticate di noi. In questo anno abbiamo perso molti dischi bellissimi, ma ora le ultime novità non possiamo perderle di vista soprattutto perché raccontano le parole di artisti a cui siamo legati affettivamente ma non solo. La ricerca è stato il pane delle nostre ambizioni, sogno dei nostri successi. Ora mettiamoci le cuffie, aspettiamo qualche minuto e leggiamo questi dischi, hanno un mondo dietro che non potete capire.

10 anni di musica Indipendente in Italia.

Ci puoi arrivare da una parte o dall’altra, comunque in qualche modo ci arrivi. Poi puoi scavare per scoprire altro, ma di base l’occasione per arrivarci ce l’hai.

Quella sopra citata è una frase che mi disse un amico o forse un conoscente quando ancora andavo al Liceo. Questa persona, di cui non ricordo nulla devo essere sincero, parlava di come potevi conoscere i gruppi di musica definiti “alternativi”. 10 anni fa in Italia, si affacciava internet e con lui una serie di possibilità di conoscenza ulteriore; io comprai un disco dei The Strokes chiamato Is This It, circa 6 anni dopo la pubblicazione. Da quel momento internet, i correlati di youtube e la considerazione che tutto sommato Seth Cohen in un telefilm adolescenziale ascoltasse davvero ottima musica. Parallelamente a questo, le mie conoscenze andavano sempre in quella direzione: musicisti, cultori di musica, esperti di luoghi come negozi indipendenti, mercatini e club di musica dal vivo. A questa ondata soprattutto straniera, crescevano realtà musicali anche in Italia capaci di cogliere l’importanza del cambiamento che la cultura underground (se vogliamo proprio chiamarla così anche se in realtà fa cacare) stava mettendo in piedi proprio nella mia generazione e in quella che di poco mi ha preceduto. Nella città in cui sono cresciuto, My Awesome Mixtape e Forty Winks (oltre a una marea di progetti fantastici) prendevano piede nell’immaginario di diversi ragazzi ma soprattutto nelle playlist da ascoltare prima e dopo la scuola, prima e dopo la delusione con la ragazza che non ti ha mai filato, prima e dopo l’ennesimo 5/6 a scuola. Gruppi Italiani sì, ma con un forte colore che proveniva da luoghi in grado di scuotere già all’epoca le testa della maggior parte dell’opinione pubblica. Qui da noi ancora nicchia. Con le proprie soddisfazioni ma nicchia. Erano circa dieci anni fa, la cultura del concerto stava prendendo consapevolezza e le discoteche si svuotavano di pr e persone vestite con i mocassini. Sarebbe stato difficile arrivare subito a loro, ma un primo segnale di questa battaglia culturale era stato messo in campo. Con internet crescevano webzine e progetti editoriali molto avvincenti. Prendo DLSO nella versione blogspot in grado di fornirti gli strumenti necessari per conoscere il mondo Italiano indipendente non solo musicale, mentre ROCKIT divenne un portale di riferimento perché potevi trovarci davvero di tutto. Senza dimenticare però le idee di BONSAI TV e un programma chiamato MTV Your Noise condotto da Carlo Pastore dal Lunedì al Venerdì alle 18.00, prezioso per portare dentro alla televisione, quella che guarda chiunque, un certo tipo di musica in orario fruibile dalla maggior parte delle persone. Poi c’è la musica, i protagonisti. Un gruppo milanese piuttosto famoso chiamato “I Ministri” nel 2006 pubblica un disco – I soldi sono finiti – e dentro la copertina si poteva trovare una moneta da 1€. Gesto provocatorio per combattere la crisi della discografia che parte dai piani alti ma non fa poi tanta paura al mercato indipendente che ne vede una possibilità non indifferente per poter emergere. Altro disco cardine del movimento è quello realizzato da un giovane cantautore Ferrarese che dopo una demo di successo si presenta con Canzoni da Spiaggia deturpata. Lui è Vasco Brondi noto come Le Luci Della Centrale Elettrica e sta diventando un poeta, musicista e sex symbol non indifferente, mentre le ragazze che prima facevano il tavolo in discoteca ora, frequentano librerie indipendenti e ogni tanto, comprano dischi. Questo disco segna una nuova linfa per tutto il movimento di cantautori che solo per quest’articolo definiamo underground: Dente, Brunori SAS e molti altri. Con la chitarra in mano e una narrativa propria senza l’obbligo di piacere ma con il bisogno di farsi ascoltare. Segue movimento in rete e traffico nei concerti. Oppure traffico in rete e movimento nei concerti.

Per capire al meglio come sviluppare questa battaglia culturale bisogna però conoscere il campo di gioco. E nel mentre cresce la domanda – perchè sì, inizia a non essere così da sfigati ascoltare i Death Cab For Cutie – la risposta inizia a ponderare. Etichette discografiche, collettivo di artisti, esperti di comunicazione rigorosamente indipendenti o comunque vicini al movimento si interrogano su come arrivare a un pubblico sempre maggiore e in qualche modo incuriosito. La Tempesta, 42 Records, Garrincha Dischi, Foolica, Trovarobato, Unhip, Ghost e tantissime altre hanno la fortuna e bravura a cogliere l’esigenza non solo della domanda, ma anche di quelli che la domanda non se la fanno ancora. Ma tanto in un modo o nell’altro ci arriveranno. Niccolò Contessa invece è un grande appassionato di musica elettronica, ha un progetto dove fa ballare delle persone e non ha la stessa fame di successo che in molti ragazzi nutrono soprattutto in quel periodo. È una persona a cui piacere scrivere e la sua visione del mondo che lo circonda diventa un vero e proprio cult soprattutto perchè non si conosce la vera identità del suo progetto musicale I Cani, mentre in rete tutti ascoltano le tracce e sono incuriosite dalla non comunicazione fatta da sacchetti in testa e social network. Il sorprendente album d’esordio de I Cani, disco ironico con una sua attitudine ben precisa, spalanca le porte e libera finalmente l’animo hipster che in quel movimento che stava crescendo nessuno era riuscito a cogliere. Seguono sold-out, curiosità dai media nazionali e tante altre cose molto belle, forse inaspettate ma di certo vincenti. Sulla stessa linea Lo Stato Sociale ma con il merito di crearsi il proprio pubblico. Un pubblico in grande aumento, come se stessimo parlando di un movimento politico e non di un gruppo di ragazzi che fanno quello che gli piace. Il successo generato porta alla prima divisione di questa battaglia, dove l’universo indipendente comincia a creare le sue piccole fazioni che si possono dividere in sintesi così: cantare in Italiano o cantare in Inglese.

Guardare all’estero o arrivare a riempire tutti i club in Italia. Qui seguono discussioni dove la critica per partito preso decide di affossare una parte oppure l’altra. Qualcuno scrive cattiverie perchè rosica, altri rosicano perchè scrivono cattiverie. È un momento così, soprattutto perchè dall’altra parte della barricata qualcuno inizia ad accorgersi che non tutto è così fermo, che il campo non è quello di una volta e che persone, prima o poi ci arrivano e le occasioni iniziano a essere molteplici. Uno dei grandi nemici dell’undeground è il talent show. Maria De Filippi e Marco Mengoni sono tra le personalità più detestate eppure Morgan stava simpatico perchè cantava delle canzoni molto belle e poi in fondo è una rockstar. Con il passare del tempo anche questo modo di interpretare la televisione ma soprattutto il talent show cambia completamente: prima si stava a casa per boicottare, poi si è andati come concorrenti per boicottare, poi si è andati come concorrenti per vincere e infine perchè non facciamo anche i giudici così da poter far vincere qualcosa di nostro?

Non sono uno di quelli che trova il compromesso televisivo frutto solo di denaro o popolarità ma vede la ricerca del tubo catodico, come della radio un compromesso verso se stessi. In fondo ci piace riempire i club, stare tutti insieme a raccontarci che siamo bravi, però mettersi in gioco e farsi ascoltare da tutti non è mica così semplice. I Perturbazione vanno a Sanremo come i Marlene Kuntz, Manuel Agnelli diventa giudice di X-Factor e molte etichette indipendenti passano le proprie canzoni quotidianamente in radio. Si gonfiano i prezzi degli uffici stampa e i Verdena sono ancora la miglior band Italiana o forse no. Però Tiziano Ferro due sold out allo stadio San Siro non riesce a farli consecutivamente. Insomma cambia il sistema di elaborazione delle informazioni, nulla ti viene più imposto dall’alto, tutto può crescere dal basso. Prima che il mondo dei club rock&affini si accorgesse di questo cambiamento la fazione undeground del hip hop torna ciclicamente e ne approfitta. La società in cui viviamo è in confusione, la fiducia nelle istituzioni va verso il minimo storico quindi c’è bisogno di un linguaggio ancor più diretto ma sempre personale. La nuova golden age rap porta la creazione di contenuti, etichette discografiche, booking e molto altro in grado di autosostenersi nelle proprie attività facendo sì che tutto questo diventi un vero e proprio lavoro. Il pubblico c’è e cresce perchè sono piccoli ok, ma continuano a moltiplicarsi. Le Major si accorgono di questa cosa, il mondo rap accetta qualche proposta e Fedez fonda una sua etichetta discografica perchè i video fanno milioni di visualizzazioni così diventa giudici a x-factor e vedi te, come diavolo hai cambiato la tua vita. Quello che è sempre mancato alla scena hip hop è capire il beneficio di trovarsi artisti non troppo apprezzati in cima alle classifiche. Cascando giù, nei motori di ricerca, chiunque ha beneficiato di questa cosa. Qualcuno ancora si arrabbia, ma ora in molti hanno accettato il fatto e da qualche illustre esponente ho letto anche scuse e possibilità di collaborazione. Insomma, tutto sta cambiando.

Se non riesci a inquadrare il tuo nemico mentre il mondo ti sta girando le spalle, prova a comprarlo o almeno fai qualcosa per non farti ostacolare. Le case discografiche giganti falliscono, alcune si riescono a inventare nuove soluzioni ma le boy-band non vanno più di moda e i talent show iniziano a essere vinti da gruppi musicali che ok, possono non piacere, ma suonano bene e portano canzoni proprie pure in Inglese (The Kolors, Urban Stranger&altri casi). Edoardo D’Erme è un tipo veramente particolare. Ha girato tutta l’Italia con la chitarra in mano per farsi offrire da bere e ottenere un divano comodo da qualche conoscente. Ha scritto delle canzoni che ascoltavano in 32 ora invece è Disco D’Oro. Edoardo D’Erme in arte Calcutta, esce sul finire del 2015 con un disco molto semplice, quasi essenziale. Sensibile e malinconico, cantato e razionale. Mainstream (provocazione, comunicazione o realtà) crea un ponte concreto che si stava sviluppando da qualche tempo prima con ben altri protagonisti fra gli artisti main e quelli indie. Il tipo che abita nel pianerottolo davanti a me ascolta Ligabue, ha tutte le sciarpe di Ligabue però non c’è una volta che non lo sento cantare Frosinone dopo Urlando contro il cielo. Bomba Dischi e Calcutta costruiscono il successo senza particolari forzature ma con mosse sincere e ben calibrate. Le persone vogliono cantare ai concerti. Le persone vogliono gridare per stare meglio. Le persone ascoltano la radio in maniera passiva ma vogliono canticchiare mentre lavorano. Da tutto questo esce un’estetica pop che porta Luca Carboni a mettersi il giubbotti di pelle nero, fare un video come quello di Calcutta, andare ai concerti e ritrovarsi a scrivere una canzone dal titolo uguale “Milano” ma con due visioni diverse. Internet + giornali + concerti sold out + dischi finiti + dischi deluxe finiti + vinili finiti + avete idea di quanto si possa riuscire a scopare facendo un successo del genere da 2 a 1000 in meno di due anni? Una delle cose che più mi ha colpito della case history Calcuttiana sta in una vecchia intervista dove Edoardo sottolinea come “non fosse colpito dalle ansie della propria generazione ma dalle proprie“. Una sotto traccia interessante di quanto stia accadendo soprattutto a molti ragazzi che quasi per scherzo si ritrovano a diventare colonna sonora per migliaia di persone: selfie, saluta quando fai una foto, ringrazia sempre, se ti tira il culo però non puoi rivoltarti a coloro che ti hanno chiesto una foto, altrimenti le foto non le fai più. La posizione è delicata, comprensibile e non banale. L’attitudine da idolo generazionale non tutti possono averla e in molti ci raccontano di come questi non siano problemi enormi e in effetti non lo sono, però sono sintomatici di come il ponte che lega un pubblico generalista ad artisti nati indipendenti può diventare un uragano pieno di emozioni per quanto vasto e gigante. Ultimamente chi riesce a essere personaggio apprezzato e condiviso da entrambe le frontiere è Tommaso Paradiso, leader di un gruppo i Thegiornalisti in grado di riempire ogni club, ogni radio, ogni spazio, ogni momento di spazio disponibile. Totalizzante è il modo con cui stanno arrivando a chiunque, con canzoni romantiche e dichiaratamente pop senza farsi grandi problemi di target, critica o altre cazzate. Con l’ultimo disco hanno affermato come fare musica per le grandi masse possa essere una prerogativa di un progetto nato indipendente. Tra qualche anno ci saranno stadi, ospitate nei salotti televisivi generalisti e in fondo lamentarsi e rosicare è solamente un pessimo esercizi di stile. Il successo e il trasporto che vivono questi progetti musicali fa bene a tutto il movimento e fare l’occhiolino a chi ha sempre snobbato un certo modo di progettare, realizzare e vivere la musica non è una perdita di valore o identità ma una semplice e necessaria evoluzione. Arrendiamoci le discoteche ormai si stanno svuotando, le persone comprano i biglietti online per ascoltare in concerto Calcutta e i Thegiornalisti. Questo è un male? No. Questo è giusto? Sì. Lunga vita.

Come ogni grande partito esistono le correnti. C’è quella che proprio non vuole astenersi dal criticare. È comprensibile, non si può negare e forse fa anche bene per poter trovare sempre nuovi spunti e non concludere questo quadro generale come buonista e semplice. Recentemente uno dei maggiori esponenti della scena trap italiana (ma credo non solo) ha snobbato buona parte della passata scena hip hop dicendo che “purtroppo non conosco e non ho mai ascoltato i Sangue Misto”. Nella sfera più integralista è nato un piccolo caso e le riflessioni da fare sarebbero molteplici perchè potrebbero partire dall’età del protagonista, passando per una sua mancanza grave e arrivando a capire che alla fine è comprensibile la mancanza di alcuni capi saldi, soprattutto se la tua interpretazione del genere si discosta non poco da quella originale (di 20 anni prima). Insomma è necessario avere i fondamentali dell’indie rock per fare indie rock? È necessario capire le grandi canzoni per poterne scrivere? In tutto questo non è mia intenzione dare un giudizio riguardo la notizia ma porre l’attenzione su come le fonti e il proprio background sono un tema molto personale. Non tutti i grandi scrittori hanno preso ispirazione da libri, forse da film o da canzoni. Non tutti i grandi musicisti hanno preso ispirazione da dischi, forse da libri o da film. E così via. Quindi non viene scusato nessuno ma è sintomatico come l’effettiva mancanza di archivio possa diventare un problema per molti degli artisti che vengono dall’underground – poi, chiamare underground chi vende milioni di copie mi sembra ridicolo ma in un certo senso è così.

No. I dischi non si vendono. Ai concerti qualcuno si muove. Però tolto chi ha fatto del proprio movimento un vero e proprio lavoro (buona parte degli artisti citati sopra) per il resto manca curiosità. 10 anni fa la battaglia era molto più appassionante. Si ascoltava su internet, si andava nei club e si compravano i dischi. Ora si ascolta su internet. Basta. Si ascolta su internet. Fine. La possibilità di emergere in questo imbuto di successo legato da un ponte che arriva fino a un pubblico generalista chiude molti varchi, aumenta il prezzo degli uffici stampa e rende le webzine troppo spesso vittima del click-baiting (soprattutto le webzine che sono nate recentemente, quelle che vanno di moda boh) e iniziano a emergere progetti creati a tavolino. Talvolta privi di sincerità. Ma questo forse è già un giudizio personale probabilmente inutile al fine di una discussione ben complessa, dove il campo di battaglia è cambiato e per certi versi si può dire essere inclinato anche nel sistema indipendente. Forse è meritocrazia, forse no. Eppure resta forte la sensazione di come per uscire dalla propria stanza grazie all’internet siano disposti più o meno tutti. Basti pensare alla quantità di sponsorizzazioni e social media manager (presunti o tali) assunti da realtà piccole, per il desiderio di uscire dal club con 30 persone ma portandone almeno 60. È una cosa comprensibile, lecita e che in un certo senso porta un valore aggiunto al successo di alcuni gruppi/progetti musicali. Nel complesso di seguito c’è una lunga intervista con alcuni grandi esponenti che parlano del mercato discografico nell’era digitale. Bandcamp, soundcloud, freedownload ma anche nuovi modi di interpretare i supporti fisici (vinili, cassette, cd con packaging creativi) sono soluzioni in grado di lasciare qualcosa all’ascoltatore. Quello adesso diventa l’obbiettivo principale, fidelizzare la persona nel mare di informazioni che vengono recepite.

È forse una visione personale, magari parziale di quelli che sono stati gli ultimi 10 anni della musica indipendente e di una cultura undeground in Italia. Eppure il festival MI AMI è diventato l’appuntamento a cui proprio nessuno può mancare, le radio sono piene di canzoni non proprio tradizionali e sì, magari 20 anni fa era la stessa identica cosa: qualcuno emergeva e andava in radio, riempiva i concerti eccetera eccetera. Eppure lo stato di quest’evoluzione è stato vissuto in prima persona da me e chi ha avuto la fortuna di farne un lavoro della propria passione oppure semplicemente ha trovato altre strade ma guarda a questo percorso con soddisfazione o amarezza. Le sensazione più comune è che senza internet non sarebbe successo nulla di tutto ciò eppure credo che il campo di battaglia citato all’inizio avrebbe avuto una profonda analisi diversa e soluzioni alternative in qualche modo sarebbero saltate fuori. Non è una questione di mezzi ma di modi e ricerca. Quest’ultimo è stato l’aspetto fondamentale per portare al successo un progetto musicale e ribaltare quella concezione per cui andare in discoteca ad ascoltare il deejay in copertina su vanity fair sia più cool che andare all’Alcatraz a fare un completamente sold out. Storcerà il naso forse per proprio orgoglio chi fin dal giorno zero ha creduto in questa missione e ora vede la perdita di certi valori, ma in fondo quell’amico mio (o conoscente ora non ricordo nemmeno dopo 25.000 battute) ha sempre avuto ragione. Prima o poi ci arrivano tutti, e non è un discorso di comprensione ma di possibilità. E aggiungo io, una volta arrivati ne fanno parte proprio come me e te, proprio come i ragazzi di The Breakfast Jumpers e tante altre realtà ancora oggi alla ricerca del dettaglio nei dischi registrati in casa, con un progetto lo-fi e particolarità che si possono notare solo con una certa sensibile curiosità. Questo mondo è cambiato e cambierà tantissimo nei prossimi due mesi, anzi ogni giorno. Il cambiamento è naturale percorso delle persone, sta nell’individuo saperlo cogliere e assimilare, quindi la cultura mainstream o underground che sia non è una battaglia come da me è stata definita ma una interpretazione più o meno personale e alla fine chi beneficia da tutto questo sono proprio le persone e qualche volta le loro ambizioni.

Non è un manifesto elettorale o politico. Non è voglia di guardare al futuro con ottimismo ma ritenere il recente passato come qualcosa per cui si è contribuito a stare meglio adesso, che sia un semplice ascolto, pensiero, disco, recensione o concerto vissuto. È bello vedere certe cose, magari non apprezzarle, ma notarne il percorso per cui sono arrivate ed è riduttivo appellarsi a teorie complottiste o altri sotterfugi. Non va tutto male, non va tutto bene, va così e non bisogna dire basta ma semplicemente essere contenti perchè l’altro giorno hai portato una persona a scoprire qualcosa che non conosceva. Prima storceva il naso, poi è stata bene. Conserva quello che gli hai fatto scoprire tu come una cosa propria ma che ha potuto condividere con te e magari ha pure provato qualche emozione. Si è seduta sul letto e ha deciso di fare un disco da mettere in macchina, questo disco in macchina è stato ascoltato da altre persone che hanno apprezzato e il campo di battaglia è cambiato, il ponte è solidificato e il rapporto tra la cultura underground e quella mainstream si è cimentato come uno sguardo di notte al buio. Un giorno faranno l’amore, magari l’hanno già fatto. Sicuramente sono stati benissimo e presto condivideranno altre cose per cui esser soddisfatti anche se la canzone che ancora passa in macchina non ti piace, ma viene dal tuo mondo e ora fa parte del suo. Così si salvano la vita, si raccontano le storie. Così, in questi 10 anni della mia vita – come quella di altri – ho visto cambiare tutto, tanto prima o poi ci arrivano tutti.

I 40 anni del Disco D’Oro

Di solito è Sabato pomeriggio. Quasi sempre diventa buio molto presto. In testa – ma soprattutto sulle gambe – c’è ancora tutta la settimana appena trascorsa e nel fine settimana è doveroso condensare tutti i piaceri della propria vita, terrena e non solo.

This is not a lost song

In questi mesi abbiamo ascoltato tanta musica per davvero. This is not a lost song è un grido di ascolto, una richiesta di dettagli e quello che non è mai stata una trasmissione piuttosto orrenda di metà anni 70 chiamata superclassificashow. Una lista di brani/dischi/artisti veramente indipendenti, veramente sconosciuti di ogni genere che abbiamo ascoltato. Non c’è una classifica e nemmeno dei voti, sono solamente dischi che non vanno nascosti, pronti a suonare almeno ancora una volta, più di una volta, forse tutti i giorni, nei vostri spazi e lungo i vostri pensieri. Qui soddisfiamo tutti gli ascoltatori quindi smettiamola con questi pipponi da leggere e mettiamoci subito con le cuffie ad ascoltare, poi magari supportate questi artisti, magari no. Vedete voi. This is not a lost song guys.

506 giorni dopo&altre storie.

Come va. Abbiamo pensato un sacco di volte a come iniziare un articolo per il nuovo corso delle nostre attività online e forse iniziare con un semplice “come va” ci sembrava il modo più semplice, diretto e pretenzioso. Dietro un “come va” ci sono un miliardo di sfumature, dalla timidezza del nervosismo per rompere un silenzio alla necessità sincera di sapere le condizioni di qualcuno. Può essere delicato, reale, finto, istituzionale e arriva subito al punto, mettendo l’ascoltatore al centro della conversazione. Leva l’imbarazzo, lava la coscienza e qualunque sia il taglio che vogliamo darci, crea una discussione. Ecco, è proprio per questo che abbiamo scelto “come va” per questo primo articolo dopo 506 giorni dove abbiamo ascoltato un sacco di musica, letto libri, sostenuto la nostra piccola etichetta discografica e sviluppato oltre 50 produzioni di concerti dal vivo. Siamo andati molto vicino a fare cose speciali e ne abbiamo fatte di bellissime, altre invece hanno fatto cacare, ma d’altronde funziona così, non tutto è fatto per esser perfetto. Questo nuovo corso ha l’ambizione di fidelizzare veramente le persone che ci hanno seguito dando loro contenuti, andando come al solito a riempire qualche spazio che viene lasciato libero nel mercato digitale musicale e non solo. Alla fine non importa di cosa scrivi ma è come lo fai, una questione di modo, forse di taglio ma questo lo deciderete voi, noi ci limitiamo a proporre linguaggi e per questo vogliamo rispolverare una nostra vecchia passione, quella della web radio/tv, perchè ci manca metterci in gioco e presto vedrete di cosa stiamo parlando e sarà sicuramente bellissimo. Inoltre vogliamo premiare i ragazzi che seguiamo e avete visto in giro per l’Italia con la loro musica; sono stati fondamentali per andare avanti e incontrare sempre nuovi stimoli per questo collettivo di persone forse un pochetto stordito ma piuttosto efficace quando le cose si fanno dure. Ci sono una montagna di canzoni da sentire, articoli da leggere, disegni da guardare e mondi da osservare, ma questo magari facciamolo nei prossimi giorni, una cosa per volta, per adesso cerchiamo di capire come va. Un giorno magari lo sapremo.


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