Non è più ciò che vogliamo.

Una lunga estate, che non sembra finire mai, in cui rischiamo di perderci, dove partecipiamo e ci sentiamo soli. Una lunga estate sì, che non fa notizia, ma che perde per strada i pezzi e all’orizzonte il silenzio di chi non ci sarà più. Almeno quest’anno il turismo migliorerà, forse.

Quella strana sensazione che nessuno si renda conto che le cose non solo stanno precipitando, ma la famosa ripartenza ha lasciato, come sempre, indietro gli ultimi. Lo vediamo nei locali che provano a partire dal basso, senza grossi investimenti e lo maturiamo giorno dopo giorno leggendo la situazione culturale digitale di questo paese. Il sistema non solo sta permettendo di creare ancora più gap ma quello che resta in fondo, piano piano, sta maturando l’idea di mollare tutto. Così perderemo identità, opportunità e varie forme di arricchimento professionale, individuale e collettivo. Siamo spaventati e fragili davanti a tutto questo, l’entusiasmo non è quello dei giorni migliori e spesso ci si interroga su quale possa essere la soluzione. Guardare altrove sarebbe un modo semplice per scappare, ricostruire è impossibile, creare invece una necessità, che diventa missione nella misura in cui davvero operatori culturali e addetti ai lavori (che parola orrenda da usare scusate) continuano a sostenere un modello vicino al cortocircuito che sembra vivere di selezione naturale. Siamo i primi ad aver sbagliato nell’inseguire tutto questo, ma la consapevolezza di quante persone stanno rimanendo indietro fa spavento, solo che adesso, alla luce dell’ottimismo culturale che contraddistingue la nostra bolla e i sistema media, non fa più notizia raccontare la fine di questo spazio o l’aspetto psicologico di chi prova a lavorare in questo settore. Per sopravvivere dunque devi stare al modello che dovevamo abbattere, quello che davanti a una pandemia ci ha reso inutili e giustamente insignificanti. Perchè se continua la corsa alla statistica, al numero, al posizionamento, non solo la rilevanza del settore è sottostimata ma è anche incalcolabile/non quantificabile l’importanza della cultura nel nostro paese. Non può essere solamente una questione legata alle entrate nei musei, ai grandi eventi da migliaia di persone o al turismo che genera, qua si parla di identità e formazione. Consapevole o meno, non importa. Passiva o attiva nemmeno. La cultura deve essere un passaggio generazionale, deve essere in grado di capire il tempo e restare sempre viva, accessibile e personale. Non esiste cultura di serie a e cultura di serie b, non esiste uno spazio che funziona e uno spazio che non funziona. Non è quello che resta, non è quello che ci serve per non sentirci soli. Occorrono tutele per tutti, strumenti e idee applicabili dal basso verso l’alto, in grado di dare opportunità per restare vivi, davvero. Perchè i numeri passano, l’identità resta e noi, non possiamo permetterci di perdere nessuno.

Fatto in casa VOL.2

In questi ultimi mesi abbiamo visto tutto sgretolarsi un pò. Dai sì, non ci giriamo troppo attorno: stare in casa ci ha messo di fronte alla realtà. Abbiamo dovuto guardarci allo specchio, vivere bilanci continui, capire a quale livello di vita siamo arrivati e poi, purtroppo, siamo dovuti andare incontro alle nostre paure, guardare il nostro passato e perdere di vista il percorso che stavamo facendo. Non siamo una generazione semplice e nemmeno così banale, siamo stronzi, un pò arroganti, sicuri di noi, ma di certo non semplici. Stare in casa ci ha costretto a giornate lunghissime che una volta passate son sembrate buttate; qualcuno ha studiato, qualcuno ha lavorato, qualcuno non ha avuto le forze di fare nulla. Non è importante sapere se questo sia giusto o sbagliato, decisivo sarà sfruttare tutto questo per trovare più strade e inventarsi una nuova consapevolezza che in realtà non abbiamo, ma almeno si può fingere. Insomma non sarà uno schermo a salvarci dal silenzio, non sarà una condivisione a salvarci dalla solitudine e non sarà nemmeno la musica a salvarci dal rumore della nostra testa. E allora? Non c’è bisogno di scappare o avere paura, basta non rimanere mai fermi. Muoversi, gettarsi, morire e poi rinascere, dentro a questo sali e scendi delle giornate infinite terminate in un secondo. Fatto in casa è un modo per prendere questo tempo e analizzarlo, respirare e capire, dare un paradossale caos al nostro meticoloso lavoro di comprensione. Per farlo, abbiamo scelto queste 20 canzoni, alcune vi piaceranno, altre no, molte le conoscete, sicuramente se state ancora leggendo a questo punto, dovete perdervi anche voi qui in mezzo fino alla fine.

Nella scoperta abbiamo trovato il caos, nella rinascita il senso di una fine, questa volta per fortuna, abbiamo capito di non restare inermi.


Qui dentro troverete contributi tratti da trasmissione radiofoniche, dirette su YouTube, Instagram, Facebook, Twich ma non solo, anche cover realizzate in casa per questo progetto o addirittura inediti o grandi rarità racchiuse nel hard disk di questi artisti, che per la maggior parte dei casi sono amici e che ci hanno aiutato nel realizzare questa bellissima compilation fatta in casa, negli ultimi mesi.

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Ma poi cosa vuol dire opportunità?

Che ne sapevo io della vita, io che ero sempre vissuto con tanta cautela? Che non avevo mai vinto né perso, ma avevo lasciato che la vita mi succedesse? Io che avevo avuto le ambizioni di tanti, ma che mi ero ben presto rassegnato a non vederle realizzate? Che avevo evitato il dolore e l’avevo chiamato attitudine alla sopravvivenza?

Julian Barnes è uno scrittore che mi ha salvato la vita. Nel senso che nell’età post-adolescente, quando sei un poco di buono in preda alle fantasie e ai vizi più malsani, capita spesso di lasciarsi andare così tanto da rischiare di toccare il fondo. Spesso ti salvano responsabilità, famiglia, fede, amore. Io purtroppo non sono responsabile, ho una famiglia a cui voglio molto bene ma che non ascolto. mai, non credo e di questo mi pento amaramente e poi l’amore ho imparato a comprenderlo troppo tardi, forse. Il senso di una fine è un libro che quando ho l’occasione voglio citare, un pò perchè lo storytelling personale funziona sempre in questa cloaca digitale, un pò perchè ha portato in me un discreto cambiamento interiore. Dopo quel libro ho imparato a convivere con i miei mostri, spesso usciamo assieme e ci consoliamo a vicenda. E forse no, non è risolutivo come atto ma ti permette di stringere un patto di non belligeranza, in grado di poter sopravvivere senza i grandi mali che la società ti crea nel tuo percorso personale.

Guardate questo video, esattamente questo video va segnalato cercando di farlo cancellare da tutte le piattaforme digitali, proprio come quei personaggi che su youtube ci insegnano a vivere. Lasciate almeno un dislike a sta roba.


 

Nella confusione totale degli ultimi giorni, sento molto spesso parlare di opportunità, e questa parola sembra davvero l’unica positiva per buona parte delle persone che conosco. Non riusciamo a tirarci su di morale in nessun modo, ma la cosa meno peggiore è sentire la parola opportunità. Opportunità, che io circa 7/8 anni fa quando studiavo all’università sentivo di continuo. “Questa è una buonissima opportunità” – e intanto avrei dovuto stare nello studio di un pubblicitario che al primo colloquio mise i piedi sul tavolo, toccandomi ripetutamente le spalle e facendomi credere di avere la cura a tutti mali del mondo, “prova a cogliere l’opportunità” – qui invece ero in un’agenzia pubblicitaria dove cercavano una figura professionale che non c’entrava nulla con me. Proprio niente, però oh, me l’hanno buttata lì. Io, che non mi sento di certo una persona vincente, avrei pure accettato solo che rovinai tutto dicendo che “ok potrei farlo, ma non voglio di certo finire come voi”. La mia risposta uscii anche peggio di così, soprattutto perchè avevo davanti due persone di sesso femminile e la sottile linea con la misoginia (che non ho ancora capito) credo fu ampiamente superata. Oh, d’altronde sono comunque una persona di merda. In tutto questo mare ripetuto di opportunità, opportunità, opportunità, ho capito che l’idea di tornare ad aggrapparsi alla parole opportunità mi crea una serie di dubbi. A parte che la parola opportunità significa avere “la presenza di una o più circostanze o di condizioni appropriate o favorevoli al concretarsi di un’azione“, il che presuppone uno spirito da parte di chi deve coglierla che non può esistere in questo preciso momento. Inoltre opportunità è una parola terribilmente meritocratica, come se per davvero qualcuno di bravo avesse più possibilità di ottenerla a discapito di altri. La parola opportunità parte da una base di partenza completamente sbagliata e lascia intendere un punto di partenza diverso tra le persone. Poi la parola opportunità mi ricorda troppo gli agenti immobiliari che fanno le ronde fuori dai palazzi e lasciano le mazzette ai portinai per farsi dire i rumors e i movimenti delle scale. Dai, la parola opportunità poi è proprio da persone che sanno cogliere un sacco di vittorie. E poi che palle, devo interfacciarmi con altri professionisti che oltre a dirmi le solite frasi – non c’è budgetpagherò a 7 mesi – adesso, potranno utilizzare la parola opportunità per offrirmi in cambio un cesto per mia nonna (deceduta 6 anni fa) con dentro dei cotechini e un vino rosso fermo scadente?

Sapere che l’unico argomento di discussione positivo negli ultimi giorni sia qualcosa privo di certezze non mi stupisce. Sapere che l’unico argomento di discussione positivo negli ultimi giorni sia qualcosa che potranno raggiungere in pochi, non mi fa nemmeno competere. Sapere di avere scritto competere, in seguito all’unico argomento di discussione positivo negli ultimi giorni invece, mi fa paura.

 Esiste al mondo una cosa più ragionevole di una lancetta dei secondi? Ma a insegnarci la malleabilità del tempo basta un piccolissimo dolore, il minimo piacere. Certe emozioni lo accelerano, altre lo rallentano; ogni tanto sembra sparire fino a che in effetti sparisce sul serio e non si presenta mai più.

 

Il lungo inverno ma sicuramente non la primavera

“Sarà un lungo inverno, farà sicuramente freddo, poi a un certo punto si scioglierà la neve e sentiremo i profumi della primavera” – così inizierebbe uno di quei bellissimi scritti di Massimo Gramellini, che sulle colonne del giornale per cui sta scrivendo continua a parlarci di buoni sentimenti e di responsabilità; come affrontare le cose, tenere duro che poi arriva il sole e tutte le solite stronzate che si ripetono ogni settimana da anni nei salotti televisivi e nella cloaca digitale in cui viviamo. La situazione è drammatica, non solo da un punto di vista sanitario ma anche economico e sociale. Quello che abbiamo davanti è un percorso tremendo a livello psicologico e finanziario che distruggerà buona parte delle realtà che muovono questo paese da un punto di vista culturale. La totale mancanza di programmazione ci fa intraprendere questa strada completamente buia a occhi chiusi. Qualche incosciente riuscirà a emergere, i famosi responsabili con le spalle coperte terranno duro, mentre tutti gli altri possono tranquillamente fermarsi e aspettare solamente di cambiare piano di vita.

Nelle tremende considerazioni che si leggono nella cloaca digitale è iniziato il solito processo di benaltrismo, attuato anche dal ministro Franceschini in una pessima intervista, ovvero scegliere di puntare il dito verso un altro problema. Così alla fine è sempre colpa di qualcun’altro e alla fine succede che ci ritroviamo soli a vomitare merda in salsa digitale senza raggiungere mai il punto della discussione. Nel nostro piccolo, abbiamo deciso di abolire il benaltrismo da queste pagine. Ci siamo anche rotti il cazzo. La situazione andrà sempre peggio. Il rischio di rimanere soli diventerà sempre più concreto e il divario fra classi sociali probabilmente avrà un punto di non ritorno. Mancherà il lavoro e quasi sicuramente gli strumenti necessari da parte dello stato per affrontare una nuova emergenza. La politica delle conferenze stampa e delle bimbe del premier non esiste, la politica è una roba seria: visione, lacrime, sangue e merda. I post su facebook o instagram sono utili perchè abbiamo scelto tutti di portare questa disciplina al ribasso ma poi alla fine ciò che conta sono le decisioni che vanno prese. Nel bene e nel male, quelle incidono sulle persone. Il resto è solo chiacchiericcio.

Per il settore cultura si sono mosse molte realtà che hanno fatto rete tra di loro ottenendo piccoli ma significativi risultati. Il problema è che non sono sufficienti e spesso presentano dei limiti non indifferenti. La mancanza di una progettualità a medio e lungo termine rende questo spazio, totalmente irrilevante nello scacchiere politico Italiano. In grande sostanza a questo paese non interessa minimamente tutelare determinate attività anche perchè i dati, che vengono condivisi ripetutamente nelle ultime ore, sono incoraggianti sì, se si guarda all’unico contagiato tracciato durante gli eventi, ma spaventa tremendamente se si pensa alla partecipazione. Un misero 0.3% della popolazione Italiana ovvero 347.262 ha partecipato a spettacolo dal vivo nel periodo tra il 15.06.2020 e il 3.10.2010, un dato davvero in grado di aprire una discussione più ampia su quelli che devono essere gli strumenti da ottenere per rilanciare il settore.

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Una persona a me molto cara mi ripete sempre che io sono una persona ottimista. Che mi vede entusiasta e positivo. È forse l’unica persona al mondo che ha quest’idea di me. E ogni volta che ci penso mi fa guardare dentro con un altro punto di vista. Insomma, mi mette in discussione. Però poi mi odio tantissimo, già. Perchè in questo momento sono consapevole che la confusione sia immensa e forse raccontare le storie in prima persona di chi lavora in questo settore con dignità e consapevolezza nel farlo, sia più utile che elencare tutta la serie di problematiche interne. Viviamo in una società basata sui numeri e anche nel settore musicale chi ha più numeri spesso sembra avere più diritti e questo fatto mi ha sempre spaventato parecchio quanto si tratta di doverne discutere. Ripensare certi spazi, con aiuti da parte degli organi, competenti credo sia di vitale importanza; il nodo sta proprio qui ovvero mai trovarsi impreparati a ciò e non lottare per sopravvivere, ma capire come vivere. Il mio non è un discorso creativo ovvero chi ha idee migliori sopravvive mentre gli altri no, ma è proprio un tema sul come poter vivere la cultura in Italia. E per farlo c’è bisogno di uguaglianza e strumenti per tutti, poi ci sarà chi è più bravo, chi è meno bravo come in tutte le cose, ma la base deve essere la stessa. Ecco questo resta il punto politico e sociale da sciogliere non solo per questo momento storico ma anche in vista del futuro. Sono i contenitori, non i contenuti da preservare. E purtroppo, ad oggi, l’inverno sarà lungo, ma sicuramente non arriverà nessuna primavera. Mi dispiace.

 

E poi c’è questa tremenda roba generazionale

Tra le cose che ho sempre disprezzato ci sono gli articoli generazionali. Quelli che ti raccontano la depressione di una generazione, l’instabilità di una generazione, i problemi di una generazione, le preferenze di una generazione, le abitudini di una generazione e poi fanno la chiusa triste, categorica e filosofica da quattro lire. Insomma, quella roba lì che ti ritrovi per forza guardando il telefono grazie ai poteri dei social media. Che poi in realtà apri e leggi, dici “boh ma davvero lo sto leggendo” e alla fine dici “sono d’accordo/non sono d’accordo”. Quei contenuti lì, se non è ancora chiaro, mi danno fastidio.

Collettivo HMCF X Festival 2020

UNA COSA MOLTO BELLA CHE NON RIFAREMO MAI PIÙ ANCHE SE È VENUTA DECISAMENTE BENE. 

Come iniziare un report di un festival non ne abbiamo idea. Di solito si fanno i ringraziamenti sentimentali alla fine, mentre all’inizio con un pò di coraggio, si prova a fare dello storytelling attorno a un episodio particolare avvenuto, in realtà qui, ribaltiamo tutto, ringraziamo subito tutti coloro che hanno deciso di condividere  il proprio tempo libero nel venire a sentire un progetto musicale semplicemente perchè incuriositi dalla manifestazione. Questo, in un momento storico del genere per il settore della musica dal vivo è stato qualcosa d’importante e veramente significativo che apre anche a diverse riflessioni, sulla famosa generazione di persone 18-35 anni. Ma ci arriveremo durante e dopo, ora questo percorso deve iniziare, anche solo per le foto di @nonseguirminoncapisci 

Garda1990

Il Parco di Villa Angeletti è un posto educato, composto e discreto. Una volta qui ci facevano i festival veri, la musica elettronica, la libertà, i diritti, ora si sta ricostruendo un po’ d’identità. Il pubblico è composto, attento e giovane. Già, “giovane e composto” sembra una bestemmia in questa epoca storica eppure, nonostante i molteplici reclami all’utilizzo della mascherina e del distanziamento sociale, nessuno la prende sul personale, tutti sembrano capire il tempo che stiamo vivendo e sì, è una cosa molto bella. Poi la musica, Venerdì per una serie di motivi parte Garda1990, che fa musica post emo con grande serietà, poi arriva Fabbri che è un genio ma ancora nemmeno lui lo sa. Il pubblico risponde e sul palco ci sono le atmosfere di season, un incrocio fa Sufjan Stevens e Real Estate. A chiudere la prima parte, quando il sole inizia a scendere, arriva una ragazza timida, si chiama Mìcol, non si fa vedere bene in faccia e ha degli occhiali da sole stile after dell’after party e niente, quando canta fa paura: Cat Power con il timbro morbido e sporco.

Fabbri

 

UNA GRANDISSIMA IDEA DI MERDA VENUTA BENE PERCHÈ CI SONO PERSONE PAZZE COME VOI CHE HANNO SCELTO DI VENIRE.

Ripartiamo con F4, che ha fatto il disco dell’anno, canta in duo ed è di una leggerezza nonostante la portata musicale che ti lascia senza parole. Ibisco sale su, fa suoi pezzi, due cover, c’è il bagno di folla, il ragazzo ha spaccato. Però ormai è notte, c’è bisogno di rock’n’roll, quindi i Benelli a smuovere le persone con l’atteggiamento di chi ha fame e voglia di arrivare; Nostromo invece è serio, empatico e preciso come un goniometro, forse con la bellezza delle sue canzoni canterebbe bene chiunque. Franek Windy invece non fa il punk ma ci porta nel quarto millennio e nella sua ennesima sfumatura insieme a YOY, collezionando un live emo elegante e decisamente Trap. A chiudere una quasi full band, i Leatherette, naturale risposta a King Krule versione uscita da un libro di Irvine Welsh, in un parco di Villa Angeletti che risponde presente ed entusiasta. Loro spaccano, il pubblico pure, fine primo tempo. Andiamo a casa, domani sarà lunghissima.

F4

Quando eravamo bambini avevamo paura del compagno di scuola bullo, poi crescendo dei professori, poi a un certo punto diventi tu il professore o meglio, il tutore della legge. Imponi una tua moralità assoluta sperando non venga trasgredita; ecco questo non è un passaggio dovuto al tempo ma alle responsabilità. La giornata numero due parte con il nuovo spettacolo de Lo Sgargabonzi che a orario aperitivo ci fa commuovere dal ridere anche perché cita Mattia Santori poi dopo due ore passa proprio Mattia Santori e tu non fai altro che credere al destino. Quando il sole cala, la nuova versione di Fosco17 si presenta matura, decisa e affronta anche brani inediti, il palco è stato mangiato. Segue un break, con analisi tecniche e si riparte con le atmosfere di Vipera travestita da Sarvago, accompagnata da 2/5 dei Leatherette, qui il livello qualitativo si alza e poi arriva Tina Platone che avrà solo una chitarra in mano, però quando apre bocca con le sue canzoni è veramente impeccabile in tutto.

Vipera

Rareș ha il suo computer, i suoi strumenti e ci porta un pò nel suo mondo, nelle sue canzoni, non sono loro a venirti incontro ma è proprio lui a darti le chiavi per entrare con grande signorilità; Elasi porta a casa il compito più difficile di entrambi i giorni, ovvero quello di collegare la modalità showcase da canzone acustica e atmosfere soffici che ti sussurrano verso lidi più selvaggi, rumorosi, invadenti come il gran finale figlio del mondo hip hop. Gente è un pò paraculo, un pò hip hop, un pò musica Italiana, un pò ritornelli che non smetti di cantare, un pò che tutti alla fine cantano e insomma scalda il pubblico che ormai forse vorrebbe entrare in dimensione rave ma non può, perchè non sarebbe legale; a chiudere però arrivano 3 ragazzi giovani, due fanno hip hop da quando hanno 12 anni, sono Bobby Wanna e Corei, l’altro invece MANCHA sta alle macchine e non è un vero e proprio figlio della famosa scena, ma siamo sicuri che presto ne sentiranno tutti parlare. Il finale è per forza un corpo a corpo fra Bobby Wanna e Corei a colpi di scena rap del futuro e perchè no, del presente. La seconda giornata volge al termine, adesso ci sono 5 ore davanti e poi tutti a sostenere la follia di organizzare un concerto all’alba dopo due giornate del genere.

Bobby Wanna

La notte passa, tra fornai, qualche musica di sottofondo del nostro Marco Cantelli detto anche Marcovo e una preparazione meticolosa di quella che è sicuramente una splendida location, denominata Bottega con giardino, uno sguardo bucolico e post-frenetico dall’alto della città di Bologna con i colori che si schiariscono e il sole che lentamente spinge la sua energia. Fa freddo ma tutti arrivano coperti, il caffè che realizziamo non è il massimo però riusciamo persino a finirlo e a soddisfare tutti, mentre sul palco ci scaldiamo con Fosco17 che doveva venire ad aprire le danze in un luogo del genere, poi dalle bellissime terre Friulane via Milano arriva Delmoro, cantautore maturo elegante e con uno stile pazzesco: mettersi lì di Domenica mattina e fare una Domenica bestiale di Concato secondo noi vale il prezzo del biglietto. Baseball Gregg invece è il paladino della scena underground Bolognese, l’artista che con il suo progetto musicale tutti dovrebbero conoscerlo. Chitarra, immaginari soft da spiaggia del nord e sassofono, un formula perfetta per l’orario e una resa impeccabile, apprezzata da tutti e in grado di giustificare persino la volontà del sole di uscire a tutti i costi con i suoi colori più accesi. A chiudere Sleap-e che ha un modo semplice di fare musica profonda, piena di sfumature e in grado di riportarci quieti come quando la tempesta smette di abbattersi nelle nostre giornate, nei nostri pensieri. Sul finire c’è ancora voglia di andare avanti, il sole ormai ha sancito che l’alba è finita, il freddo si è sciolto, i Benelli improvvisano, forse si potrebbe continuare ma siamo tutti stanchi anche se non c’è nessuno zombie.

Bottega con giardino

La discesa verso la città è qualcosa di agrodolce che ci fa tornare bambini. Un pò come le gite che i più fortunati facevano proprio di Domenica a metà mattinata però a un certo punto ti rompevi i coglioni. Ci sono ciclisti, podisti, persone che vogliono fare il brunch e soprattuto sta per iniziare la santa messa. Scendendo dai colli Bolognesi – già il famoso clichè dei colli Bolognesi – attraversando il quartiere Costa Saragozza e arrivando nel centro storico, ormai fortunatamente chiuso al traffico, ci rendiamo conto che di tutte le cose che abbiamo ascoltato e che magari progettiamo di fare in un futuro prossimo, il tempo sarà l’unico fattore che non potrà più essere riscattato da nessuno di noi. Ma il tempo è uno dei rari esempi di equità sociale e morale, non importa realmente – cosa fai – dove sei – chi sei – perchè lo fai – bensì per quanto lo fai. Per quanto ci ricorderemo di essere stati bambini? Per quanto abbiamo scelto di condividere la nostra vita con certe persone? Per quanto abbiamo bevuto? Per quanto tempo saremo considerati una generazione fragile e mediocre? Per quanto tempo insomma è durata questa discesa verso la città dopo una due giorni, che avrà sicuramente i suoi miglioramenti da fare, ma è stato davvero un piacere? E infine, per quanto tempo deve andare ancora avanti questo lungo e prolisso reportage che non metterà d’accordo nessuno e fortunatamente renderà tutti scontenti?

Baseball Gregg

Grazie a Nastro Azzurro, Estragon Club, Freakout Club, Bottega con giardino, BPM Concerti, gli artisti che hanno scelto di partecipare con i loro management, etichette discografiche e booking. Ci vediamo in giro, non si sa quando, ma speriamo che sia ancora per molto tempo. Ai nostri 10 anni con voi, stronzi.

Classe 2021 – guida cult in vista del futuro.

Questo genere di progetti ci affascina e in fondo la classe2020 è andata piuttosto bene quindi forse, tirando le somme, portiamo anche un pò di sano culo fortuna. Quest’anno rilanciamo con 35 nuove proposte, alcune sicuramente conosciute, altre solamente sentite nominare. Come sempre, seguiranno critiche, dibattiti e “manca questo” oppure “manca quell’altro” non vi preoccupate, non è una classifica, noi leggiamo, ascoltiamo, guardiamo e se mettessimo davvero d’accordo tutti, significherebbe che non abbiamo capito proprio un cazzo di tutto ciò.


Andreotti – Angelica – Ariete – Bautista – Benelli – Boriani – boyrebecca – Byenow – Corei – Ditonellapiaga – F4 – FREEZ – Gabriele Troisi – Germanò – Giallorenzo – Gigante – I Lara – I Tordi – Ibisco – Iside – Joe Elle – Laurino – Lefrasiincompiutedielena – M.E.R.L.O.T – Miglio – Milano Shangai – Nahaze – Nicolaj Serjotti – Nove – Pascucci – Post Nebbia – SPZ – Studio Murena – TOMMY DALI –  Vipra – Wemme Flow



Bautista – ne parlavamo tempo fa, questo progetto prende l’emo e ci aggiunge il raggaetton quindi vedete voi. Divide, perché ambizioso ma non per questo non va considerato anzi, ci vuole coraggio a intraprendere nuovi percorsi e chissà che non sia proprio il periodo giusto.

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Angelica – è il momento di fare il salto. A un certo punto é chiaro che i brani hanno subito la rivoluzione e lei vive per questa cosa e non per altre stronzate; credibile e con quell’anima fuori dagli schemi. Sarà un successo.

Ariete – grazie al cazzo direte. Lo sappiamo benissimo però è giusto premiare quella che ribalterà il sistema musicale Italiano al femminile. Lei c’è tutta, sa far tutto, ha successo, ne avrà ancor di più. Giustamente.

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Benelli – sanno stare sul palco in modo assolutamente credibile e hanno questo retrogusto rock molto puro che non possono perdere. C’è del caos, c’è del concetto di Rockstar ma poi pure altro, avanti tutta ragazzi e senza limiti.

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Laurino – pulito, squisito e inquadrato. Ancora c’è da meravigliarsi perché uno così non abbia fatto il salto date tutte le capacità in suo possesso. Forse serve dinamismo, però per noi già spacca.

Corei – lui si sottovaluta. Lo conosciamo e ci lavoriamo; il suo cloudy club legato al rap non è altro che un rap distopico perché appartiene a una vera e propria utopia. Unisce armonie, rime, old school e anche emo/trap, è difficile nonostante l’impatto, però ha un potenziale quasi unico. Lavoriamo, lavoriamo, è lunga ma ne varrà la pena.

Joe Elle – fresca senza troppe pretese o velleità di nessun genere, spontanea, mai eccessiva, catchy e anche divertente. Ogni tanto bisogna prendersi meno sul serio e fare le cose con lo spirito con cui devono essere fatte ovvero grazie a una sincera spensieratezza. Che poi alla fine il demonio interno è ovunque e lo sappiamo.

Ditonellapiaga – alla fine un nuovo modo di scrivere canzoni al femminile esiste, soprattutto grazie a questa produzione selvaggia e un pò malata. Uno dei progetti che ci ha dato più entusiasmo in vista del 2021.

Giallorenzo – il punk fighetto come piace dire a noi. Un po’ colto, un po’ pulito però credibile, perché i riferimenti sono giusti e il loro talento non è mai in discussione. Restano a un passo dal successo, meglio così per loro, ci vorranno le spalle larghe e devono tenersi pronti.

Post Nebbia – paladini del buon gusto, giovani, precisi e squisiti. Sono il nome del futuro, quello su cui non c’è alcun dubbio perché lo stile batte addirittura le loro capacità; attenzione però oltre la forma c’è gran contenuto, per questo sono speciali.

I Tordi – facciamo coming out, noi vorremmo lavorare con loro. Spaccano, c’è del genio che arriva dal futuro nella loro musica con questa finta ingenuità capace di renderli consapevoli; vengono da un altro pianeta, fidatevi.

M.E.R.L.O.T – è il maggiore indiziato a diventare il trend topic dei gruppi facebook dove il chiacchiericcio genere il famoso hype. È sincero in quello che fa, senza pochi fronzoli o strategie alle spalle, per questo lo stanno premiando tutti.

Studio Murena – un jazz hip hop di grande qualità. Solitamente questi progetti risultano ambiziosi e spesso scontati, eppure sarà la scrittura, sarà lo stile che si muove negli arrangiamenti o semplicemente l’idea che sembra tutto così naturale ma questi sembrano davvero originali e preparati. Super.

Wemme Flow – energico e positivo. Che poi lui dirà di no, ma finalmente qualcuno che fa hip hop su certi suoni e non sembra così in presa male. Potrebbe diventare una pop star, sicuramente il suo futuro è già scritto.

Nicolaj Serjotti – nel sottosuolo si muovono artisti che hanno una forte integrità nel fare musica e lo si sente quando scrivono le proprie cose. Lui è davvero unico per certi versi, vogliamo proprio vedere dove potrà andare con tutto questo talento.

Iside – sono molto raffinati ma nascondono una giungla interiore, per noi valgono già così però c’è qualcos’altro da scoprire e anche loro lo sanno. Bravi, benissimo, bis.

Ibisco – finalmente qualcuno che prende una città e racconta perfettamente la sua provincia, o meglio la sua zona industriale, quella lontanissima dai salotti buoni del centro cittadino, quella dove fa un gran silenzio la notte mentre di giorno si lavora. Insomma, un cantautore post industriale, in Italiano ma che profuma tanto di grande provincia Inglese. Bellissimo.

Gabriele Troisi – lui ha questa voce qui, può sembrare figlio del mondo hip hop e lontano dai cantautori eppure profuma di musica Italiana e nazional popolare, il che non è mica una cosa negativa, soprattutto se scritta e interpretata con questo dono qui.

Lefrasiincompiutedielena – di lui è il dolore che si percepisce da quello che scrive. Che sia reale o effimero non è importante, sa perfettamente come trasmetterlo, per questo andrebbe custodito preziosamente.

Pascucci – fa musica pop però è una quota necessaria in questa classe, anche perché lo fa molto bene e senza nascondersi dietro ad altre etichette di genere. Musica pop, fatta bene, c’è un filo di soul che non guasta e lui sembra funzionare meravigliosamente.

Boriani – bisogna ancora inquadrarlo però ci sono tutte le caratteristiche per sfondare il muro e prendersi un posto dove in molti di più lo ascolteranno. Autentico, ci piace un bel pò ora però bisogna capire, chi sei?

F4 – è già il disco più bello del 2020 però noi siamo la sua curva ufficiale perché è riuscito davvero a fare la cosa più originale e sincera partorita da molto tempo a questa parte. Non c’è niente da dire, noi siamo la curva, ora dovete fare i capi ultras.

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Germanò – ritenere Alex l’autore e artista più sottovalutato in Italia penso sia lecito. Ha fatto due dischi bellissimi, viene da un percorso di un certo tipo e siamo convinti che quando riuscirà ad arrivare al pubblico più generalista, avremo una nuova star. E noi speriamo accada presto, molto presto.

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Gigante – il suo progetto è molto semplice: grandissimo gusto e una forte identità musicale. Per noi, ma soprattutto per tutti, un bravissimo autore e sicuramente uno dei prossimi artisti da puntare per il salto nel grande pubblico. Bravo, bravo e ancora bravo.

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NOVE – vorrebbe essere punk, in realtà è una delle migliori voci che ci sono in Italia e alla fine, suona squisitamente pop senza una certa eleganza che non serve più a niente e nessuno. Avanti con la prossima.

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I Lara – sono figliocci del suono anni 80, però sanno cambiare e alla fine tutte le loro canzoni sono delle possibili hit quindi non resta che continuare la semina perché tanto, prima o poi, qualcosa deve succedere per forza.

Byenow – contaminazioni che arrivano da un altro pianeta. Molto interessanti, scelte per nulla banali e assolutamente credibili in ciò che fanno. Vediamo se succede qualcosa, se lo meriterebbero.

SPZ – la psichedelia e l’animo dream pop, rendono questo percorso complicato e originale. Le idee sono ben chiare e l’obbiettivo è dietro l’angolo perché davvero c’è un bisogno disperato di questo coraggio musicale.

boyrebecca – la versione proveniente dal futuro di tutto ciò che sta funzionando ora. Questo è il tipico progetto che da un momento all’altro può esplodere e tu giustamente puoi fermarti e dire “lo sapevo”.

Vipra – il numero uno.

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Andreotti – sarà la nostalgia della prima Repubblica, sarà che alla fine per quanto comune e divo, questo nome un pò ti lascia perplesso però purtroppo lui non è l’ennesimo cantautore indie che scopa con spotify. Forse è un troll, però è bravo.

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Miglio – il punto è che qualcosa di puro c’è, lo senti e lo percepisci, manca la messa a fuoco ma mollare adesso sarebbe davvero stupido. Bisogna continuare a darci dentro, perché non si sa mai che la credibilità nasca proprio dalla costanza.

Milano Shangai – tanto mistero attorno a questo progetto per via del loro linguaggio miscelato alla musica che propongono. Le capacità di stupire ci sono, la visione non è assolutamente un problema, la curiosità su dove possono arrivare è tanta.

Nahaze – delicata ma con una grande forza interiore. La personalità con cui si è presentata fuori dalla sua cameretta ci fa capire che abbiamo trovato finalmente una performer internazionale, staremo a vedere ma ci divertiremo.

FREEZ – le band giovani che suonano bene. Meglio di così, cosa volete dire? Un pò ci energia, un pò di palle in questo mondo di debosciati e figli degli aperitivi un pò gnegnegne. Per un mondo migliore, speriamo nel loro successo.

TOMMY DALI – finalmente qualcuno che propone rhythm and blues senza torturare i coglioni e sembrare la stessa perenne canzone, lui è proprio forte. Ma sul serio e ha una fame che riusciamo a sentire anche da qui.

Fatto in casa

In questi due mesi abbiamo deciso di tornare alle origini. Siamo nati nel 2010 quando la musica ancora viveva di poche e semplici sovrastrutture, al tempo, ci divertivamo a creare della compilation su bandcamp con un sacco di artisti che conoscevamo e apprezzavamo. Tu entravi, scaricavi il tutto sul tuo computer e ti ascoltavi una selezione di brani emergenti; quello era il nostro modo per spacciare musica, in totale legalità e con la massima collaborazione da parte di piccole realtà che si muovevano nell’epoca post myspace nel mare d’internet e dei social network ancora per noi entità sconosciuta. Volevamo ricominciare da lì, con quest’idea editoriale che vede la partecipazione di 26 progetti musicali, con illustrazioni, racconti, una fanzine, che tempo fa avevamo stampato per davvero ma che questa volta potete vedervi in 9:16 e infine una playlist, con il meglio di tutto ciò che è uscito in questo periodo sospeso.


Qui dentro troverete contributi tratti da trasmissione radiofoniche, dirette su YouTube, Instagram, Facebook, Twich ma non solo, anche cover realizzate in casa per questo progetto o addirittura inediti o grandi rarità racchiuse nel hard disk di questi artisti, che per la maggior parte dei casi sono amici e che ci hanno aiutato nel realizzare questa bellissima compilation fatta in casa, negli ultimi mesi.

RETRO

Ringraziamenti doverosi per tutti coloro che hanno partecipato vanno a:

42 Records • Alessandro Panzeri con cui ci sentivamo sempre ogni giorno dopo le 23.00 • Astarte Agency  • BPM Concerti • Costello’s • Covo Club • Dischi Sotteranei • Fonoprint • Futura Dischi • INRI • Michele Novak detto il pornoattore • Nufrabic Records • Pietro Giolito detto PIOTR per il wetransfer • RC Waves • Simone Castello • To Lose La Track • Totally Imported • Trident Music • Vittorio Lauri che per noi somiglia a Tommaso Paradiso


Difficile trovare band giovanissime e così preparate, quasi impossibile. Finalmente qualcuno che sa suonare davvero e ha gusto per la scelta musicale; il progetto è ambizioso, questa cover pure, il risultato assolutamente soddisfacente.

Il mondo alternative ha spesso bisogno di supereroi e loro hanno tutte le carte in regola per esserlo, attenzione però, come dice Batman, “o muori da eroe o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo”. Le possibilità attorno a questo progetto musicale sono così tante, che devono semplicemente scegliere cosa fare da grandi. The next big thing.

Un brano privo di ritornelli, capace di entrarti nella testa come un martello. Se questa canzone fosse stata fatta dai Gorillaz sarebbe divenuta una ballad post bellica perfetta per una rivoluzione gentile. Sublime.

I nuovi cantautori sono tutti uguali tranne lui, capace di leggere con malinconia il mondo che lo circonda. Non si prende sul serio anche se in realtà siamo convinto che in gioco ci sia molto di più. Ok basta, adesso balliamo.

Uno dei pochi dischi veramente belli usciti nel 2020 è il suo. Le sue idee nella semplicità di questa cover, è probabilmente il progetto musicale più originale e ambizioso ma pur sempre onesto che abbiamo avuto il piacere di conoscere negli ultimi tempi. Meraviglioso.

Nella versione realizzata negli studi Fonoprint di questa canzone c’è tutto il lato più ludico e spensierato di Nostromo, cantautore con i tatuaggi, ma con lo sguardo maturo e in grado d’ipnotizzarti con la voce. Ritmata, delicato e quasi fanciullesco nel suo modo di cantare dal vivo. Mozzafiato a ritmo di samba.

Riuscire a dare una chiave ulteriore al brano di Fabri Fibra sembrava quasi impossibile, eppure la voce e l’anima sintetico/digitale/emotiva dei Costiera emerge in questa versione registrata in mezza giornata da Francesco.

Questa versione live notturna ha la capacità di rendere giustizia alla canzone e all’artista. Dietro l’anima pop di Fosco17 c’è tutto un mondo fatto di ricerca e studio ma soprattutto la capacità di rendere piacevole qualunque canzone con grande semplicità.

La sfida di questa cover è vinta in partenza, per la scelta e il modo di farla sua. Ci sono gli Stati Uniti ma anche le metropoli Europee nel suo essere cantautore e questo lo rende uno dei migliori in circolazione.

Lo street pop è il genere anche da casa sua con un pieno di energia e quella malizia necessaria a rendere questo brano esplosivo anche se te lo ascolti dal divano.

Ha la grande forza di risultare originale pur facendo canzoni che possono essere catalogabili in tante sfumature di genere; è una questione di approccio e anche di scrittura, libera da ogni sovrastruttura.

Prendi un cantautore e mettilo nel mondo trap, dove ci sono melodie e parole potentissime; potrebbe sembrare una sfida difficile, eppure è questa la zona di confort di un ragazzo poco più che ventenne nella scena contemporanea. Concreto.

Questo brano viene da un profondo buio e cantato dal vivo, senza nessun mezzo tecnologico sembra ancora più vivo e le paure prendono una forma consistente. Umano e ricco.

Le band che si applicano e realizzano brani del genere dal vivo meritano la gratitudine eterna; sofisticati, retrò e particolarmente incisivi. Un nome molto interessante per il futuro prossimo.

La musica è prima di tutto condivisione e il talento si percepisce quando si è in grado di rendere cose semplici estremamente profonde e cose difficili banalmente facili. Questa è la formula necessaria per distinguersi e proseguire nei propri percorsi, diteci voi se tutto ciò non vi ha fatto riflettere.

L’esigenza comunicativa e lo sguardo sono la base per poter lavorare con le parole in musica; questo tipo d’operazione riesce perfettamente perché le produzioni sono fondamentali quando si tratta della seguente disciplina, ma lo spirito nel comunicare ha una marcia in più. È fortissimo.

Ancora bisogna chiarire come può un ragazzo di appena 20 anni riuscire a miscelare tutti questi suoni ma soprattutto queste epoche. Già perché nella sua musica ci sono le grandi star del jazz di un tempo, le attuali popstar e pure una vera e propria anima scura. In attesa di rivelarsi per le sue doti canore, questa è la musica dello spazio forse.

Il nostro Sufjan Stevens, che prende un grande tormentone e riesce a costruirci un castello solido, espressivo e armonico. Le chitarre danno l’armonia necessaria a rendere umano questo prodotto con quella delicatezza che non può lasciarti indifferente.

È il canto notturno della città che si spegne, sono i colori di una comunità che forse non dorme. È la voce intensa che racconta le storie. Scanzonato, malinconico, reale e con dei tratti pieni d’anima pura. Bello davvero.

Avere immagini pratiche in testa, perché uno degli esercizi più difficili è proprio questo: trovare parole semplici in grado di non lasciarti inerme. Lei ci riesce sul serio.

Il soul cerca sempre nuovi beniamini e la formula per il successo non è facile, eppure nella sua musica c’è la consapevolezza di un lavoro metodico e tutto un mondo che bisogna scoprire, però sentite come canta dal vivo, pare inciso su disco.

Mi piace molto il nome di questo cantautore anche perché rappresenta pienamente ciò che fa: è crudo, a tratti sparisce e per questo è davvero unico. Sofisticato e sincero, bravo.

Collettivo HMCF · Mivergogno – Bel Pomeriggio

In un certo senso è come se Flume decidesse di fare cover e ci mettesse una novella Jorja Smith a cantare anche l’elenco telefonico. Il risultato non lascia indifferenti.

Pogare in cameretta è il sogno di tutti soprattutto dopo questi due mesi, ci voleva un post punk come lui a prendere una band che fa tanto casino e metterla in camera senza fare la solita noiosa interpretazione acustica.

Metodico e romantico, proprio come una storia scritta da Dino Buzzati però fatta con la musica elettronica, le sensazioni, i suoni e quest’ambientazione fuori dal tempo che la rende unica.

 

Negli ultimi tempi c’è sempre questa rincorsa agli anni 90 soprattutto in Italia, qualcuno che non gli ha vissuti ma che ha sempre fatto la musica così però esiste da molti anni.

SCARICA IN FRI DAUNLO // FREE DOWNLOAD QUI 


Con essa ci sarà la nostra prima fanzine in 9:16 che invece racchiude tutte le immagini più significative per noi di questo periodo di forzata chiusura in casa; immagini che si sono ripetute dalla televisione ai social network, dai social network alla televisione, in maniera ossessiva e per cui abbiamo deciso semplicemente di riderci sopra pensando sia solamente una grandissima follia collettiva quella dell’informazione degli ultimi tempi. Un sogno, un’allucinazione, una follia, per molti sicuramente un incubo. Però volevamo ricordarcelo, anche perché vi promettiamo che non finirà come Lost dove moriremo tutti.

Beppe Sala ha scelto di rispondere con “Milano è una città aperta a tutte le culture” il risultato? Lockdown prolungato per tutti, tranne che per i cerbiatti rei di aver sempre “mantenuto il distanziamento sociale”. Diverso l’approccio di Vincenzo De Luca e delle foto che lo ritraevano vestito da macellaio in casa, intento forse ad ammazzare qualche dolce animale simile ai cerbiatti “qui da noi, i cerbiatti si fanno al forno, ma quale movida”. Seguiranno polemiche e denunce dagli ambientalisti.


Infine, una playlist con quello che abbiamo ascoltato in casa, soprattutto appena rilasciato in giro per il mondo. C’è il meglio del meglio ci dicono dai piani alti, noi avevamo il dovere di aggiungere questo ulteriore contenuto a questo progetto che vuole, come detto in precedenza, raccontare un gruppo di ragazzi e quello che hanno visto e sentito in questi 3 mesi restando a casa e non creando nessun tipo di problematica alla società. È stata dura, ma così suona meglio. Davvero.


Dedicato a un giorno brutto in cui a un certo punto non c’eri più, però non si è mai capito se ti fossi perso nell’umidità o non fossi proprio mai esistito. Spesso capita, spesso te lo chiedi. Poi a un certo punto passa e stai meglio. 

cover + illustrazione per la compilation a cura di @livialbanese

illustrazioni fanzine a cura di @nonseguirminoncapisci

playlist “ascoltata in casa” a cura di @fed.phtl 

collettivohmcf2020®© la tua squadra preferita

Bisogna cercare di fare un pò di più

L’industria discografica ha lanciato ieri il movimento #blackouttuesday e tutte le nostre filter bubble social sono state invase da immagini nere; qualcuno ha sbagliato hashatag, ma questo non è troppo importante. È stato molto interessante vedere un certo tipo di comunità mettersi in gioco verso una tematica delicata che seppur riferita a un paese lontano da nostro, resta insita nella maggior parte della società. Finito il rumore delle foto totalmente nere però mi sono chiesto perchè in Italia, il sistema musicale non parli di politica o come ho sentito dire in quest’intervista, gli artisti sono spesso “disinteressati”. Tralasciando endorsment di partito o di politici, pratica che in Italia, porta pure una discreta sfiga, mi sono domandato perchè spesso e volentieri quelli che sono gli artisti preferiti da una buona parte di persone, non si espongono mai su una serie di battaglie per cui, ci sarebbe bisogno anche e soprattutto del loro megafono. Michael Jordan circa 30 anni fa sosteneva che “anche i Repubblicani comprassero le scarpe“, come a voler sottolineare che in realtà le logiche di mercato alla fine vincono su tutto. Aldilà della battuta o meno del noto giocatore di pallacanestro, non è difficile pensare che quello che si nasconde nella mancanza di esposizione politica sia anche un problema legato all’esercito di seguaci trasversali che seguono la carriera di un progetto musicale/commerciale. Recentemente, i fan di Vasco Rossi, hanno iniziato a redarguire Vasco Rossi in seguito a un post molto lineare e chiaro di Vasco Rossi. In realtà, da questo si può dedurre che non è facile dialogare di certe tematiche con il proprio pubblico anche se, la musica deve avere anche una dimensione identificativa che purtroppo negli ultimi tempi è venuta un pò a mancare. Con questo non bisogna pensare che un musicista x deve essere ascoltato solo da chi la pensa come lui, ma il musicista x ha la possibilità di abbracciare alcune tematiche che riguardano un’intera comunità e non solo la propria cerchia ristretta di amici. Di certo è chiaro, diventa difficile pensare di creare una massa critica se prima di tutto, non hai gli strumenti per esporti in prima persona o addirittura “non sei interessato”.

Bisognerebbe cercare di fare un pò di più forse, farsi trovare pronti quando c’è da argomentare una posizione critica su alcuni temi e non lasciare che tutto succeda mentre noi ascoltiamo delle canzoni o andiamo a un concerto. La musica non è politica, ribadiamolo, ma si muove in una società, dove sicuramente certe personalità hanno la possibilità di poterla migliorare. Anche e soprattutto in una zona della società in cui l’interscambio e il dibattito sono il sale per decretare il successo o meno di un progetto, dove il chiacchierare (troppo spesso di puttanate) è indicatore di sviluppo e funzionalità di una canzone. Essere divisivi forse è l’unico modo per potersi creare una propria identità, poi ci sono canzoni, marketing, dischi fisici e concerti, ma quando c’è da cambiare qualcosa in una società, sarebbe importante ridare qualcosa a essa, non solo con le proprie canzoni ma anche e soprattutto con la propria persona.

 

Purtroppo i concerti in streaming non salveranno la musica.

Ormai tempo fa, Dario Franceschini (attuale ministro della cultura ndr) lanciava una soluzione semplice, un pò frettolosa e anche banale di un “netflix della cultura”. Tour nei musei, concerti in streaming e chissà quali dibattiti sul tema, più o meno stimolanti, sarebbero l’immaginario di questo progetto. Premesso che una piattaforma a pagamento che propone solo contenuti legati al mondo della cultura potrebbe essere un tentativo interessante non per sostituire la dinamica dei concerti o delle esperienze a contatto con la disciplina artistica, bensì per proporre un percorso parallelo. Pagare per vedere un concerto in streaming è cosa per pochi, troppo pochi. Recentemente Venerus ha tenuto un live meraviglioso in diretta su Dice TV; bellissimo, atmosfere pazzesche e esito a quanto pare molto soddisfacente. Ma purtroppo no, non è la soluzione per salvare il sistema perchè appunto, questo genere di operazioni premierebbe sempre e comunque chi ha le spalle coperte e una certa fanbase in grado di permettersi di pagare 5/7/10€ per acquistare un biglietto. È un buon palliativo, per pochi, ma resta un’idea priva di inclusione, ahimè, perchè già il sistema presenta molte falle senza quello che è successo negli ultimi tre mesi, figuriamoci adesso. L’idea che si possa ripartire da chi è in grado di avere un traino verso il potere d’acquisto delle persone è quanto di più sbagliato esista. Durante ogni settimana, nell’arco dell’anno solare, migliaia di progetti musicali, tecnici, fonici, grafici eccetera eccetera lavorano attorno a serate, piccoli e grandi palchi, con pubblico di passaggio, persone disinteressate o semplicemente curiosi. I loro punti di vista non rappresentano probabilmente il potere economico maggiore in questa industria assai debole, ma come andiamo ripetendo da diverso tempo, sono proprio coloro che seminano e aiutano a crescere il sistema dal basso, quasi formando le persone. Ci piacerebbe e quest’iniziativa potrebbe essere utile, pensare a una ripartenza in grado di non dimenticare gli ultimi e nemmeno quelli che stanno in mezzo; non è da un biglietto per medio/alti artisti che si riparte e non è da qui che ci si può considerare fautori di un tentativo di ripartenza. Sarebbe più interessante, investire in contenitori e non sui contenuti, creare scatole, grandi scatole, dove si possono racchiudere realtà, dove si deve raccontare tutto un percorso e dove il protagonista diventa subalterno a ciò che è stato creato. La rincorsa al darwinismo musicale è uno dei motivi per cui tutto il sistema rischia il collasso, anche se chiaramente, non siamo idealisti, sappiamo che chi ha raggiunto obbiettivi migliori, ha più possibilità, così come chi ha la possibilità di vendere 1000 biglietti per un concerto in streaming, fa bene a non restare fermo. Quello che spaventa però è la totale mancanza di progettazione dal basso e pochissime idee su come salvare spazi o piccole realtà che probabilmente non hanno la possibilità di sopravvivere nemmeno grazie a una raccolta fondi. Ecco, da qui, avrebbe senso ripartire o almeno, gridare alla soluzione per salvare l’industria, perchè dal punto di più basso della piramide ci sono proprio coloro che forse un giorno, ne saranno a capo. Se partiamo da più in alto, corriamo il rischio di lasciare indietro tante, troppe cose e in fondo, non possiamo ritrovarci a raccontarci di quanto siamo bravi quando non ci sarà più nessuno ad ascoltarci.

Abbiamo delle proposte per la città di Bologna

In queste settimane, ci siamo chiesti cosa sarà del settore culturale nel breve termine soprattutto quando tutti gli altri settori si apprestano a tornare al lavoro e a una vita simile a quella che avevano lasciato qualche tempo fa. Molte idee girano nel mare di internet, con progetti più o meno realizzabili e visioni condivisibili, noi invece siamo voluti partire dal territorio della nostra città che conosciamo maggiormente per immaginare, come legare attività, pensieri e idee, non solo al fine di rendere l’individuo soddisfatto, ma di far accrescere una sensibilità collettiva sulla tematica dell’intrattenimento culturale. La nostra città ha la grande fortuna di poter vivere in un continuo melting pot di storie, sfumature e persone, necessarie per coltivare il tessuto sociale e progredire in tutte le attività commerciali; non esiste lavoro senza potersi svagare e non esiste la possibilità di svagarsi senza lavoro, così come non esiste una cultura di serie a e una cultura di serie b legata alle attività di intrattenimento di piccole o grandi realtà.

Ci vuole quindi, una città in grado di soddisfare i bisogni di socialità, lavoro ed ecosostenibilità sempre e comunque nel rispetto della sicurezza collettiva. La manovra di pensiero creativo spesso si limita alla situazione in cui stiamo vivendo e molte volte capita di fermarsi, intimoriti di quello che potrà essere o meno la fattibilità della proposta. In questo progetto, abbiamo voluto lanciare qualche input, adattabile a quelle che saranno le regole imposte e aperto a ogni soluzione di collaborazione da parte delle realtà più attive del territorio attraverso la propria formazione culturale. La nostra è una sfida rivolta prima di tutto a noi stessi, che come tante persone, hanno bisogno di poter immaginare un nuovo modello per l’intrattenimento culturale del nostro tessuto urbano.

NB: non siamo architetti, ingegneri o urbanisti, sappiamo che ci potrebbero essere delle criticità in quello che abbiamo presentato, magari lo cestiniamo, magari lo adattiamo, sicuramente dobbiamo discuterlo.

“Un rione è una suddivisione territoriale interna a una città o a un centro abitato, delimitata da confini più o meno precisi e dotata di caratteri propri che ne sottolineano l’identità (dal punto di vista geografico, storico, sociale, economico, ecc.).”


Partendo dal concetto di rione, più volte oggetto del dibattito nelle ultime settimane, abbiamo simulato la città divisa in 12 rioni diversi; sarebbe bello immaginare ogni rione con la propria proposta, con le proprie caratteristiche e con i propri spazi. Questa nostra immagine/divisione non è definitiva e non implica la nostra idea, quello che vedrete è uno stimolo, ma noi abbiamo già lavorato a un progetto ancor più delineato.


BARCA • BOLOGNINA • CORTICELLA • COSTA SARAGOZZA • MAZZINI • MURRI • PILASTRO • SAN DONATO • SAN FELICE • SAN MAMOLO • SANTO STEFANO • UNIVERSITARIO

Pattern HMCF

Viviamo nella città delle torri, anche perchè un tempo erano quasi 100, ora ne sono rimaste 24. Fanno parte dell’identità della nostra città, rappresentano una delle istituzioni locali insieme ai portici e per noi sono un segno chiaro e identificativo di Bologna.

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In un momento del genere, la ripartenza culturale può partire dal senso di comunità. Dalle piccole e grandi realtà che nel corso di tutto l’anno svolgono attività sul territorio e hanno la conoscenza degli spazi ma non solo, spesso formano persone e rappresentano sfumature della società. 

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Siamo partiti dalla possibilità tanta discussa di sviluppare il concetto di rione per la nostra città e questo è una delle basi su cui costruire le idee per il futuro prossimo; tanti rioni per noi significa non solo quartieri, ma diverse personalità, associazioni di luogo e realtà artistico/culturali.

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Le comunità vanno riempite d’idee, manifestazioni e la loro sopravvivenza nel corso del tempo parte anche dalla necessità di sapersi rinnovare sempre. Le comunità restano vive se hanno la forza di cambiare e la presunzione di poter crescere internamente nella consapevolezza delle loro persone. 

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La città ha bisogno delle sue comunità, ma le sue comunità hanno bisogno della città. Serve scontrarsi per moltiplicarsi, senza mai dividersi. Dall’incontro tra comunità e città, nasce il nostro progetto.

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La nostra idea si chiama PATTERN. Le comunità si aprono alla città e si legano. Pattern è un termine inglese, di uso diffuso, che significa “disposizione”. Tuttavia viene utilizzato per descrivere, a seconda del contesto, un “disegno, modello, schema, schema ricorrente, struttura ripetitiva” e, in generale, può essere utilizzato per indicare la ripetizione di una determinata sequenza all’interno di un insieme di dati grezzi oppure la regolarità che si osserva nello spazio e/o nel tempo.

1.2

2

1.1

2.2

1.3

2.5

1.4

Quindi perché una città secondo il modello PATTERN?

Sono una realtà attiva nella cultura cittadina

Ho la possibilità di proporre contenuti in sicurezza.

Sono un’attività commerciale restata chiusa due mesi

Ho la possibilità di ampliare le mie possibilità oltre la mia struttura.

Sono una persona che ha bisogno di svagarsi dopo aver lavorato

Possono soddisfare il mio bisogno in sicurezza senza rinunciare a musica, teatro e cinema.

Sono il quartiere Pilastro

Posso far conoscere la mia storia, le mie persone a un numero di persone superiore.

Pattern è condivisione. Pattern è green. Pattern è sicuro. Pattern è creativo. Pattern è semplicemente l’idea di una città aperta.

3.3

Ok, però senza eventi come potrebbe funzionare quest’applicazione? C’è qualche contenuto extra? 

Come attività extra, abbiamo pensato per ogni rione di raccontare la propria identità con delle sculture che grazie a PATTERN avranno la possibilità di farti accedere direttamente con il telefono ad audiolibri, contenuti musicali extra realizzati nella zona o scritti informativi sulla storia del rione.

Questi contenuti possono essere realizzati e coordinati ogni settimana da varie realtà, scrittori o musicisti. Magari recuperando registrazioni passate, scritti inediti e aneddoti di strada. In foto abbiamo messo Piazza San Marco a Venezia dove qualche giorno fa è apparsa la seguente scultura. Immaginateci un QR code che grazie all’applicazione PATTERN ha la possibilità di svelarvi i contenuti del rione in questione.

8

Vi facciamo un esempio di contenuto editoriale che si può scaricare grazie a PATTERN?

A Bologna di mattina quando nessuno se l’aspetta c’è molta nebbia. Il cielo è grigio ma non scuro, consapevole che con il passare della giornata in qualche modo uscirà il sole. Nell’ultima periferia cittadina, a pochi passi dai centri commerciali e dalle prime frazioni in provincia lo spazio temporale viene tagliato dai mezzi pubblici e dal silenzio che lo smog accresce parallelamente al traffico. In fondo al quartiere San Donato, nella parte Nord-Est della città sorge il Pilastro quello che storicamente oltre a essere il primo contatto con l’area metropolitana può considerarsi uno degli organi più importanti della popolazione locale. (continua a leggere…)

Questo per il rione San Donato dove sorge il Covo Club e puoi ascoltarti il concerto dei The Drums del 2010 e leggerti un racconto del quartiere del 2016, ma non solo. Tante sono le personalità e le associazioni che si muovono nei rioni durante tutto l’anno e rendono il tessuto sociale attivo e identificativo all’interno degli spazi.

Quindi per farla breve per noi che abbiamo letto tutta sta roba: PATTERN è un applicazione in grado di farti prenotare agli eventi, farti girare la città nel rispetto dell’ambiente, darti la possibilità di invitare amici e farti scoprire zone della città che non conosci. Ma non solo però, ha la capacità di non limitarsi al telefono per la sua ambizione a immaginare un senso di comunità condiviso, ecosostenibile e in piena sicurezza.

3.2

Qualcuno dirà che PATTERN è una semplice applicazione che mette in contatto delle persone all’interno della città eppure vuole avere l’ambiziosa sfida di tener fede a tutte le problematiche che la situazione ci mette di fronte. Sicurezza, condivisione e visione, devono essere le regole per poter far ripartire il settore culturale senza compromessi. Dai territori, che noi abbiamo voluto chiamare rioni e dalle piccole e grandi realtà, che noi abbiamo voluto chiamare comunità, nasce la città in cui vivremo ogni giorno per i prossimi anni. Come abbiamo scritto in precedenza, questo progetto vuole essere uno stimolo al dibattito e prova a proporre alcune visioni a una nuova socialità per la città di Bologna. Siamo consapevoli delle difficoltà di comprensione della situazione in cui stiamo vivendo da qualche mese a questa parte e siamo altresì convinti che le proposte di tutte le attività siano fondamentali. Abbiamo ritenuto necessario immaginare qualcosa del genere soprattutto visto lo scenario in cui stiamo metabolizzando il sistema culturale contemporaneo; quello che succederà domani non possiamo saperlo e davanti a una moltitudine di doveri rispettabili abbiamo semplicemente rivendicato il diritto a non limitarci, pur rispettando tutto ciò che ci circonda.

A proposito di scarti e cultura

Uno dei libri che mi ha maggiormente colpito nel corso di quest’ultimo anno e mezzo di vita, passato in giro per tutta l’Italia da Nord a Sud per un numero non precisato di giorni è stato quello di Jonathan Miles. Si chiama “Scarti” (edito minimum fax, compratelo) e uno degli aspetti principali del racconto è vedere come i personaggi fanno i conti con i propri compromessi, con le proprie difficoltà e soprattutto con le proprie paure grazie a una morbosa e sadica narrativa in grado di spingerli sempre più in giù con la differenza di riuscire sempre a dare uno sguardo speranzoso o più semplicemente una seconda occasione. Insomma, guarda bene cosa sta succedendo, si potrà finire più in basso, ma non è detto che questa sia la fine.

Negli ultimi tempi si parla molto del settore culturale in Italia e si leggono tante iniziative a cui, anche io in prima persona ho aderito con grande presa di coscienza, il punto però è guardare anche in faccia la realtà di ciò che è stato raccontato troppo spesso su questi social network o in generale nel modo di affrontare il dibattito sul tema degli spazi. Nei prossimi mesi, sarà di vitale importanza, sostenere le produzioni dal basso. Lo so, è ridicolo ripeterlo in modo ostinato ma è così: purtroppo da ogni crisi economica ne esce sempre meglio chi ha più strumenti rispetto ad altri.
Eppure la sfida non sarà scrivere una società culturale che salva i più forti o quelli che hanno lavorato meglio, ma soprattutto preservare gli spazi piccoli, le manifestazioni per pochi, i luoghi che danno un senso di appartenenza o identità a coloro che decidono di frequentarli. C’è molto differenza in termini di numeri, potenza economica o semplicemente di lavoro, lo sappiamo tutti perfettamente. Molti spazi hanno volontari, sono associazioni, per molti può non essere visto come un lavoro principale e molti di questi sono invisibili per il modello di stato con cui siamo cresciuti. È importante parlare di questo perchè ho la triste sensazione, che ci stiamo dimenticando un meccanismo fondamentale per tutta l’industria, ovvero quello più fragile ma anche il più florido. Il grande campo pieno di scarti, dove ci si trova per attività sociali e culturali, dove gira ancora meno economia rispetto ad altri luoghi, ma dove si costruiscono le persone.

Perchè come i protagonisti del libro di Miles, nella seconda occasione e nella speranza non c’è una via d’uscita che sarà in grado di liberarli dal loro essere ingranaggi della macchina sociale ma se non altro, però, possono rendere quella macchina un posto migliore.

Abbiamo chiuso lo Squat Club

Ci piace pensare che questo sia stato un bar trovato per caso sulla statale. Quei posti dove ci arrivi solamente se stai perdendo la strada a pochi chilometri dai grandi centri urbani ma nascosti dalla civiltà, dove il cielo è veramente buio e i rumori hanno tutti un significato preciso. Quelli dove al terzo o quarto bicchiere preferisci fermarti per prendere fiato, dove alla fine ti trovi così bene che non hai voglia di andare a casa e spesso, cerchi la buona occasione per perderti di nuovo, da queste parti. Sono state settimane complesse, dove il tempo è diventato una parte del centrale delle nostre paure, dove per la prima volta non potevamo essere in grado di programmare nulla e soprattutto, dove avevamo l’obbligo di fermarci. In una società del genere, che va così veloce che alla fine il silenzio non riesci nemmeno a riconoscerlo; ecco, abbiamo creato un bancone, ci siamo trovati ogni sera, abbiamo chiamato oltre 100 ospiti e passato 600 canzoni, siamo stati in compagnia per quasi 100 ore e ci siamo confrontati sulle tematiche più semplici e complesse del nostro quotidiano. Il nostro umore era ok, altre volte no, però la fortuna di incontrarsi al bar non è solo la condivisione o la socialità ma l’ascolto, e il poter trovarsi nuovi punti di vista. Ci abbiamo provato e adesso chiudiamo, perchè forse, ci vedremo in giro.



 

SONO STATI NEL NOSTRO BANCONE DIGITALE:

Alessandro Ceccarelli, Marco Cantelli, Lorenzo Salmi, Franek Windy, Mattia Delmoro, Davide Cairo, Lo Sgargabonzi, Alessandro Panzeri, Giovanni Romano, Jesse the Faccio, Everlasting Joy, Valerio Lundini, Popolous, Gente, Simone Castello, Cesare Biguzzi, Patrizio Ruvigliolini, Nicolò Falcone, Fed PHTL, Nonseguirminoncapisci, Murubutu, Luca Ravenna, Anna Rampinelli, Tiziano Marino, Riccardo Vastola, Piero Merola, Alessandro Burbank, Gioacchino Turù, Dario Matassa, Attilio Perisinotti,  Francesco Zani, Michele Cheli, Carlo Pastore, Bob Giachetti, Denise “ dueditanelcuore “, Alessandro Ragazzo, Il cantautore misterioso, Marco Manini, Lele Roveri, Dario Pruneddu, Garda 1990, Livio Ghilardi, Luca Duke Giovanardi, Tommaso Labate, Sergio Messina, Massimiliano Raffa, Fosco17, Bacchini Daniele, Friz, Riccardo Montanari, Machweo Pippo civati, Virginia Ricci, Andres Diamond, Michela Giraud, Jambo Praticò, Simone Stefanini, Oscar Cini, Fabio Nirta, Nostromo, Emiliano Colasanti, Edoardo Munari, Alessandro Gilioli, Damir Ivic, Saint Ludo, Bartolini, Moder, Salvatore Papa, Francesco D’errico, Roberto Rampi, Alex Dandi, Luca La barbera, Gianpiero Tipaldi, Lorenzo Campagnari, Diego Fontana, Carlo Bordone, Danilo Masotti, Ivo Stefano Germano, Paolo Gioia, Lodo Guenzi, Fulvio Abbate, Nicola Borghesi, Paolo Cornetti, Giovanni Cigarini, Shahrom Hosseini Sohi, Mattia Santori, Francesco Costa, Pierfrancesco Majorino, Antonio Polidoro, Federico Sardo, Nicola Togni, Francesco Caggiula, Matteo Marchetti, Federico Nessi, Vittorio Lauri, Dorso, Bonetti, Post Nebbia, Joe D. Palma, Alberto Guidetti, Matteo Fallica, Emanuele Atturo Cucina Sonora, Calabi, Germanò, Alessandro D’Amico, Antonio Altini, Davide de Martino, Franco Bolelli, Giovanni Arezzo, Subconscio, Mirko Carera, Tommaso Cerasuolo, Andrea Scagliarino, Eleazaro Rossi.



 

Una storia sospesa

Il problema principale della solitudine è il potersi esprimere. Da molto tempo avevamo l’idea di fare un romanzo collettivo, prima fra un gruppo ristretto di persone, poi allargato a una comunità intera. Siccome il tempo libero è decisamente aumentato per la maggior parte delle persone, quale miglior occasione per realizzare questo progetto? Abbiamo voluto chiamarla “una storia sospesa” perchè sarebbe bello che ognuno mettesse un piccolo mattoncino per far proseguire il prossimo, in questa staffetta creativa che gira liquida nel mare di internet ma che ci lascia un profondo senso di intimità e non per forza ci obbliga a metterci la firma. Guardate a che punto è il protagonista, cambiate il punto di vista, fate entrare nuovi personaggi nella storia, riportate in vita i dinosauri, andiamo a vivere su marte, creiamo una nuova società o semplicemente, scriviamo una storia d’amore che va a finire male. Insomma, le possibilità sono infinite, c’è solo bisogno di una sana collaborazione e una volta che hai fatto, puoi rifarlo, dirlo a qualche amico o semplicemente tenere la storia lì, in sospeso, tanto qualcuno passerà e tutto proseguirà.

Per partecipare alla scrittura collettiva di questa storia, che lasceremo in sospeso fino al 10 Maggio -> CLICCA QUI, ENTRA E SCRIVI

NB: chiaramente ci riserviamo il diritto di censurare eventuali scritti completamente devianti e/o offensivi nei confronti del lavoro o dei pensieri delle altre persone che hanno deciso di collaborare.

I PASSAGGI SONO SEMPLICI:

1- entra a questo link;

2- leggi a che punto è la storia;

3- prosegui, porta il protagonista in un altro paese, cambia punto di vista. Massima libertà di espressione;

4 – assicurati che sia tutto salvato e chiudi;

5 – pubblica una storia su instagram/facebook/twitter, tagga il nostro account @collettivohmcf o utilizza #unastoriasospesa (così almeno ti veniamo a cercare);

6 – lascia la tua firma sul romanzo collettivo, puoi farlo se vuoi, scrivendo il tuo nome in fondo al documento di testo;

7 – #laculturanonsiferma ma soprattutto in un periodo del genere bisogna far correre le idee a velocità doppia, senza paura o timidezza;

 

 

 

La nostra città
Scrivere un articolo che racconti tutto il movimento contemporaneo musicale Bolognese è un lavoraccio che nessuno può prendersi il diritto di fare. Quando pensi di aver racchiuso tutto, nello spazio di una playlist o di una lista, finisci sempre per dimenticare qualcuno o non tener conto di quello che sta nascendo. Ripercorrere poi la storia appena più recente diventa un massacro a cui è molto difficile andare incontro. In questa città sono nato, cresciuto e poi sono scappato, anche se resta il cuore nevralgico di quasi tutte le attività di questo collettivo. Lungo i portici del centro storico o a ridosso delle periferie più lontane, la musica ha sempre avuto un ruolo centrale, come una sorta di partito politico senza segretario ma con diverse correnti di pensiero.


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