L’importanza della funzione pubblica

Intervista a Roberto Grandi a cura di Francesco d’Errico

Roberto Grandi, già Assessore alla Cultura di Bologna dal ’96 al ’99 e Professore Ordinario di Comunicazioni di Massa e di Comunicazione Pubblica all’Alma Mater è, dal 2016, Presidente dell’Istituzione Bologna Musei. Per il Professor Grandi il museo è un luogo che i residenti dovrebbero vivere e frequentare abitualmente, uno spazio in cui comprendere il presente per poter leggere il futuro, in cui muoversi con la stessa naturalezza con cui si entra ed esce da H&M o Zara e non da assaltare con visite sporadiche ed eterne. Fiero della funzione pubblica della sua Istituzione e convinto dell’importanza di collaborare con le altre realtà pubbliche cittadine, il Presidente ritiene comunque fondamentale la partecipazione dei privati allo sviluppo culturale della città.

Mentre punge i “radical chic” che criticano il quadrilatero del food – che viene un po’ mal visto per via della presenza di taglieri di salumi e… l’assenza di chef stellati -, propone di affiancare simbolicamente ad esso il quadrilatero della cultura, coinvolgendo tutte le realtà pubbliche che gravitano intorno a Piazza Maggiore; dall’Archiginnasio, alle collezioni di Palazzo d’Accursio, dal  Museo Archeologico al futuro Cinema Modernissimo e alla Sala Borsa per creare “una delle più grandi concentrazioni culturali cittadine a livello globale”. Bologna secondo le sue ricerche sul City Branding della città, è percepita come una “real city” dai turisti, ma molti dei suoi luoghi di cultura risultano ancora troppo invisibili, e per verificarlo non bisogna andare molto in là per accorgersene: “Piazza Maggiore è l’esempio classico”, ci ha detto, “Non c’è neanche un cartello o una insegna che indichi le Collezioni Comunali d’arte collocate al secondo piano di Palazzo d’Accursio”.

Al di là dei musei e dello sviluppo culturale in città, con l’ex Assessore abbiamo parlato anche di rapporti tra la Cina e Bologna, di centri sociali e creatività e di come, molto spesso, purtroppo, la buona volontà negli interventi artistici contemporanei, non sia sufficiente e forse addirittura dannosa.

Presidente, l’Istituzione Bologna Musei raccoglie ben quattordici realtà museali diverse. Qual è la funzione dell’Istituzione?

La funzione dell’Istituzione Bologna Musei è una funzione di indirizzo e di programmazione dei singoli musei che ne fanno parte e che deve sempre tenere presente la nostra natura pubblica, il che comporta, tra l’altro, che non possiamo accontentarci dei soli dati quantitativi ma che dobbiamo puntare anche alla qualità e al valore della nostra offerta, tentando di raggiungere anche quella fascia di “non pubblico” di residenti che, tendenzialmente, è estranea alla vita culturale della città.

A proposito della conservazione della memoria storica, che è una delle funzioni dei nostri musei, per comprendere il nostro modus operandi, è bene approfondire. Esistono due modalità di trattare la memoria storica: uno è quello di coltivare il sentimento di nostalgia, di compiacerci soltanto di come eravamo. L’altro invece, quello che abbiamo scelto noi, è guardare il passato per poter leggere e comprendere il presente e soprattutto progettare il futuro. Come Istituzione, siamo fortemente convinti che la città possa svilupparsi e mantenere una identità forte soltanto se riesce a coniugare l’innovazione tecnologica con quella sociale e culturale e quindi se riesce a coniugare in questa maniera passato e futuro. Bologna è diventata grande in quei momenti della sua storia in cui è riuscita a unire questi due aspetti dell’innovazione ed è a questo tipo di passaggi storici che noi guardiamo con interesse nei racconti di tutti i nostri musei. La funzione del museo non è soltanto quella di conservare e fare ricerca ma è infatti anche quella di conservare per raccontare, sapendo che abbiamo diversi tipi di destinatari, turisti compresi. La segmentazione del pubblico è fondamentale per fornire a ciascun segmento un racconto diverso delle nostre collezioni permanenti ed essere così in grado di attrarli e interessarli. L’Istituzione è una cornice di progettualità che facilita i singoli musei che ne fanno parte, nell’operazione di rendere sempre più trasparente e facile da superare quella soglia che, oggi, si frappone come una barriera tra il museo e la popolazione. Ed è una soglia alimentata da variabili economiche, sociali, culturali.

Il museo di oggi che tipo di struttura è o dovrebbe essere? E quello del futuro?

Da un punto di vista ideale il museo di oggi dovrebbe essere uno spazio il più trasparente possibile, in cui inserire diversi tipi di servizi, dalla caffetteria, al ristorante, allo spazio per il merchandising, ai laboratori, il tutto attorniato da sale espositive. Purtroppo i nostri musei, a parte parzialmente MamBO, sono bellissimi edifici da un punto di vista architettonico che si presentano come una sorta di forzieri che si negano ai passanti, sono quindi il contrario di questo modello ideale appena descritto.

Prendiamo, per esempio, il Museo Archeologico. E’ stato aperto nel 1881 con una intuizione geniale e anticipatrice sui tempi: un luogo di conservazione e ricerca per educare, attraverso l’esposizione, la cittadinanza alla comprensione della storia del proprio territorio. Questo essere stati culturalmente e socialmente in anticipo sulla storia ci penalizza dal punto di vista logistico rispetto ai musei costruiti negli ultimi anni, con criteri contemporanei. Consapevoli di tutto questo dobbiamo portare avanti, con più difficoltà rispetto ai musei contemporanei, iniziative che aiutino a fare percepire volontà di apertura e trasparenza. Per questo continuiamo a pensare a una serie di iniziative e attività per ovviare a questi problemi logistici e strutturali che rendono molte delle nostre strutture meno visibili e quindi potenzialmente meno accessibili.

Anche i dati sostengono questa nostra scelta di offrire attività e chiavi di lettura differenti per attirare i diversi pubblici: degli oltre 500.000 ingressi dello scorso anno ai nostri musei, 350.000 sono stati i visitatori delle collezioni permanenti, ben 170.000 i partecipanti alle attività e eventi organizzati in queste sedi. Il museo di oggi, come dicevo, è un museo totalmente aperto, trasparente, un museo pieno di iniziative coinvolgenti e che crea continuamente occasioni al pubblico e al “non pubblico” per frequentarlo.

La struttura di MamBO, pur essendo l’Ex Forno del Pane una struttura industriale adattata a Museo, ha spazi non occupati dalle collezioni che facilitano iniziative aperte a un pubblico numeroso. Per citarene una, durante Arte Fiera, all’interno del programma di Art City, il Direttore Lorenzo Balbi ha costruito una serata con dj iniziata alle 21 e terminata alle 3 per raccontare la nuova stagione del MamBO. Per il lancio della stagione abbiamo utilizzato la metafora calcistica: la sciarpa dei tifosi di MAMbo disegnata da Cattelan, un album Panini le cui figurine da incollare rappresentano le mostre di tutto quest’anno e, nella serata, un mega biliardino e i cocktail con nomi evocativi dell’universo calcistico. Come detto è stato un evento che ha segmentato i propri destinatari: un pubblico giovane che non ha rapporto frequente con i musei ha superato la soglia e si è anche recato a visitare la mostra permanente, spesso per la prima volta.

Con strutture fisiche diverse, iniziative di questo tipo sarebbero più facili da organizzare anche se ne stiamo programmando molte, considerando che i pubblici dei diversi musei che afferiscono alla istituzione sono tra loro diversi e quindi anche le iniziative devono tenere conto sia delle caratteristiche dei diversi pubblici sia della specificità dei contenuti di ogni singolo museo. Anche se l’obiettivo della istituzione è quello di incrociare i pubblici, per fare in modo che chi oggi va solo al museo archeologico si rechi a MAMbo e viceversa e così per tutti gli altri spazi museali. In questo senso anche la Card dei musei metropolitani proposta dal Comune è un’ottima idea, e noi la portiamo avanti con convinzione. Abbiamo lanciato l’idea del “quarto d’ora accademico”: i curatori dei nostri musei propongono ai possessori della Card la presentazione narrata di un’opera del museo della lunghezza di un quarto d’ora. Quando si iniziò a parlarne feci una dichiarazione che suscitò un po’ di polemica.

Che dichiarazione? E in cosa consiste la sua idea del “quarto d’ora accademico”?

Feci una dichiarazione, nella quale dissi che, per me, il cittadino deve entrare nel museo della sua città con la stessa leggerezza con cui va da H&M o da Zara. nIl museo deve diventare parte della nostra vita quotidiana, non possiamo vivere i musei cittadini come i musei all’estero, ai quali dedichiamo visite lunghissime perché forse non avremo altre occasioni per rivederli.

Sapendo invece che la soglia d’attenzione media non dura più di 30-35 minuti e avendo a disposizione lo strumento della Card che, dopo essere sottoscritta con le varie riduzioni a venti euro, ci consente di accedere gratuitamente ai musei privati e pubblici di tutta l’area metropolitana, tra cui tutti i nostri, possiamo davvero vivere tutti i giorni i nostri musei. In pausa pranzo, dopo un panino al volo, entro e scelgo un’opera, due opere al massimo, su cui soffermarmi, di cui godere al cento per cento.

Il museo è un luogo che va vissuto e frequentato il più spesso possibile a piccole dosi. E’ spesso un pregiudizio culturale di approccio al museo che ci blocca. Su questo c’è molto da lavorare ma la Card sta dando i primi frutti positivi e ci auguriamo che divenga il regalo da fare per vari tipi di occasioni.

Fanno parte dell'Istituzione Bologna Musei:
MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, Museo Morandi, Casa Morandi, Villa delle Rose, Museo per la Memoria di Ustica, Museo Civico Archeologico, Museo Civico Medievale, Collezioni Comunali d’Arte, Museo Civico d’Arte Industriale e Galleria Davia Bargellini, Museo del Patrimonio Industriale, Museo e Biblioteca del Risorgimento, Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna, Museo del Tessuto e della Tappezzeria “Vittorio Zironi”.

Quanto è importante, oggi offrire attività ed esperienze didattiche?

Importantissimo. Per un museo pubblico è la mission più importante. Noi, come Istituzione, abbiamo una delle migliori strutture per i Servizi educativi e di mediazione culturale d’Italia. E, attenzione, didattica non significa “deportazione” degli studenti nei musei,  ma portare avanti azioni che si sviluppano a partire dalla ideazione dei percorsi che prevedono la realizzazione dei supporti didattici, l’allestimento degli spazi laboratoriali, la selezione e il reperimento dei materiali fino alla gestione dell’esperienza, possibilmente unica e memorabile per chi la sperimenta.

I servizi offerti lo scorso anno hanno interessato 90.000 giovani. Penso, per esempio, al nostro Museo della Musica che fa addirittura attività dai 0 ai 36 mesi e che opera anche andando direttamente nelle scuole. Il “non pubblico” deve essere il futuro pubblico, quello dei piccoli e dei piccolissimi o dei pubblici culturalmente e socialmente distanti, è un “non pubblico” che va stimolato, incuriosito, formato. Dobbiamo essere consapevoli che è una responsabilità che un museo pubblico non può delegare ad altri. Formare e includere sono obiettivi da perseguire con costanza e convinzione.

MAMbo_Maurizio_Cattelan_Strategie_1990

MAMbo Maurizio Cattelan Strategie 1990

Cosa pensa dell’utilizzo della realtà aumentata e, più in generale, delle esperienze legate all’utilizzo della tecnologia all’interno dei musei? Sono qualcosa di realmente innovativo e stimolante o servono soltanto a staccare più biglietti?

Innanzitutto bisogna distinguere l’utilizzo artistico, ossia quello di quegli artisti che lavorano con il digitale, da quello didattico e narrativo. Per parlare del primo aspetto facciamo riferimento principalmente al nostro museo di arte contemporanea dove pratiche di questo tipo sono parte dell’offerta artistica. Una prima vetrina la proporremo dal 22 giugno all’11 novembre nella mostra “That’s It” dove Lorenzo Balbi ha selezionato 55 artisti italiani nati dopo il 1980. Una bella occasione per vedere come questi artisti si confrontano con quelle nuove tecnologie a cui si sono dovuti adattare gradualmente durante la loro vita.

Per quanto riguarda il secondo utilizzo, ossia i supporti tecnologici e il digitale come strumenti didattici e narrativi, non abbiamo ovviamente nessun preconcetto, anzi ci piacerebbe avere risorse per sperimentarli con continuità, senza farci abbagliare dalla tecnologia in sé, ma considerando proposte in cui forma e contenuto siano intrecciati per racconti che attraverso i diversi registri espressivi possano avvicinare, interessare e coinvolgere diversi segmenti di pubblico.

Quanto è importante per la realtà pubblica collaborare anche con il privato?

E’ una domanda che ne implica una seconda. Quanto è importante per il privato collaborare con il pubblico? Quanto è importante per il privato partecipare con il pubblico allo sviluppo culturale della città? Se la risposta fosse in entrambi i casi positiva, la società ne guadagnerebbe. Detto questo, per quello che ci riguarda, siamo  interessati non tanto a chiedere ai privati mere sponsorizzazioni ma  proposte più coinvolgenti: ai privati domandiamo la disponibilità a fare progetti insieme.

Il rapporto con loro non può essere più quello di una volta, “io decido che cosa fare e tu paghi”, è una dinamica vecchia e superata. Noi al privato proponiamo di realizzare delle attività culturali insieme perché anche lui può e deve partecipare allo sviluppo culturale della città.

Che questa operazione, poi, debba rendere al privato in reputazione e in immagine è ovvio e normale: d’altra parte deve renderlo anche alla istituzione pubblica. Si deve instaurare un rapporto caratterizzato da progettualità, non un rapporto “di pronto cassa”. Sicuramente è un percorso più complesso, più dispendioso e più lungo da realizzare ma se viene portato avanti con convinzione e in sintonia, conduce a grandi risultati duraturi nel tempo. Se poi le norme ci aiutassero maggiormente attraverso politiche di detassazione, come negli Stati Uniti, i risultati sarebbero maggiori. In ogni caso le istituzioni pubbliche devono avere lo sguardo lungo.

Museo Civico Medievale Bonifacio VIII

Lei si occupa di comunicazione. Oltre a essere stato Professore Ordinario di Comunicazioni di Massa e Comunicazione Pubblica all’Università di Bologna. Quanto conta la comunicazione nel settore cultura in generale e più in particolare per i musei? Quando si pensa all’Italia si pensa sempre a una realtà in cui sotto il profilo comunicativo il settore museale sia arretrato. E’ un’impressione pregiudizievole?

Ogni servizio, se non viene comunicato in maniera efficace, non raggiungerà i destinatari per cui è stato creato. La comunicazione è parte integrante del servizio. Da qui lo sviluppo della Comunicazione Pubblica degli ultimi anni. I soldi spesi per la comunicazione non sono soldi buttati via, non sono la ciliegina sulla torta di cui si può fare a meno, anche se quando si deve tagliare, non solo nel settore pubblico, si inizia tagliando la comunicazione. Se si ha una proposta di qualità ma nessuno la conosce,  averla serve unicamente al proprio narcisismo autoreferenziale. Piazza Maggiore in questo senso, purtroppo, è  un esempio da manuale. E’ circondata da tantissime proposte culturali e non c’è neanche un’indicazione. Il turista si può trovare in Piazza Maggiore e non c’è una insegna che gli comunichi la presenza, per esempio, delle collezioni comunali d’Arte al secondo piano del palazzo che probabilmente in quel momento sta guardando.

Per rispondere alla seconda domanda direi che, in Italia, nei confronti della comunicazione pubblica vi sia un pregiudizio di tipo culturale. Questo pregiudizio è nato, possiamo dirlo, con la formulazione della carta costituzionale. Chi ha scritto la carta aveva conosciuto come comunicazione da parte dell’ente pubblico, solo la propaganda del regime fascista. Da qui  la reticenza a porre nella carta costituzionale il diritto dei cittadini ad essere informati dalla pubblica amministrazione. Il pregiudizio culturale nei confronti della comunicazione fa riferimento anche alla presenza minoritaria del pensiero laico in Italia. Le due culture storicamente dominanti –quella Cattolica e quella Comunista- hanno sempre avuto una concezione di comunicazione come propaganda, piuttosto che come scambio e dialogo.  Quando ho iniziato a insegnare comunicazioni di massa nel neonato Dams nella prima metà degli anni Settanta, ero guardato come un intruso dal mondo accademico e una persona strana con competenze poco chiare dagli altri. Successivamente ho trascorso tutto il 1978 a Philadelphia, all’Annenberg School of Communications della University of  Pennsylvania, al tempo il più importante centro di ricerca e insegnamento della comunicazione nel mondo.

Per comunicare è necessario avere dei contenuti, sapere chi sono i destinatari, individuare le modalità più efficaci per raggiungerli. Dal punto di vista dei beni culturali l’Italia ha il contenuto più importante del mondo, ma Comunicare è riuscire a raccontare quello che si ha. Il nostro paese su questo è arretrato. All’eccellenza dei beni culturali corrisponde una comunicazione male strutturata e organizzata.. Sicuramente la mancanza di una gestione organizzata a livello nazionale che comunichi i tratti identitari culturali del nostro Paese all’estero depotenzia gli sforzi frammentati e non sempre efficaci delle singole regioni e dei diversi comuni. In un mondo globalizzato servono strategie che abbiano una massa critica per incidere.

In questo senso si cita sempre l’esempio delle autostrade francesi in cui si vedono promozioni e indicazioni continue. Quando poi si esce dall’autostrada per andare a visitare i luoghi indicati ci si trova spesso davanti a situazioni non all’altezza della aspettativa creata dalla comunicazione. Ecco, lì a volte eccedono per eccesso, noi sicuramente eccediamo per difetto. La concentrazione di beni culturali che abbiamo ci porta a darli per scontati, a pensare di non doverli curare perché ci sono sempre stati. Purtroppo in questa maniera siamo noi italiani per primi che non apprezziamo ciò che abbiamo, lo consideriamo con uno sguardo superficiale.

E qual è la situazione di Bologna dal punto di vista della comunicazione?

Cinque anni fa ho coordinato una ricerca oggi reperibile sul sito dell’Urban Center, dal titolo “City branding project”. Il presupposto era la necessità di definire meglio l’identità della città, prima di comunicarla all’interno e all’esterno. Pensai che prima di pagare un’agenzia per definire il racconto attraverso il quale promuovere la città, fosse necessario verificare la percezione che i vari pubblici avevano e quindi i racconti che già popolavano la rete.

Abbiamo utilizzato varie metodologie di analisi e realizzato una sentiment analysis dei post associati alla parola “Bologna”. Ciò che è emerso immediatamente è la considerazione che gli stranieri avevano di Bologna come una perla nascosta. Si domandavano perché veniva fatto di tutto per tenerla nascosta, pur essendo molto bella. L’altra conclusione tratta faceva riferimento al fatto che gli stranieri apprezzavano Bologna perché la percepivano come una “real city”, una città che non ti fa sentire turista, come avviene in città quali Firenze e Venezia.

Lo scorso Aprile abbiamo ripetuto la ricerca, utilizzando gli stessi parametri e metodi e l’aspetto più rilevante è che a distanza di 5 anni, abbiamo riscontrato una maggiore consapevolezza dell’offerta culturale della città e uno spostamento di interesse dal cibo alla cultura. In questo senso si sono visti i risultati di un lavoro di comunicazione e di promozione molto forte che ha caratterizzato l’operato del Comune negli ultimi anni. E’ un lavoro che deve essere sempre guidato dalla consapevolezza che il tratto identitario di una città che vuole essere percepita come una città vera, ossia una città dove ci si sente a casa e liberi di visitarla senza le pressioni del turismo di massa impone scelte che abbiano come bussola la qualità. Qualità della accoglienza. Qualità dei servizi. Qualità della promozione. Qualità delle proposte culturali. Un traguardo difficile da raggiungere e ancora più difficile da mantenere.

A proposito di turisti e di sviluppo, la città può davvero contare sulla proposta culturale come elemento di crescita economica e sociale?

Io penso che la città debba lavorare sulla cultura come elemento strategico del proprio sviluppo. Questo era il senso che avevamo dato alla nomina di Bologna Città Europea della Cultura. Un anno di eventi di qualità, l’apertura di molti spazi culturali ma, soprattutto, un processo di crescita che individuasse la cultura come il tratto identitario più forte della città negli anni seguenti. Purtroppo quest’ultimo aspetto non è stato perseguito.

Ma per creare un’economia della cultura c’è bisogno di strutture organizzate: l’ economia della cultura non si fa con le sole esposizioni e coi festival. A tal proposito mi viene in mente un’analisi che feci con Umberto Eco ormai tanti anni fa sulla città di Ferrara che, al tempo, vantava delle mostre eccezionali al Palazzo dei Diamanti, un’offerta espositiva invidiabile, che però attirava su di sé la quasi totalità dei fondi destinati al settore cultura. Quello che emerse dalle ricerche fu che chi voleva fare impresa culturale in città non aveva risorse a disposizione. E’ necessario trovare un equilibrio tra iniziative culturali e organizzazione delle condizioni per lo sviluppo di imprese culturali e creative. A Bologna abbiamo tutte le competenze per offrire questa opportunità ai giovani e molto si tata facendo, si tratta in ogni caso di coordinare meglio le politiche di accompagnamento di questo percorso.

E per quanto riguarda l’aspetto sociale?

Per quanto riguarda l’aspetto sociale legato alle politiche culturali l’Unione Europea dedica la maggioranza dei fondi ad iniziative culturali con una forte valenza di inclusione sociale. La maggior parte dei fondi europei per la cultura, vengono dati sotto questa voce.

Intendere la cultura come strumento di inclusione significa rivolgersi ai “non pubblici”, ai nuovi cittadini, a chi non ha rapporto con la cultura, soprattutto tramite le biblioteche, i musei e altre attività di avvicinamento. Tra pochi mesi a Bologna partirà un grande progetto che coinvolgerà le istituzioni culturali, a partire dai musei civici, in un progetto di sviluppo di iniziative culturali legate alla inclusione sociale e allo sviluppo di nuove competenze. Questo è importante perché chi, per qualsiasi motivo, non partecipa alla vita culturale della propria città si isola, si definisce nel proprio particolare. Il concetto di collettività è costituito da un insieme di valori, ma anche di opportunità di esprimere questi valori insieme. Questo aspetto sociale e collettivo acquista ancora più importanza con lo sviluppo dei social media.

In che senso?

Il grosso limite dei social è che ciascuno si sente comunità solo coi propri simili, rimane nella sua cerchia di amicizie virtuali. Nel territorio che viviamo abbiamo contatti con tante persone che fanno parte virtualmente di altre comunità. Questa appartenenza di ciascuno di noi contemporaneamente a più e diverse comunità virtuali e a una stessa comunità territoriale pone problemi nuovi.

La logica dei media digitali del “peer to peer”, della condivisione, “dell’always on”,  ha indubbiamente degli aspetti positivi, ma talvolta rende difficile percepire il significato di essere parte anche della comunità territoriale composta di persone con cui si sente principalmente un senso di estraneità. Il museo deve riuscire, insieme alle altre organizzazioni culturali, a dare spessore al senso di comunità, in primo luogo del territorio. Il rischio di una disgregazione sociale molto forte, di un isolamento individuale di persone che vivono male, frustrate e rancorose è reale.

Collezioni Comunali d’Arte Sala Urbana particolare

Quali sono i vostri rapporti con le altre grandi realtà museali della città o comunque , più in generale, con le altre realtà, pubbliche e private, del settore cultura?

Per noi è fondamentale collaborare con le altre realtà, partendo da quelle che rientrano nell’orizzonte pubblico come noi. Bisogna fare sistema non a parole, ma nei fatti. Stiamo collaborando sempre più intensamente con l’Istituzione Biblioteche,  con la Fondazione a Cineteca, con l’Arena del Sole e il Teatro Comunale; stiamo facendo rete e proporre offerte e attività condivise. Nei prossimi mesi si vedranno i segni tangibili di questa cooperazione. Per fare un esempio immediato, uno primo risultato da raggiungere, coinvolgendo diverse realtà al di là di quelle sopracitate, sarebbe quello di offrire ai cittadini e ai turisti, accanto al quadrilatero del food, che viene un po’ mal visto dai radical chic per via della presenza di taglieri di salumi e l’assenza… di chef stellati, un quadrilatero della cultura: una delle più grandi concentrazioni culturali a livello cittadino nel mondo.

Pensiamo all’area intorno a Piazza Maggiore: c’è il Museo Archeologico, nell’estate del prossimo anno ci sarà il Cinema Arlecchino ristrutturato adiacente allo spazio sotterraneo per esposizioni fotografiche della Cineteca, l’Archiginnasio, la Sala Borsa, l’ultimo piano di Palazzo D’Accursio con le Collezioni Comunali d’Arte e l’accesso alla Torre dell’Orologio (già da quest’anno) e possibilmente un bar. Stiamo parlando di un potenziale enorme che coinvolge tutte realtà pubbliche.

Ancora, al di là delle collaborazioni con queste realtà, bisogna sempre ricordarsi che la presenza museale deve uscire dai musei. Come ha detto l’Assessore Lepore, per quanto riguarda il contemporaneo la competenza di MamBO riguarda tutta la città. Se si fanno interventi di contemporaneo, per esempio, sarebbe bene non improvvisare e non pensare che qualsiasi murales è un bene in sé in quanto copre una tag o le disincentiva. Con la sola buona volontà, purtroppo, spesso si realizzano operazioni che non possiedono lo spessore culturale di cui dovrebbero invece essere dotate. In questo senso, il MAMbo deve aiutare in generale la città nell’espressione del contemporaneo. Nei nostri musei abbiamo decine di specialisti e ricercatori nei settori storico-artistici più vari, è uno spreco che la città non li utilizzi anche al difuori delle mura dei musei.

Lei da assessore alla cultura promosse patti e accordi con i centri sociali. E’ importante relazionarsi con queste realtà? Sono una risorsa per la città? Come giudica la situazione attuale da questo punto di vista? Da allora è cambiato qualcosa?

Da una parte le realtà di allora, parlo in questo caso del Link, erano realtà il cui valore culturale e artistico sarà ribadito nella mostra “VHS+” che si terrà a cura di Silvia Grandi alla Project Room di MAMbo dal 12 Ottobre al 6 gennaio. Si mostreranno le opere realizzate nel passaggio dall’analogico al digitale al Link tra il 1995 e il 2000, un’epoca feconda per queste produzioni. Il TPO e il Link avevano due caratteristiche che non ritroviamo oggi: spazi molto grandi con una pluralità di attività a costi bassi in centro o facilmente raggiungibili dal centro.

Anche grazie alla loro presenza, Piazza Verdi non presentava le difficoltà di oggi dove di sera soggiornano una quantità elevata di studenti che non hanno le alternative di venti anni fa. E per la non compenetrazione dei corpi questa massa di persone costituisce un problema. Erano spazi che avevano rapporti formalizzati con l’amministrazione comunale. Pur non essendo a norma, in quanto a destinazione temporanea, sprigionavano grandissima creatività culturale, con prezzi bassi, grande accessibilità e con la peculiarità che il fruitore, spesso, era allo stesso tempo anche creatore delle azioni performative che si tenevano. Allora vi era un incredibile equilibrio tra creatività e aspetti sociali: al Link prevaleva la creatività e il sociale faceva più da sfondo, mentre  al TPO l’esatto contrario.

Spazi di questo tipo sono importanti. Oggi non esistono spazi di questo tipo.  Il TPO è ancora operante pur in una diversa dislocazione, ma ciò che è diverso è il contesto più generale. Fare confronti rischia sempre di ingenerare equivoci, più che proporre soluzioni. La città, a dire il vero, avrebbe oggi forse più bisogno di spazi dati in gestione in maniera temporanea alle realtà emergenti con una rotazione che permetta loro di maturare senza chiudere le porte alle generazioni successiva. Il ricambio nelle strutture che fanno e gestiscono cultura è fondamentale, altrimenti si rischia l’utilizzo privato di beni pubblici limitati a spese delle nuove generazioni. Non è una situazione facile da gestire ma sono dinamiche che devono emergere e trovare modalità condivise di soluzione.

Museo del Tessuto e della Tappezzeria esterno con giardino

Lei è anche Presidente dell’ Associazione Collegio di Cina. Che rapporti ci sono tra Bologna e la Cina a livello culturale?

Noi come associazione curiamo il rapporto tra studenti cinesi, università, città e imprese. Quando la fondammo, dodici anni fa, c’erano soltanto 35 studenti cinesi iscritti a Bologna e 450 in tutta Italia, mentre  nella sola Germania erano già oltre 10.000. Fu l’allora Presidente della Repubblica Ciampi, che in una visita in Cina sollecitò le università italiane a recuperare il terreno perduto. L’Associazione Collegio di Cina è stata la risposta più efficace a questa richiesta. Oggi gli studenti cinesi sono la prima etnia estera a livello di presenza all’Università di Bologna, con ben 850 studenti. In città, tra l’altro, c’è anche l’Istituto Confucio che ha come propria missione la diffusione della lingua e cultura cinesi. Organizziamo insieme anche momenti di scambio e conoscenza reciproca tra la cittadinanza e gli studenti.

Con il nostro impulso si può dire che abbiamo dato una scossa a tutta la città a cui recentemente è stata data la qualifica di “Chinese Welcome” grazie a quanto l’aeroporto, Bologna Welcome e altre strutture di accoglienza stanno facendo per prepararsi alla presenza di turisti cinesi che non dovranno essere quei turisti che in una settimana visitano tutta l’Italia o parti d’Europa, ma quei cinesi più ricchi e intellettualmente curiosi che possono essere in grado di apprezzare una cittàcome Bologna.

C’è qualche iniziativa legata all’associazione di cui vuole parlare prima di salutarci?

L’ultima iniziativa che abbiamo presentato, promossa con il Comune e con la Fiera, è una call per un illustratore o una illustratrice cinese, che ospiteremo in residenza a Bologna per qualche settimana per realizzare un libro illustrato con lo scopo di raccontare Bologna dal suo punto di vista. Un’iniziativa molto interessante sia perché ci consente di vedere Bologna attraverso una diversa lente di lettura sia perché ci consente di promuoverla in maniera originale. Il libro sarà presentato alla edizione della Fiera del Libro per ragazzi del prossimo anno.

Noi solitamente concludiamo le nostre interviste facendo scegliere un brano musicale, con cosa ci saluta?

 


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