Linea 20

12 gennaio 2017,   By ,   0 Comments

A Bologna di mattina quando nessuno se l’aspetta c’è molta nebbia. Il cielo è grigio ma non scuro, consapevole che con il passare della giornata in qualche modo uscirà il sole. Nell’ultima periferia cittadina, a pochi passi dai centri commerciali e dalle prime frazioni in provincia lo spazio temporale viene tagliato dai mezzi pubblici e dal silenzio che lo smog accresce parallelamente al traffico. In fondo al quartiere San Donato, nella parte Nord-Est della città sorge il Pilastro quello che storicamente oltre a essere il primo contatto con l’area metropolitana può considerarsi uno degli organi più importanti della popolazione locale. Arte di strada, calcio tra le macchine, case popolari, centri commerciali alle proprie spalle, ampio parcheggio, campo da baseball, palestre ben curate, impianti sportivi: in sostanza un grande centro vitale per la città. In Via Salgari, sorge il “Virgolone” una struttura curvilinea di sette piani che prosegue per circa 700 metri e formato da oltre 500 appartamenti. Nato negli anni 70 dal bisogno di creare integrazione sociale per il quartiere e la città risulta uno dei grandi simboli di melting pot più duraturi e vivaci nel corso del tempo.

Linea 20

Il modo più comodo ed efficace per raggiungere il centro cittadino è la Linea 20, spesso dimenticata durante i suoi viaggi ma ben presente nelle vite di tutti dato che rimane l’autobus più frequenti nei passaggi proposti dalla linea di trasporti. La Linea 20 trova il suo capolinea proprio nelle dolci e vive curve del Virgolone. Ogni mattina a partire delle 5.00, lavoratori, studenti e famiglie iniziano la loro giornata proprio sulla Linea 20. Le prime fermate, attraversando il ponte sopra la tangenziale, portano a San Donato. Luogo più residenziale dove sorgono molteplici attività commerciali dalle varie sfumature che uniscono tradizione e multiculturalità.

A Bologna, chi non ha una parte della propria famiglia in San Donato sta mentendo o semplicemente, non ha vissuto veramente la città.

Linea 20

San Donato sulla Linea 20, quando il sole inizia sorgere e la mattina sta iniziando a farsi più chiara. San Donato, dove il Mercato è stato epicentro delle giornate della propria nonna prima di chiudere ed essere in fase di rinnovamento da circa 5 anni, ma tanto sei diventato adulto e forse quella voglia di quotidianità ormai l’hai smarrita. San Donato violenta, i ragazzi piuttosto attempati di Piazza Adam Mickiewicz quelli che giocano a carte e vanno al centro scommesse per arrotondare la propria pensione, San Donato vs Pilastro e quel derby fra società sportive che risulta essere un piccolo avvenimento per la vita da quartiere. San Donato dove i muri dei palazzi sono diventate opere d’arte e sorge il piccolo laboratorio di Ericailcane – street artist ma forse qualcosa di più – e in sostanza dove l’integrazione non è considerabile un valore, piuttosto una semplice conseguenza della natura. Perché qui, poco prima del ponte che apre le porte del centro, la piccola cittadina funziona anche se spesso ci si dimentica di lei, dei suoi problemi ma anche del prezioso tesoro che conserva tra studenti fuori sede in cerca di un appoggio tattico per la logistica alle nonne che vanno a ballare nella sala Sirenella, quella che una volta era una sede centrale per le attività politiche di un partito, quel partito che ancora qui esiste ma alle volte si dimentica pure lui delle sue persone. Che tu sia straniero o Italiano, qui le persone sanno rispettarsi e convivere in quella che si può considerare una prima periferia funzionante, culturale e viva dell’Italia intera.

Linea 20

Superare il ponte sulla Linea 20 significa scoprire il sole e sentire un vuoto allo stomaco perché gli autobus vanno veloci e quasi ti dimentichi di quando per entrare nel centro riuscivi a incontrare uno dei primi murales fatti da BLU – poi rimosso da qualche tempo a causa di una ristrutturazione. La strada si stringe, Porta Zamboni si illumina e Via Irnerio ha un sapore di metropolitana mai scontato per chi nasce e cresce in una città come Bologna. Via Irnerio è teatro di spettacoli che agiscono parallelamente nella zona universitaria. Ci sono studenti che scendono, studenti che salgono e studenti che non riescono a salire più. Via Irnerio significa Via Mascarella, strada che racchiude tutta l’essenza della città lungo tutta la sua storia secondo una contemporaneità disarmante: discoteche, jazz club, librerie indipendenti, copisterie, sedi universitarie, cinema indipendenti, ristoranti per tutte le tasche, il primo alimentari gestito da Pakistani in Italia, muri scritti, portoni alti e portoni piccoli.

Se vivi in Mascarella non hai mai bisogno di uscire dalla strada. C’è tutto e il contrario di tutto.

Linea 20In fondo a Via Irnerio prima di svoltare in Via dell’indipendenza sulla destra è possibile osservare la Montagnola. Luogo spesso soggetto di critiche perché negli anni 90 è stato protagonista e porto di quella che si può considerare molto più di una perdizione ma un quieto vivere abbastanza assodato. Tutti sapevano, nessuno denunciava. La gente moriva e in fondo andava tutto bene perché il cane possiamo portarlo da altre parti. In Montagnola ogni venerdì e sabato del mese c’è il mercato più grande in Italia – la piazzola – dove si può comprare di tutto a buon prezzo sentendosi comunque parte di una comunità attiva senza etichetta di genere o stato sociale. La svolta a sinistra in via dell’indipendenza è traumatica. Salgono turisti, fanno qualche fermata e una volta che il sole sta prendendo calore sulla tua pelle l’autobus si svuota arrivato in Piazza Maggiore. Qui il silenzio torna a salire e il sole molto spesso viene coperto dalla bellezza di Palazzo Re Enzo. Proseguendo su Via Rizzoli, oltre i grandi negozi e quel minimo contatto con le persone – già su Via Rizzoli non può avere dei rapporti umani perché la vita va troppo veloce e il commercio diventa sfrenato e privo di una comunità – la svolta a destra significa cambiare radicalmente prospettiva della città. La Bolognesità e l’artigianato storico cittadino emerge lungo il “quadrilatero” definito lo shopping più esclusivo con i locali più trendy che si possono trovare nel territorio Felsineo. Gli studenti universitari non esistono, il melting pot non esiste e nemmeno tanti problemi si nascondono dietro questa tradizionale città nella città. Pesce fresco, buon vino, mortadella di qualità e quel discutibile vizio di portarsi i propri mezzi davanti al locale in cui si sta consumando. La città diventa fredda, Via Castiglione con svolta in Via Farini coincide con lo storico Liceo Galvani e con questa freddezza inaspettata. Il sole è stato mangiato dai palazzi alti alti e tutto ciò che risulta diverso non diventa caratteristico ma forse problematico. La città si divide così con un polmone rosso e un polmone bianco, nascosto ma ben visibile e poco attivo. Via Farini scivola via in fretta con adolescenti che raccontano delle prime pomiciate nelle discoteche sui colli e qualche cannetta fumata nella piazza vicina di San Domenico. La svolta in via Collegio di Spagna verso Zona Saragozza riaccende lo spirito e la luce nei nostri occhi. Questa è la parte della città più tranquilla, discreta e residenziale. Dove la borghesia e il senso estetico delle strutture rende decisamente migliore accoglienza e integrazione senza però narrare vita notturna e luoghi peccaminosi. La calma che suscita l’arrivo al Meloncello di fianco allo stadio è scandito dalla lunghezza del portico di Via Saragozza che parte dai viali e arriva sino a San Luca, laddove nessuno sa ma il tempo non trascorre mai nonostante il grado della salita. Arco dopo arco, pietra dopo pietra con il sole che torna forte sulla tua pelle e l’autobus di nuovo pieno di storie, persone o semplicemente vite che si sono intrecciate.

Linea 20

Il centro ormai è lontano e Casalecchio di Reno non dista molto. C’è tempo per portarsi dietro le storie che sono state raccolte dalla partita di calcio e attraversare brevemente la prima periferia ben curata e con il fresco dei colli della città con San Luca che ti osserva e un sole che lentamente ormai si sta spegnendo. Casalecchio di Reno è un paese a pochi passi dal centro città ma un paio di secoli fa, chi risiedeva in centro passava qui i propri fine settimana estivi e caldi per potersi rinfrescare al Lido, tra il verde e il fiume Reno. Ora Casalecchio è diventato un centro economico, autosufficiente e dinamico. Una parte della città che riesce tranquillamente a vivere senza bisogno del centro cittadino. Casalecchio è grande, con una sua periferia e una certa volontà a non risultare un paese ma piuttosto un piccolo cuore della provincia dove poter andare nei centri commerciali, passare il tempo in biblioteche modernissime, ascoltare musica in centri ricreativi ben tenuti, frequentare scuole superiori e mangiare in ristoranti tipici per ogni tipo di tasca. Una parte che non si piega al senso di provincia e ben collegata. Con la linea 20 infatti inizia il tragitto nel tragitto. A Casalecchio ci fermiamo diverse volte e continuiamo a sentire il sole spegnersi ma ormai è finita la giornata, le persone escono dalle fabbriche e non vedono l’ora di poter tornare a casa per mangiare e poco altro. Ogni fermata è collegata con i paesi vicini e lontani oltre la stazione che porta persino al territorio Modenese diversi lavoratori. Qualcuno arriva al capolinea come me. Ormai qui si è fatto tardi, ma in molti devono solamente tornare indietro perché sono diversi chilometri per poter andare a casa, attraversare tutta la città ma in fondo essere felici. Perché da Nord a Sud di Bologna, la linea 20 è riuscita a prendere tutti, almeno una volta nella vita, riuscendo a cogliere tutti i nostri polmoni, regalandoci sole e nebbia, caldo e freddo ma soprattutto rendendosi profonda osservatrice delle persone di questa città. Come se fosse un discreto, borghese, multiculturale punto di riferimento.


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